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giovedì, gennaio 20, 2011

Spagna, atto secondo

Visto che il primo tentativo di salvare le banche senza ammettere l'insolvenza del sistema è andato male, il governo Zapatero ha avuto un'idea geniale: riprovarci. Almeno secondo indiscrezioni arrivate al Wall Street Journal.
Il copione è identico: miliardi di euro preis in prestito per ricapitalizzar ele banche ed obbligo, per queste, di sottoporsi a degli stress test.
Il problema è anche peggio dell'ultima puntata: cosa garantisce che le banche non aggireranno i test, come è evidentemente accaduto un anno fa? E soprattutto: in quale modo emettere altri trenta miliardi di debito risolverà una crisi di fiducia acusata da eccesso di debito? La soluzione sta nel sospetto che si tratti di un consolidamento: spostare la crisi sul debito sovrano spagnolo, in modo da costringere Francia e Germania ad intervenire, per evitar e gli imbarazzi politici.

Gli irlandesi avevano almeno preso in considerazione l'ipotesi di lasciar funzionare il mercato, intervenendo per modernizzare le procedure di amministrazione straordinaria e lasciare che a pagare fossero gli incauti investitori, invece degli innocenti contribuenti. Ovviamente le cose sono andate diversamente, condannando l'Irlanda alla medesima stagnazione del resto d'Europa per evitare figuracce alla classe politica tedesca.
Non abbiamo dubbi, tuttavia, che il governo socialista del premier Zapatero non abbia neppure per un attimo preso in considerazione una soluzione che non sia nel pieno alveo socialcorporativo che contraddistingue il nostro sciagurato continente. Avanti così, verso il Sol dell'Avvenire.

Spain to Ramp Up Bank Bailouts: "Spain plans to pour billions more euros into its troubled savings banks and force them to be more open about their lending practices, an acknowledgment that previous efforts to fix the banks have fallen flat.

lunedì, gennaio 10, 2011

Portogallo, salvagente BCE

Secondo Reuters, la BCE starebbe comprando a man bassa debito portoghese, greco e irlandese, per stabilizzare la situazione. Se non siamo alla disperazione, poco ci manca. Il problema di queste tre nazioni, lo ripeteremo fino alla nausea, non è di temporanea assenza di liquidità, anche se Lisbona è la nazione si avvicina di più a questa definizione.

E' un problema di lungo periodo, di insolvenza: quella del governo greco, prigioniero di una politica vorace e di un pubblico drogato a colpi di panem et circenses elargiti a spese di una classe superiore più simile ad una plutocrazia preindustriale che ad una borghesia moderna. O del sistema bancario irlandese, colpevole di aver pervertito miracolo celtico, con la complicità di una politica monetaria eccessivamente lasca e di una regolamentazione criminogena e dannosa ancor prima che inutile.

Il Portogallo non è particolarmente sprecone, ma cresce troppo poco: è arrivato troppo tardi alllo sviluppo per poter imitare il miracolo economico tramite bassi salari, data la concorrenza asiatica ed ha ben poco a parte il turismo; rischia il fallimento per aver creduto al miraggio della bolla finanziaria, non per averne attivamente approfittato. Può evitarlo tramite austerità e, soprattutto, radicali riforme economiche liberali, le stesse che ha evitato quando ha cercato di ottenere i vantaggi dell'Unione, senza pagarne il costo (come molti, troppi altri stati europei).

Tutto questo poco importa, tuttavia, se verrà trasformato nell'ennesimo sistema economico-zombie dalla necessità della classe politica tedesca e francese di nascondere i propri errori e quelli dei propri protetti nelle banche statali delle due nazioni-guida.

giovedì, dicembre 02, 2010

Insolventi? Grecia, Irlanda, Portogallo, forse la Spagna.

Pensate che io sia eccessivamente pessimista? WIlem Buiter, ex blogger del FInancial Times appena assunto a Citigroup, è persino peggio.
Secondo Buiter, Irlanda e Portogallo sono già andati. La Grecia è in forse soltanto perché non è certo che il FMI e lA ue staccheranno la spina, faranno pagare il conto al resto dell'Eurozona (e qui concordo pienamente). La Spagna è in bilico sull0orlo del precipizio.
Le buone notizie? L'Italia dovrebbe essere al sicuro. Dovrebbe.

