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lunedì, gennaio 10, 2011

La Lega interronisce il Nord

Impeccabile Falasca. Il dramma del settentrione italiano è che si è scelto, anche per mancanza d'alternative, una versione lombarda del sistema di Totò Cuffaro. Potevano essere credibili 10 anni fa; adesso la distanza fra loro e certe cleptocrazie meridionali che sfregiano l'immagine del Meridione è solo una questione di tempo e di un certo residuo di buone maniere, destinate a scomparire se l'andazzo prosegue.


Del “sacco del nord” la Lega – che governa Veneto e Lombardia da quindici anni e l’Italia, quasi ininterrottamente, da dieci – non è stata vendicatrice, ma partecipe. Ha riscritto spudoratamente la questione settentrionale rimasticando il repertorio della destra e della sinistra peggiore e rimuovendo il nodo da cui il nord è invece strangolato, che è lo sfruttamento fiscale, cioè il livello abnorme di imposizione e di spesa, da cui le regioni italiane più competitive sono irrimediabilmente appesantite e quelle meridionali incentivate ad un “economia di rapina”.

[...]

Al nord che voleva meno tasse, meno vincoli, meno spesa pubblica e meno intermediazione politica la Lega promette meno immigrati e meno competizione. La sfida riformista è stata soppiantata dalla retorica vittimista.

Bossi non va sfidato sul tricolore, ma sulla questione settentrionale | Libertiamo.it: "

venerdì, aprile 23, 2010

Umberto Bossi minaccia un nuovo ribaltone

L'intervista di Umberto Bossi non brilla per chiarezza, salvo che per gli insulti a Fini e l'annuncio dello sganciamento dal PdL. Basta poco per rinverdire i fasti del ribaltone e ringraziare della desistenza di fatto al Nord.

Le parole di Bossi al Corriere, una volta ripulite dalla propaganda pseudofederalista, sono inequivocabili: caro Silvio, grazie di averci lasciato campo libero al Nord e di avere azzerato l'opposizione interna. Adesso che non ci servi più e che non sei più una minacci aletale, siamo pronti a sostituirti con il PD, in modo da poterlo cannibalizzare, come abbbiamo cannibalizzato anche il PdL, ormai troppo debole per smascherare agli elettori la nostra sbandata a sinistra:

Saremo soli - conclude il leader leghista - senza Berlusconi. Berlusconi quindi diventerà il vero e unico baluardo anticomunista del Paese e prevedo che raccoglierà molti consensi.
E , nel caso qualcuno se ne accorgesse, ecco che il Senatùr riparte con il secessionismo:


"Finita la stagione del federalismo, un concetto abbandonato, dobbiamo iniziare una nuova stagione, un nuovo cammino del popolo padano. Purtroppo oggi non ha più senso parlare di federalismo alla nostra gente che potrebbe sentirsi tradita da ciò che non siamo riusciti a fare. Una nuova strada ci aspetta e sarà una strada stretta, faticosa, difficile ma che potrebbe regalarci enormi soddisfazioni"

La "nuova strada" è ultimamente simile a quella vecchia, del 1994-1995, con l'aggiunta del totale abbandono della rivolta fiscale e della riduzione del peso dello Stato. A noi pare evidente il rischio di un incrocio fra Udeur mastelliana e craxismo in forma istituzionalizzata, la costituzione di un feudo politico dove il controllo degli enti locali permette ad una Lega finalmente ritornata al socialismo il controllo assistenziale del territorio e la pacifica spartizione delle spoglie fra i favoriti, in cambio dell'appoggio a questo o a quel partito nazionale.
Ai cittadini, il solo ruolo da sudditi, in balìa di una classe politica che si sente "unta dal popolo" come una volta era "unta dal signore".

I nostri complimenti a Silvio Berlusconi , protagonista della resurrezione leghista, e a Gianfranco Fini, attore non-protagonista,  per l'ennesimo, meraviglioso regalo al socialismo reale in salsa tricolore.

Amnesia della memoria storica

Si può definire correttamente Gianfranco Fini in molti modi, spesso poco lusinghieri, ma Umberto Bossi riesce a trovare l'unico inesatto , quando lo chiama "gattopardo democristiano". Con tutti i suoi difetti, Fini non è mai stato democristiano o di sinistra. Al contrario di Bossi e Maroni, ex-comunisti che , dopo vent'anni di "basta tasse", appena arrivati vicino alla cassaforte hanno scoperto le gioie dell'assistenzialismo e della "redistribuzione" dei soldi altrui a scopo di potere.

