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lunedì, luglio 23, 2007

Il silenzio è d'oro, caro Volonté

Dal Corriere.it:

Welby, prosciolto medico che aiutò a morire. L’anestesista Mario Riccio, che interruppe la ventilazione meccanica sollevato dall’accusa di «omicidio del consenziente».


Viste certe dichiarazioni, ci saranno gli estremi per una bella denuncia per diffamazione o rischiamo anche qui lo stop del Sovrano Parlamento, sempre unanime quando si tratta di marcare le differenze fra gli Eletti ed il volgo? Si sa, qualcuno è più uguale degli altri, come può ben testimoniare il querelante seriale d'Alema.

HT:Metilparaben

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domenica, dicembre 24, 2006

Welby, la naturale conclusione, le innaturali grancasse

Ho già espresso la mia opinione su altri aspetti della vicenda Welby: oggetto di una grancassa mediatica in parte voluta ed in parte subita, espone un problema estremamente serio: quello dei confini dell'ingerenza pubblica nella vita e nella libertà degli individui, sino all'atto estremo del controllo della propria sopravvivenza fisica. La vicenda del rito funebre di Welby dimostra purtroppo quanto invece tale problema venga preso poco seriamente dalle nostre élites.

Qualsiasi cedimento, dal punto di vista cattolico, implicherebbe secondo alcuni una giustificazione dell'omicidio, mentre ancora oggi Benedetto XVI ha ribadito la difesa della vita "sino al naturale tramonto". Eppure, anche per un credente, mi pare esistano due punti essenziali che ci si rifiuta di prendere in considerazione.
Il primo pertiene proprio alla durata del "naturale tramonto": quale sarebbe? Senza una tracheotomia che Welby aveva rifiutato, ma la moglie surrettiziamente approvato, Piergiorgio Welby sarebbe morto nel 1990, se non erro. Quali cure mediche costituirebbero quindi un "innaturale prolungamento" dell'esistenza, che la porterebbe oltre la propria naturale conclusione? Vogliamo farlo decidere ad un burocrate o ad un politico?

Il secondo riguarda l'ingerenza statale: comprendo e condivido, da nemico dell'invadenza statale, il timore di slittare verso l'eutanasia intesa come pratica eugenetica o come soluzione finale per le fasce deboli della popolazione, ma ricordiamo che il rischio d'eutanasia non esiste soltanto quando la si permette per legge: per paradosso, un divieto assoluto di qualsiasi pratica volta a terminare la vita, stabilendo il principio che sia lo Stato a disporre della corpo dell'individuo, spiana la strada al totalitarismo.

Trovare una soluzione accettabile interessa purtroppo in maniera marginale ad almeno due delle fazioni in campo: da un lato, i radical-socialisti sono impegnati, come accade troppo spesso, a indicare problemi drammaticamente reali, proponendo purtroppo soluzioni estremamente discutibili , improntate al costruttivismo ed al totalitarismo strisciante tipico della metà socialista. Le tattiche propagandistiche radicali possono estremamente sgradevoli e personalmente non le ho quasi mai condivise, ma separiamo la retorica dalla sostanza politica.
Tali tattiche sono infatti ormai adottate da più parti: il movimento pro-life, con le foto dei feti "uccisi", gli appelli di Socci contro il genocidio nascosto, costituiscono esempi della stessa strategia comunicativa (ovviamente di grado, natura e contenuto differente). Mettersi a spararle ancora più grosse, soltanto per farsi sentire, non porta ad avere ragione, ma all'indegna gazzarra a cui stiamo assistendo.
Intanto il problema rimane, enorme, sul tavolo e non credo abbia soluzione definitiva, perché significherebbe risolvere il quesito: a chi appartiene la mia vita?