Personalmente, ritengo che l'intera Grecia e il sistema bancario irlandese siano ormai andati. Ogni euro prestato al governo ateniese e alle banche irlandesi serve a comprare tempo, ma non verrà quasi certamente restituito, a meno di trovare un altro pollo che presti denaro a banche e governi che hanno sprecato denaro e non hanno, n possono avere, i flussi di cassa per farcela. Accettare l'inevitabile e staccare la spina sarebbe più utile.
Al contrario, il governo irlandese ha dalla sua una nazione con una forza lavoro educata ed un'economia ancora flessibile e con del potenziale, nonostante i guasti causati dalla bolla immobiliare: la Tigre celtica, fino al 2002, era reale.
La Spagna potrebbe sopravvivere - a patto di buttare a mare la zavorra ed accettare la realtà: riforme e liberalizzazioni per aumentare le risorse in mano ai produttori di ricchezza e ristrutturazione del settore bancario delle Cajas.
Del Portogallo so troppo poco e quel poco mi preoccupa: poco flessibile, con poche industrie esportatrici, un'economia ancora rigida ed un settore finanziario opaco, una società orientata ad un corporativismo che offre pochi sbocchi.
Un'Italia in peggio, temo, anche se spero di sbagliarmi.

Hat tip:FT Alphaville

martedì, novembre 30, 2010

Irlanda: mangiarsi il futuro per non ammettere il presente

Due chicche che aggiungono la beffa al danno irlandese.

La prima è la provenienza di parte del denaro che il governo di Dublino dovrà contribuire al pacchetto di salvataggio delle proprie banche: il fondo pensione nazionale. Per garantire i conti correnti, agli irlandesi viene sottratta la pensione. L'ironia sarebbe abbastanza amara, anche senza considerare che in realtà non sono i conti correnti irlandesi a correre rischi, ma il patrimonio delle lottizzatissime banche regionali tedesche.

La seconda: la Grecia ha ottenuto una estensione delle scadenze per il rimborso del proprio pacchetto di salvataggio, che adesso combaciano con quelle irlandesi. Per quale motivo? La crisi greca non dovrebbe essere legata a quella irlandese, in nessun modo, come d'altronde ribadito dagli stessi euro-gerarchi; sorge il sospetto che si tratti di un pretesto per facilitare ancora il compito ad Atene, che nessuno crede sia in grado di ripagare i propri debiti.
Proprio quello che ci voleva per aumentare la stima del mercato nei confronti degli
euroburocrati: ricordare al mondo quanto poco riuscito sia stato l'ultimo "salvataggio"
L'Irlanda non è la Grecia, ovvio: per non diventarlo, e tornare invece di nuovo sul sentiero inaugurato dalla fase della "tigre celtica", dovrebbe liberarsi del peso morto all'interno del proprio sistema bancario e non lasciare che il resto dell'isola affondi per evitare ai politici continentali l'imbarazzo della malagestione delle proprie banche.

lunedì, novembre 29, 2010

Panico: PIGS ed Italia in affondamento nonostante il bailout

Il salvataggio irlandese, invece di ripristinare la fiducia, sembra avere dimostrato che il re è nudo. Aggiungete il risultato debole dell'asta italiana e capirete i dati qui sotto.


Dopo una mezz'ora di ottimismo, il mercato si è di nuovo girato al brutto: il salvataggio irlandese è l'ennesima minestra riscaldata e, leggendo fra le righe, si comprende che alla già "salvata" Grecia vengono concessi altri due anni di grazia sui propri prestiti. Il termine "disciplina" non sembra appartenere al vocabolario eurocratico e questo non può certo tranquillizzare gestori e banchieri.

Ecco i livelli dei CDS sulle nazioni sovrane
GREECE 925/965 -10
PORTUGAL 540/560 +40
SPAIN 340/350 +18
ITALY 230/240 +17
IRELAND 595/625 +10

Il Portogallo è ormai un obbiettivo minore: gli investitori in panico stanno vendendo anche rischio Italia e Spagna, i grandi malati. icordiamo che la Spagna è grande quanto gli altri PIGS, mentre l'Italia ha PIL e debito maggiori della somma di tutti gli altri.


Proprio l'asta del BtP italiano è stato il definitivo segnale di resa. La domanda è stata scarsina ed i rendimenti hanno fatto un balzo in avanti: 54 basis points , mezzo punto, per il decennale, ai massimi dal Giugno 2009.

