Nei giorni del panico più totale, la Borsa di Milano chiude per "problemi tecnici". Complimenti ragazzi, avanti così. I ocmplottisti saranno felici, i nostalgici dell'economia corporativa, che non parla inglese e dove si nasconde tutto sotto il tappeto fino a quando non prende fuoco stanno sicuramente sorridendo. Senza capire, ovviamente, che vivono già nel sistema dei loro sogni, qui in Europa ed è proprio quel sistema che ci sta regalando quest'incubo.
venerdì, maggio 07, 2010
lunedì, febbraio 22, 2010
IL malanno economico giapponese passa al prossimo stadio
Masaaki Shirakawa, il governatore della banca centrale giapponese, ha annunciato che ricomincerà a stampare moneta a pieno regime e che riaprirà le operazioni di prestito a brevissimo termine che tanto hanno contribuito alla bolla finanziaria.
L'obbiettivo dichiarato è quello di una lotta alla deflazione, nella classica retorica keynesiana della benefica "fornitura di liquidità"; quello ufficioso è provocare una svalutazione del tasso di cambio senza dover ricorrere a strumenti ufficiali che scatenerebbero una corsa alla svalutazione dalla quale il Giappone uscirebbe perdente. Questa soluzione non ha funzionato negli ultimi vent'anni e non riusciamo a vedere come potrebbe funzionare ora: una fluttuazione del tasso di cambio non è una cura, ma una soluzione temporanea che permette di guadagnare tempo, mentre l'economia reale si aggiusta alel modifiche di domanda ed offerta. Se il cambio viene manipolato, si rimane con una struttura industriale immutata, una maggiore inflazione e ridotti incentivi a migliorare la competitività dei setoori economici meno efficienti.
Il problema giapponese sta proprio, invece, in quello che Keynes ed i keynesiani hanno sempre finto di non vedere: nei bilanci, non nella spesa. L'assunto keynesiano è che si deve sostenere la domanda, di qualsiasi genere esso sia e che gli investimenti siano sempre positivi. Ma la bolla finanziaria degli anni '80 è nata proprio da una bolla immobiliare e finanziaria dovuta ad errori di politica governativa. Allo scoppio della bolla, il governo dsi è rifiutato di accettare il rientro alla normalità, con il ritorno dell'attività economica a livelli inferiori ed il riconoscimento del calo dei prezzi dei beni patrimoniali. Al contrario, ha continuato nella negazione della realtà: alle banche è stato permesso di occultare le perdite su crediti, mentre programmi di spesa in deficit hanno simulato che il problema fosse temporaneo. Nel frattempo, tuttavia, veniva erosa la fiducia nel funzionamento del mercato: consumatori e produtttori erano coscienti dello stato reale dell'economia e quindi si rifiutavano di investire, o di fidarsi d'intermediari finaznairi decotti. Nel frattempo, le aziende sussidiate diventavano degli zombie, che impedivano alle nuove imprese innovative di crescere.
Purtroppo, si tratta esattamente del tipo di soluzione che non prevede per i politici alcuna opera da inaugurare, nessuna comparsata televisiva, nessuna opportunità di voto di scambio a colpi di fondi pubblici e di nminacce di persecuzione giudiziaria. Di conseguenza, dubitiamo che verrà mai approvata. Accontentiamoci della gogna e dei soliti, vecchi metodi, che massimizzano l'utilità per gli "unti dal popolo" a spese dei cittadini.
Hat tip: ZeroHedge
mercoledì, gennaio 27, 2010
This time is different: otto secoli di follie finanziarie
Se la storia economica fosse insegnata meglio nelle facoltà di economia avremmo forse meno illusioni volontaristiche sulla nostra possibilità di controllare perfettamente gli eventi; sono queste illusioni che ci regalano non soltanto bolle, e crisi, ma soprattutto vedremmo in maniera più razionale la vera bolla: l'illusione del socialismo e dell'economia resa perfetta dalla pianificazione dall'alto, un'illusione alla base delle "soluzioni" che seminano i germi di ulteriori crisi. Il titolo stesso del libro è un avvertimento contro il perfettismo costruzionista; si tratta infatti della citazione di un vecchio proverbio di Wall Street: "Vi sono quattro parole che hanno fatto più danni ai mercati di quanti ne faccia una guerra. Queste parole sono: questa volta è diverso"
Posted by J.C. Falkenberg at 1:35 PM |
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giovedì, gennaio 21, 2010
E questo lo chiamate capitalismo?