Update: Qui un'opinione meno ironica dell'intervista di Bossi.

lunedì, aprile 19, 2010

Libertiamo, Fini e la deriva leghista

Su Libertiamo, alcune precisazioni sul supporto del gruppo a Gianfranco Fini, su cui qui si concorda ampiamente. Avrei solo una nota aggiuntiva: il problema con la Lega non è che ha "completamente derubricato dalla sua agenda la questione meridionale", visto che non l'ha mai avuta in agenda. E' che un partito liberale può collaborare strettamente con chi è nato "con l’obiettivo di liberare il Nord dall’eccesso di statalismo ed assistenzialismo", visto che è un obbiettivo comune. Diventa molto più difficile farlo con un partito che si è completamente dimenticato le proprie origini e rischia una visione etnoassistenzialista, nociva per sé, per il territorio dove è egemone e per il resto d'Italia.
Per concludere, è da sottoscrivere in pieno il suggerimento di Antonluca: per chiarire quale sia la radice del problema per l'intero PdL, al di là di Fini, basterebbe rileggersi il programma del 1994 e provare a rtenerlo a mente, nel futuro prossimo.

giovedì, aprile 01, 2010

Lega: libertaria ieri, balena verde oggi, laburista domani?

Il partito di Bossi è stato la grande speranza di chi voleva allentare la morsa delle burocrazie statali sulla libertà individuale. Mostra purtroppo segni di trasformazione in una versione regionale della DC ed in prospettiva rischia di finire come quel partito, sbarcando armi e bagagli a sinistra, degenerato nel socialismo campanilista più netto.

La Lega, negli anni '90, cercava di pescare in due serbatoi elettorali su cui era tagliata a pennello l'allora Forza Italia, almeno al Nord: il popolo delle partite IVA e la cosiddetta borghesia produttiva. La propaganda leghista illustrava la secessione come una soluzione ai problemi derivanti dal peso eccessivo della tassazione e della regolamentazione burocratica, che limitavano la libera scelta individuale e il rinnovamento del tessuto produttivo. Il tema più generale della libertà individuale veniva ignorato, ma le conseguenze delle politiche leghiste potevano ampliarla. La Democrazia cristiana ed il pentapartito in generale avevano invece convogliato i voti di tali ceti verso politiche collettiviste, sfruttando la minaccia comunista e millantando l'assenza di possibili alternative ad una deriva socialista.

Buona parte della base leghista, dopo quindici anni, potrebbe ancora avere a cuore tali temi, come vorrebbe l'amico Mondopiccolo. La sua dirigenza, tuttavia, sembra averli abbandonati, esattamente come fece la Democrazia Cristiana: una volta scoperto quanto semplice sia comprarsi i voti con un apparato clientelare e con un'apparato propagandistico adeguato, è facile sbandare a sinistra; ai produttori non rimane che la scelta fra il male minore,ossia una Lega - ed un PdL, purtroppo - che almeno non paiono programmaticamente ostili.

Il programma di Zaia e la sua definizione di "partito Laburista" data della Lega, sono per ora ambigui, ma si ricollegano alle note simpatie di sinistra di esponenti leghisti quali Maroni. La prudenza fiscale, presupposto di una riduzione delle imposte e dell'intrusione statale, è in contraddizione con un programma economico composto di sussidi per tutti i gruppi sociali favoriti, a spese del contribuente che si ritrova a pagare il conto, oltre che le spese per l'intermediazione politica di tali trasferimenti . Il tema della sicurezza serve per sviare l'attenzione generale, mentre quello federalista appare sempre più uno strumento per diminuire la fetta di estorsione fiscale spartita con il governo centrale, non un mezzo per ridurre tale estorsione. Anche se a parole i leghisti sono rivoluzionari, la Lega rischia di diventare una Balena Verde, dove l'attenzione forse involontariamente liberale all'individuo viene sostituita dall'irreggimentazione burocratica, devastante nel lungo periodo anche quando efficiente nel breve termine.

Viene aiutata, in questo, dall'insipienza di un PdL che non può o non vuole, a livello dirigenziale, mostrare che il re è nudo, ossia che la Lega rischia di danneggiare il proprio elettorato storico pur di sfondare a sinistra. L'unico modo per mantenere entrambi i partiti fedeli alle proprie promesse liberali e conservatrici sarebbe quello di una sana competizione per la parte centrale del proprio elettorato; al contrario, l'impressione è quella di un patto scellerato, dove entrambi i maggiori partiti di destra si dedicano all'elettorato del'altra sponda, privando di rappresentanza i ceti che li hanno portati alla ribalta.

Per colpa delle proprie mancanze e, forse, per inseguire le nostalgie di troppi suoi dirigenti ex-socialisti, il PdL si sta lasciando cannibalizzare dalla Lega, più abile anche in questo esercizio di schizofrenia politica. Il rischio è che quando le partite IVA comprenderanno l'errore di continuare a credere alla retorica leghista, che ormai cerca di conciliare elementi opposti, il PdL sarà screditato quanto il partito di Umberto Bossi, che nel frattempo sarà tuttavia riuscito a trasformarsi principale partito "di sinistra" nel Nord Italia. Lasciando, di nuovo, una delle parti migliori del paese priva di rappresentanza politica adeguata; lasciando, di nuovo, l'intera nazione priva delle riforme liberali tanto disperatamente necessarie per riprendere il sentiero dello sviluppo.

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