Chi si illudeva di calmare il mercato con l'ennesima ripetizione retorica, si deve ricredere rapidamente.
L'unica speranza per la giornata è il POMO, la sessione di acquisto di titoli di Stato USA che la Fed terrà questa mattina: una iniezione di liquidità che potrebbe drogare il mercato e sostenerlo almeno nel breve periodo.


Ecco la tabella sui risultati delle aste del BtP . Il bid to cover, ossia il rapporto fra domanda ed offerta, è decisamente al di sotto del solito.

TIPO TITOLO CCTeu T.V. BTP 2,25 % BTP 3,75 % ISIN/TRANCHE IT0004652175/03 IT0004653108/03 IT0004634132/07 SCADENZA 15/10/2017 01/11/2013 01/03/2021 IMP.MIN/MAX OFF. 1.000/1.500 1.500/2.500 2.000/3.000 IMP. OFFERTO (mln) 1.339 2.5 2.998 IMP. RICHIESTO (mln) 1.848 3.45 3.816 IMP. ASSEGNATO 1.339 2.5 2.998 Bid to cover 1.380134429 1.38 1.272848566 PRZ. AGGIUD.NE(%) 98,12 98,35 94,79

Ed ecco il grafico dell'andamento dei tassi pagati dal BtP. Ricordiamo che i prezzi si muovono in maniera inversa rispetto ai tassi: state guardando un baratro a testa in giù (hat tip Il grande bluff)



lunedì, novembre 22, 2010

Irlanda - Bailout? Quale Bailout?

Le notizie del "salvataggio" irlandese non hanno avuto l'effetto sperato: titoli e CDS delle nazioni sovrane stanno di nuovo soffrendo.
Il CDS sull'Irlanda è in peggioramenteo per 12 basis points a 512, Spagna e Portogallo seguono a ruota ed anche l'Italia non se la cava bene, nonostante regga relativamente meglio degli altri periferici.

Di certo non aiutano le incertezze sulla struttura del pacchetto di salvataggio, ma rimane la sensazione che il rimedio sia, al momento , quasi peggiore del male: un palliativo che lascia irrisolto il gigantesco problema di un sistema bancario europeo malandato a causa, soprattutto, del suo intreccio con la politica. La bolla immobiliare e le distorsioni monetarie inflitte dai governi UE hanno minato i processi di selezione della classe imprenditoriale bancaria; in nessun luogo questo è più evidente che nel settore delle banche statali tedesche. Questo salvataggio è una manovra ipocrita, che salva proprio le banche europee fingendo di aiutare una governo che, non a caso, non aveva intenzione né necessità di un aiuto. I mercati stanno svelando questa ipocrisia, almeno sino a quando gli USA saranno in uno stato semifestivo.
Al rientro delle truppe cammellate di Bernanke, è possibile che alcune decine di miliardi di dollari di fresca stampa possano tamponare, di nuovo, il problema, trascinandoci di nuovo verso l'alto. Icaro, dove sei?

giovedì, novembre 18, 2010

Irlanda: la farsa continua

La farsa europea continua: siamo arrivati al paradosso per cui L'Unione Europea obbligherà l'Irlanda ad accettare un pacchetto di aiuti che il governo dell'isola non ha chiesto e non desidera. I miliardi europei non sono indispensabili per la salvezza di Dublino, ma saranno utili ad evitare problemi ad alcune banche europee ed imbarazzi alla classe politica continentale.
A pagare, inutilmente, sarà come sempre il contribuente.

Non nascondiamoci, per favore, dietro ad alti discorsi sulla stabilità del sistema e sui doveri fraterni verso l'Irlanda. La crisi celtica è ben diversa da quella greca: il governo si è sempre comportato prudentemente, al contrario di Atene. Il motivo scatenante della crisi sono i debiti bancari agli speculatori edilizi, ora in massiccia sofferenza.
Il governo irlandese, di fronte alla prospettiva di un'ondata di fallimenti, ha imprudentemente garantito tutte le passività del settore, anche se per un periodo di tempo limitato, al momento sino al 30 giugno 2011. Nel frattempo, si sta cominciando a separare i depositi dal resto delle strutture bancarie, spianando la strada per una ristrutturazione che non punisca il correntista, ma che potrebbe invece costar cara agli investitori obbligazionari.