Morgan stanley paga il 62% delle proprie entrate in stipendi e bonus, mentre la banca affronta una perdita. IN un'azienda normale gli azionisti starebbero già chiedendo la testa del management. In una banca, questo non è possibile, vista l'acquiescenza del vero azionista di maggioranza: la banca centrale e le autorità di vigilanza, che controllano di fatto il processo di selezione ed approvazione del management, senza contare il prezzo e il quantitativo della materia prima per l'attività bancaria , ossia i tassi di interesse e la liquidità. Sentirete giustamente parlare dell'avidità dei banchieri e del capitalismo; non è invece colpa del "mercato": è colpa di chi impedisce agli azionisti, ossia al mercato, di correggere gli errori di coloro che vengono protetti da quegli stessi politici e burocrati che hanno bloccato e bloccano il corretto funzionamento del mercato, al quale attribuiscono però le conseguenze dei propri precedenti errori ; ricordatevelo, quando sentirete le proposte di correggere gil "eccessi" tramite maggiori regolamentazioni, ossia la stessa strada che ci ha già portato a questa crisi. Da quando ripetere gli stessi errori aiuta a risolverli?
Hat tip: DealBook Blog
Posted by J.C. Falkenberg at 10:20 AM |
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lunedì, novembre 09, 2009
Morti viventi (finanziari) a confronto: in Giappone la aziende, negli USA tocca alle famiglie.
La crisi giapponese degli anni'90 è stata caratterizzata dalla presenza delle zombie corporations; negli USA, assistiamo al fenomeno degli "zombie households", ossia delle famiglie ridotte a zombie da un malinteso "supporto pubblico" .

Le zombie corporations erano le aziende insolventi tenute a galla da prestiti di favore del sistema bancario, generosamente sussidiato tramite tassi a zero. Il supporto ad aziende decotte ha ritardato la ristrutturazione del sistema, continuato ad affondare in aziende senza speranza risorse scarse come credito e lavoratori abili, che sarebbero stati meglio impiegati dalle aziende sane; le aziende profittevoli ed i settori all'avanguardia sono stati invece costretti invece a subire la concorrenza degli zombie, di fatto sussidiati dl governo tramite le banche, oltre che a subire l'onta di pagare tasse impiegate per favorire i propri stessi concorrenti. L'Italia ha subito una dinamica analoga negli anni'70 , quando ingenti risorse pubbliche vennero investite nel salvataggio di aziende decotte e nella creazione di un impero economico parastatale mantenuto a spese delle aziende sane e delle tasche del contribuente.
Il rifiuto di accettare la realtà economica e la necessità di lasciar fallire chi ha sbagliato, ripulendo il sistema, rischia di gettare le famiglie USA in un circolo vizioso analogo a quello del settore aziendale giapponese. Annaly Capital Management evidenzia come i dati che evidenziano lo stress finanziario delle famiglie americane siano fuori da ogni norma storica. I livelli d'indebitamento sono stati eccessivi e il mercato del lavoro e quello immobiliare sono cambiati in maniera drastica; l'eccesso di debito, non può che essere eliminato tramite una politica che accetti un elevato grado di ristrutturazione del debito, anche tramite bancarotte personali delle famiglie che hanno imprudentemente impiegato le proprie abitazioni come "bancomat" per troppo tempo. In questo momento, il debito immobiliare sta inceppando anche uno dei grandi meccanismi di aggiustamento della forza lavoro negli USA, ossia la mobilità interna. Chi potrebbe trovare lavoro in un altro stato spesso non può trasferirsi: la propria casa vale meno dei debiti dovuti su di essa, mentre le case nello stato di destinazione sono spesso troppo care, a causa degli incentivi governativi che gonfiano sia la domanda che, soprattutto, le aspettative dei proprietari attuali, con il risultato di ridurre lo stock offerto.
Hat tip: PragCap .Crossposted from Macromonitor
lunedì, marzo 09, 2009
R.I.P. Tiscali: sospende il pagamento degli interessi sul debito: moratoria o insolvenza?
Continua il periodo no per Renato Soru: prima perde la Sardegna, adesso rischia di perdere Tiscali.