Dall'altro, vasti settori della Chiesa Cattolica, pur di imporre temporaneamente la propria versione dell'argomento, sembrano disposti a ricorrere alla coercizione, senza preoccuparsi di ampliare il potere del Leviatano, concedendogli quello di scegliere l'inizio e la fine della vita, sinché lo faccia , per il momento, a modo loro. Pessima idea, derivante anche forse dalla visione pessimistica di una Chiesa sotto assedio, quasi minoritaria, che deve impiegare ogni brandello residuo d'autorità contro i nemici, ma che mi risulta poco convincente.
Se davvero la Chiesa Cattolica è una minoranza all'interno della società, come si sostiene da alcune parti, allora armare uno Stato che viene governato a colpi di dittatura della maggioranza, pardon, democrazia partecipativa, significa pianificare il proprio suicidio.
Se invece i cattolici rimangono maggioranza, come credo, perché non impiegare le armi,potentissime e totalmente legittime, della pressione sociale, dell'influenza all'interno della società civile, invece di nutrire e far crescere una struttura coercitiva che è già caduta, in più di una occasione, in mani "anticattoliche"? Perché impegnarsi in strategie miopi, dimentiche della Storia od impegnate in una scommessa ad altissimo rischio, che storicamente si è sempre rivelata perdente? Perché rischiare una deriva etica dello Stato, con il rischio di avere un nuovo nemico?

Non potremo mai arrivare ad un compromesso riguardo al ruolo di Dio. Credo però sia il momento di arrivare almeno ad un accordo su come essere in disaccordo, in maniera civile. Un sano assetto laico e non etico, mutualmente utile.
Anche perché mentre noi dibattiamo, giustamente, delle nostre differenze al margine, qualcuno prende davvero a randellate la tradizione, senza quasi trovare difese, se non qualche guaito.

Update. Round-up: Phastidio, CantorBlog , JimMomo , RetoricaeLogica, Schegge di Vetro.

Mistero doloroso

Nonostante la simpatia umana e la comprensione per la battaglia di Welby, non riesco a comprendere sino in fondo l'indignazione per il rifiuto della sepoltura in terra consacrata da parte del Vicariato di Roma. Forse perché bisogna essere cristiani, per credere nella pietà dell'avversario sino a trasformarla in una pretesa.
La Chiesa rifiuta esplicitamente la sepoltura, in questi casi; non penso che tale punto di vista, assolutamente coerente con il diritto canonico, fosse un mistero per Welby, o per altri. Vero, dittatori e delinquenti hanno avuto trattamento migliore di lui, ma, signori, esisterà un motivo per cui alcuni sono usciti dalla Chiesa, oppure siamo davvero di nuovo tutti quanti cattolici a prescindere e quindi possiamo sltanto lottare per una riforma, invece che togliere il disturbo?

Marco Cappato vantava ieri l'assoluta legalità delle azioni compiute, del rifiuto di chiedere favori o dispense particolari, al di fuori del diritto, a chicchessia: ne sono felice e credo che ili tutto si risolverà, dal punto di vista giudiziario, in una affermazione della correttezza di queste scelte. ma allora perché chiedere un esplicito favore all'avversario di sempre? Se non fosse stato un esplicito desiderio del malato, sarebbe stato un gesto smaccatamente propagandistico, un tentativo di mettere in trappola le gerarchie cattoliche.
Vero, una eccezione sarebbe forse stata un opportuno esempio di pietà cristiana.
Opportuno, appunto; non un atto dovuto. Non ci si appella alle virtù di
carità e giustizia proclamate dall'avversario, quando si passano anni
a denunciarne l'ipocrisia e l'insussistenza.

Le scelte hanno conseguenze. Dal mio punto di vista, Welby aveva tutto il diritto di provare a fare ciò che ha fatto; la Chiesa cattolica ha tutto il diritto a regolarsi di conseguenza, per quanto pertiene la propria sfera di autonomia privata; sostenere il contrario significherebbe riconoscere un profilo non solo pubblico, quasi statale alla Chiesa cattolica, dopo aver speso tre secoli a separare il Leviatano dalla teocrazia.
Penso si sia trattato del gesto più coerente e, paradossalmente, più liberale
fra quelli che ho visto da parte vaticana, in questa battaglia (e
questo la dice lunga sul tenore dello scontro). Sta ai cattolici considerare se modificare qualcosa o se tale politica sia sempre valida, sta agli individui decidere di cambiare la gerarchia, od uscire dalla Chiesa.

Hat tip: Cantorblog,Phastidio

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