La soluzione razionale sarebbe infatti quella di far pagare i responsabili: i dirigenti delle banche imprudenti e gli investitori nelle stesse banche, azionisti ed obbligazionsiti, nel caso fosse necessaria una ristrutturazione delle stesse per eccessive perdite, tramite procedure come il concordato preventivo italiano o il Chapter11 statunitense, per le aziende industriali. Purtroppo, il settore bancario ha caratteristiche particolari e sinora sono mancati strumenti legali adeguati, a causa del rifiuto delle autorità di regolamentazione di lasciar funzionare correttamente il meccanismo di mercato: le leggi che rendono il settore bancario un caso a parte hanno anche distorto l'evoluzione del diritto fallimentare bancario, lasciandolo arretrato rispetto a quello industriale.
Dopo anni di ostruzionismo politico, ci si sta finalmente avvicinando alla costruzione di un impianto legislativo adeguato alla realtà del sistema finanziario: il comitato di Basilea sta studiando proposte che permetterebbero di limitare l'impunità delle banche e di costruire una procedura in grado di bilanciare protezione del sistema e assunzione di responsabilità (e predite) per gli attori coinvolti, riducendo lo spreco di denaro pubblico e l'interferenza governativa.

La strada presa dall'Unione Europea è una parodia perversa dei salvataggi del passato. Come per la Grecia, il motivo di tanta sollecitudine e del desiderio di violare lo spirito dei trattai europei risiede nell'incompetenza e nella miopia della classe politica europea. Le banche regionali tedesche e le assicurazioni francesi sono fra i maggiori detentori di bond irlandesi, così come lo sono di bond greci. Una loro crisi non soltanto costringerebbe i rispettivi governi ad intervenire, ma imbarazzerebbe l'intera classe politica, data la provenienza dei dirigenti di queste istituzioni. Le Landesbank tedesche sono infatti istituzioni a proprietà e conduzione statale, per la cui inefficienza i politici sono direttamente responsabili, dato che ne nominano i vertici, scegliendoli spesso fra le proprie stesse file. Il settore finanziario ed assicurativo francese è formalmente privato, ma l'osmosi fra classe politica e grande dirigenza è totale, a partire dalle scuole frequentate, alla vita sociale ed alle frequentazioni, quando non nella stessa persona: molti dirigenti bancari sono ex politici od attivisti, laddove numerosi politici hanno avuto più di un contatto con il mondo della grande impresa, che in Francia si coordina strettamente con l'élite politica.

E' questo modello che ha prodotto banchieri ed investitori convinti di poter guadagnare senza rischi, di poter speculare senza mettere da parte riserve, di poter sempre scaricare le perdite sul contribuente e bearsi dei propri successi. Non esistono pasti gratis, se non nella mentalità di chi può permettersi, sotto la cortina fumogena del "bene comune" e di un collettivismo più o meno soft, di appropriarsi dei profitti altrui. Solo collettivisti di questo tipo potevano illudersi di stare investendo in strumenti privi di rischio, quando le cedole che venivano loro corrisposte erano nettamente superiori a quelle fornite dai titoli di Stato tedeschi o francesi. Per evitare di riconoscere il fallimento di un simile modello e ripartire con un vero mercato ed un sistema finalmente capitalistico, la nostra élite sociale, equa e solidale vuole salvare gli incompetenti banchieri irlandesi ed i loro investitori, evitando così di dover salvare, di nuovo, i propri protetti a livello domestico. La vera sorpresa è che i politici irlandesi, stavolta, rifiutino di fare la parte del capro espiatorio.

lunedì, aprile 26, 2010

La cattiva lezione del salvataggio greco: solo i peggiori verranno aiutati

La Grecia riceverà decine di miliardi, dopo aver falsificato i conti e promesso una manovra che probabilmente non attuerà, prendendo a pretesto la rivolta di piazza dei sindacati. L'Irlanda ha già tagliato  le retribuzioni dei dipendenti statali e ridotto drasticamente la spesa pubblica e si ritroverà oltretutto a dover contribuire al salvataggio greco. Alla prossima difficoltà, perché Dublino (oltre a Lisbona o Madrid) non dovrebbe fare marcia indietro ed affidarsi alle stesse tattiche della Grecia, visto che essere virtuosi non paga?

Numerosi opinionisti, competenti o meno di economia, si stanno affrettando a declamare la necessità di un salvataggio della Grecia, colpita dalla "speculazione". Si tratta dell'errore più recente in una catena di decisioni politiche nelle quali i comportamenti più irresponsabili sono stati sempre ignorati o addirittura premiati, scoraggiando così comportamenti virtuosi, rendendo più probabile proprio la crisi che si vorrebbe evitare.