Le trattative per vendere le attività nel Regno Unito, l'ultimo gioiello rimasto alla società sarda, si sono bloccate, con la conseguenza che Tiscali non ha probabilmente cassa sufficiente per andare avanti, a meno di drastiche ristrutturazioni del debito. L'azione non riesce ad aprire in Borsa, il prezzo di apertura sarebbe inferiore di oltre il 40% a quello di chiusura di venerdì.
E' di oggi l'annuncio della "volontà di sospendere" il pagamento degli interessi sui prestiti bancari. Se le banche non si accordano rapidamente per una moratoria ed una successiva ristrutturazione del debito su base volontaria, nella peggiore delle ipotesi potrebbero scattare la dichiarazione d'insolvenza e la messa in amministrazione straordinaria.
O le banche accetteranno quindi l'autoriduzione degli interessi modello spesa proletaria o mutuo sociale, con conseguente riscadenziamento più o meno pesante del debito, oppure la compagnia fodnata da Soru potrà soltanto portare il libri in tribunale. Un finale amaro per l'imprenditore sardo, che da Governatore della Sardegna e imprenditore di successo della New Economy era visto come l'ex risposta trendy ed equosolidale della bella sinistra al caimano Berlusconi.
Update: meglio di noi, Phastidio e Mario Sechi
Hat tip: destralab
Posted by J.C. Falkenberg at 10:51 AM |
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lunedì, marzo 02, 2009
Le parole contano: commissariare è una soluzione, nazionalizzare è soltanto un disastro
Il mio socio racconta oggi dei sospetti del mercato sulle "nazionalizzazioni". Sarebbe anche ora che si facesse chiarezza su di un termine ambiguo e potenzialmente pericoloso.
Il mercato al momento sta cominciando a scontare il rischio che non saranno soltanto gli azionisti, ma anche gli obbligazionisti a pagare un prezzo per le follie bancarie degli ultimi anni - ed ha ragione. In un mondo razionale, gli azionisti e gli obbligazionisti devono subire le perdite derivanti dagli errori dei dirigenti che essi stessi hanno eletto e le pratiche aggressive ed imprudenti che hanno finanziato.
Un provvedimento di nazionalizzazione che salvi gli obbligazionisti sarebbe completamente iniquo, perché i loro titoli diventerebbero garantiti di fatto dallo Stato, con un enorme aumento di pregio, invece di essere penalizzati i propri errori di valutazione.
Una nazionalizzazione, anche punitiva quanto una procedura di amministrazione controllata, sarebbe marginalmente migliore, ma comunque esiziale per la salute a lungo termine di una economi e di una società libera, Anche escludendo il pessimo segnale inviato agli individui - esagerate e sbagliate pure, pagheranno i contribuenti virtuosi.
Da un lato, nasconderebbe sotto una pioggia di denaro pubblico le tracce dei principali colpevoli: il potere politico e le burocrazie governative, da sempre legate a filo doppio all'attività bancaria tramite la manipolazione dell'unico settore sempre gestito in regime di totale monopolio politico: la gestione della moneta.
Dall'altro, un provvedimento di nazionalizzazione implica la proprietà statale, il che significa che il potere politico avrà il diritto di manipolare il credito a proprio piacimento, tramite pressioni sui dirigenti bancari: il risultato sarà un'ambiente dove i favoriti dai politici avranno ampio credito a tassi vantaggiosi, mentre tutti gli altri verranno lasciati, semplicemente, a secco. La storia abbonda di numerosi esempi di questo genere, a fronte di pochissimi casi virtuosi.
Come ho già scritto, una sana politica di soluzione del problema bancario passa attraverso i tribunali e la legislazione, non l'arbitrio governativo: la procedura di amministrazione straordinaria impedirebbe di ai politici di prendere il controllo delle banche nascondendosi dietro la facciata dell'emergenza; permetterebbe di mantenere operative le funzioni di base di un'azienda bancaria, ossia la fornitura di credito ed i servizi di pagamento; consentirebbe di ristrutturare il passivo delle banche, addossando le perdite alle parti che ne portano la responsabilità: gli azionisti che hanno percepito dividendi eccessivi, ma anche gli obbligazionisti.
L'assicurazione dei depositi verrebbe garantita, a spese del contribuente: si spera che il costo faccia aprire gli occhi ai contribuenti, rendendo espliciti i costi del fallimento di politiche di "garanzia" che garantiscono soltanto banchieri centrali e coloro che gonfiano il credito usando soldi altrui.