Il caso dell'Irlanda, comparato con quello greco, è un paragone interessante. Di fronte alla crisi, il governo di Dublino ha impugnato l'ascia: le retribuzioni dei dipendenti pubblici sono state tagliate del 7 percento a Febbraio 2009 e di nuovo  ad ottobre. Non un euro è stato chiesto agli altri paesi membri e la piccola nazione sta facendo di tutto per rientrare verso i parametri del patto di stabilità.

Atene, al contrario,ha sprecato il dividendo dell'accesso all'euro per gonfiare la propria spesa pubblica a livelli insostenibili, coccolare ogni categoria ipersindacalizzata e mantenere viva e vegeta quella cultura sindacal-corporativa che ha devastato il Regno Unito prima della signora Thatcher e che ha  deistrutto il miracolo eocnomico italiano, trascinandoci nel medio periodo nella melma di Tangentopoli e delle crisi valutarie.  Inoltre, ha sistematicamente falsificato i propri conti, ingannando gli investitori. Le istituzioni europee hanno di fatto chiuso un occhio sulle ripetute violazioni del patto di stabilità, soprattutto grazie alle pressioni di Francia e Germania, che per vantaggi di breve periodo hanno minato alla base l'euro ed il trattato di Maastricht

Si agggiunga che la crescita del PIL irlandese non è stata sostenuta soltanto dall'esplosione della spesa pubblica e della speculazione immobiliare, come in Grecia. Dublino ha riformato drasticamente la propria legislazione e il proprio sistema fiscale e pensionistico a partire dagli anni '80, innalzando drasticamente la produttività in numerosi settori chiave; è ragionevole pensare che prezzi e redditi siano stati gonfiati da una bolla a partire all'incirca dal 2004, ma questo non nega gli enormi progressi compiuti nei 15 anni precedenti. L'economia greca, al contrario, è ancora ingessata ed in preda ad uno stato rapace, assistito da sindacati pervasivi e da un assetto legislativo e regolamentare che premia le aziende che eccellono nell'aggiudicarsi favori e non nella competizione sul mercato.

Di fronte a questa disparità,  l'Unione Europea ha sempre dichiarato a parole di volere rispettare le sagge linee guida del Trattato di Maastricht, che vorrebbero imporre penalizzazioni agli stati meno virtuosi; e che cvietano, per questo motivo, di garantire il debito di un altro stato; nei fatti, invece, si è corsi in aiuto della Grecia,  nazione cicale e traditrice dello spirito e della lettera dei trattati; si è lasciata sola invece la virtuosa Irlanda; per aggiungere il danno alla beffa, ora si chiede a Dublino di contribuire al salvataggio di Atene.  La lezione, per qualsiasi politico di una nazione in difficoltà, è identica a quella tratta da ogni banchiere dopo un salvataggio a spese del contribuente: perché doversi affannare per rimettere in sesto i conti, quando basta minacciare l'insolvenza per essere aiutati dal Pantalone di turno?

Perché il governo portgohese o irlandese dovrebbe sforzarsi di risolvere i propri guai varando impopolari misure di austerità, quando è sufficiente dichiarasi area disastrata e pretendere che sia l'Unione Europea, in barba alel clausole di Maastricht, a levar loro le castagne dal fuoco? La risposta è semplice:  non accadrà. A meno di una miracolosa ripresa economica, il salvataggio greco sarà soltanto il primo di una serie, esattamente come se nulla si fosse fatto, a questo stadio. La differenza è che tutti noi pagheremo il conto, invece di lasciarlo pagare agli acquirenti di debito greco. La natura di tali investitori è, d'altronde, una delel chiavi per comprendere il comportamento apparentemente contraddittorio  dei politici tedeschi.

L'accusa rivolta agli "speculatori" è infatti patetica: il maggiore danno lo hanno fatto le politiche monetarie delle banche centrali, enti statali , e gli investimenti di enti parastatali  tedeschi e francesi. I mercati hanno reagito come era prevedibile: scoppiata la bolla finanziaria, i titoli greci hanno cominciato a declinare e la Grecia ha dovuto pagare tassi sempre più alti. Alla scoperta delle manipolazioni di bilancio e con  i nuovi dati che dientificavano una situazione finanziaria insostenibie,  il problema è letteralmente esploso, ma qualunque investore sapeva che la Grecia era comunque un investimento rischioso e per questo tanto remunerativo, rispetto ai titoli tedeschi  o persino italiani.  Nulla di strano, quindi , che chi abbia preso il rischio senza saperlo valutare adesso si trovi costretto a soffrire: nel mercato finanziario, come in ogni mercato, chi sbaglia dovrebbe pagare, e solo i concorrenti più avveduti sopravvivono e prosperano.  Purtroppo, i "mercati finanziari" sono invece uno dei mercati meno liberi che si possano immaginare, vista la preponderanza dell'intervento statale, nascosto dietro la politica monetaria delle banche centrali e le barriere all'entrata imposte dalle autorità di vigilanza.

Non è un caso che i maggiori detentori di titoli greci siano maniera sproporzionata da banche di proprietà statale in Germania e da assicurazioni francesi: due tipologie di investitori di fatto riparati dalla disciplina di mercato, grazie ai propri appigli politici. E, non per caso, la reazione alla crisi greca e la maggiore retorica "solidaristica" viene proprio dai governi tedesco e francese, terrorizzati all'idea di dover versare miliardi di euro per aiutare direttamente istituzioni finanziarie domestiche, di quelle che "non parlano inglese" e che non possono  essere accusate di capitalismo rapace, essendo legate a filo doppio agli stessi politici. La soluzione scelta, ossia far pagare il contribuente europeo, non ha nulla di inevitabile, se non per i politici che hanno contribuito a crearla e che voglino a tutti i costi evitare di pagarne le conseguenze.

venerdì, gennaio 16, 2009

Italia? Islanda? No, Irlanda

Di recente un nuovo acronimo si è fatto strada nel mondo dei mercati del reddito fisso : PIGS, ossia "Maiali" in inlgese. E' la sigla che racchiudeva, sino ad oggi, Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, le tre nazioni europee considerate a maggior rischi di declassamento del debito.
Il tanto vituperato Belpaese ha invece visto il proprio rating affermato da S&P, al contrario degli altri membri dell'infelice club, colpiti ancora più duramente di noi dallo scoppio delle bolle che ne avevano gonfiato la crescita negli ultimi anni.
Urge, quindi, una nuova lettera "I". La Repubblica d'Irlanda ne ha fornito l'occasione con il salvataggio di Anglo Irish Bank, che ha esposto l'estensione della crisi che attanaglia la piccola nazione celtica. Una crisi talmente grave da evocare lo spettro di un'altra I: l'Islanda, collassata sotto il peso di un settore finanziario drogato all'estremo da garanzie statali implicite quanto insostenibili.
Il governo irlandese ha garantito il debito bancario delle istituzioni irlandesi, sino ad un massimo combinato di 100 miliardi di euro ed aveva già iniettato capitale in Anglo Irish, fra le altre, il 22 dicembre. Purtroppo per l'Irlanda, non è stato sufficiente e il governo è stato costretto al salvataggio. Dico costretto, perché un mancato salvataggio avrebbe fatto scattare la garanzia da 100 miliardi, una somma che il governo irlandese non ha. Non ha , pare , neppure i soldi per la prossima emergenza, tant'è vero che starebbe pensando ad un pachcetto di aiuti da parte del FMI: partirono per salvare, dovettero essere salvati.

Oltre alle normali considerazioni, ne urge una riguardante, di nuovo, le agenzie di rating. L'Irlanda ha un rating tripla A, il massimo ottenibile. Come lo aveva l'Islanda, sino a poco prima del tracollo. Come è possibile? A quando una revisione dei modi per concedere tali rating, che sono una delle maggiori cause della débacle islandese?
Basterebbe, per cominciare, applicare i criteri impiegati dalle stese agenzie, quando valutano il merito di credito di una azienda. Uno di tali criteri è quello dimensionale: a parità di indicatori, le dimensioni assolute dei flussi di cassa contano: chi vale miliardi non è soltanto "troppo grande per fallire", ma ha anche, normalmente, una volatilità minore nelle proprie entrate, perché è spesso maggiormente diversificato.
Lo stesso dovrebbe valere per un governo, evitando che nazioni delle dimensioni di una provincia italiana vengano valutate dagli investitori allo stesso livello di emittenti ben più stabili, se non per le dimensioni del proprio stesso mercato.



HAt tip: FT Alphaville

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