I politici non porterebbero tuttavia diluire, procrastinare e nascondere il risultato delle proprie follie tramite l'apporto di denaro pubblico a titolo di capitale e le magniloquenti dichiarazioni di "politica industriale": i panni verrebbero lavati in pubblico, finalmente.
Posted by J.C. Falkenberg at 4:18 PM |
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mercoledì, febbraio 25, 2009
Wall Street: l'ultimo chiuda la porta?
Esiste una notevole differenza fra questo minimo dei mercati azionari ed il precedente, avvenuto a Novembre. Allora l'ondata di vendite era originata dalla necessità degli hedge fund di ridurre le proprie posizioni, a causa della mancanza di finanziamenti e dell'ondata di riscatti di quote che si trovavano costretti ad onorare. Questa votla, pare che gil hedge fund non siano particolarmente coinvolti, ma che siano gli investitori individuali, il nucleo del popolo dei "cassettisti", abituato a comprare azioni e a detenerle per lunghi periodi, a vendere in massa quasi qualsiasi azione .
Nel medio periodo, potrebbe persino essere un segnale positivo: quando i piccoli investitori escono e gettano la spugna, senza che nessuno raccolga il testimone, siamo di solito si minimi storici e si intravede la fine del tunnel - non si può essere più negativi di "vendo, a qualsiasi prezzo". Il problema è che la fine del tunnel può essere davvero lunga: questa uscita in massa impedisce probabilmente una ripresa immediata, a V.
Hat tip: MarketBeat
giovedì, febbraio 05, 2009
La Lista dei clienti di Madoff
Ecco la lista completa dei clienti di Madoff . HAt tip: The Big Picture:
Madoff Client List
lunedì, febbraio 02, 2009
S&P, I presagi non sono buoni
Da MarketBeat , qualcosa per gli amanti della statistica:La caduta dell'indice S&P di un record -8.5% non promette nulla di buono. La performance di Gennaio dell'indice è di norma un discreto indicatore del resto dell'anno: dal 1950 ad oggi, la performance dell'indice in Gennaio è stata molto diversa da quella dell'anno solare successivo soltanto in 5 anni. Non sarà robustissimo, ma avremmo fatto a meno di un altro segnale negativo."The Standard & Poor’s lost about 8.5% for the month, its worst in history, surpassing the 7.7% decline in January of 1970. And unfortunately, January, more often than not, is a harbinger of things to come for markets — it proved as much in 2008, and has predicted the outcome of the year more often than not. According to the Stock Trader’s Almanac, since 1950, the January indicator has scored only five major errors — years where the performance in the first month of the year was markedly different from the end-of-year performance. There are 10 other years in which the average diverged from its year-end result, but the S&P gained or lost no more than 5% in those years for a relatively flat performance"
venerdì, gennaio 16, 2009
Italia? Islanda? No, Irlanda
Di recente un nuovo acronimo si è fatto strada nel mondo dei mercati del reddito fisso : PIGS, ossia "Maiali" in inlgese. E' la sigla che racchiudeva, sino ad oggi, Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, le tre nazioni europee considerate a maggior rischi di declassamento del debito.
Il tanto vituperato Belpaese ha invece visto il proprio rating affermato da S&P, al contrario degli altri membri dell'infelice club, colpiti ancora più duramente di noi dallo scoppio delle bolle che ne avevano gonfiato la crescita negli ultimi anni.
Urge, quindi, una nuova lettera "I". La Repubblica d'Irlanda ne ha fornito l'occasione con il salvataggio di Anglo Irish Bank, che ha esposto l'estensione della crisi che attanaglia la piccola nazione celtica. Una crisi talmente grave da evocare lo spettro di un'altra I: l'Islanda, collassata sotto il peso di un settore finanziario drogato all'estremo da garanzie statali implicite quanto insostenibili.
Il governo irlandese ha garantito il debito bancario delle istituzioni irlandesi, sino ad un massimo combinato di 100 miliardi di euro ed aveva già iniettato capitale in Anglo Irish, fra le altre, il 22 dicembre. Purtroppo per l'Irlanda, non è stato sufficiente e il governo è stato costretto al salvataggio. Dico costretto, perché un mancato salvataggio avrebbe fatto scattare la garanzia da 100 miliardi, una somma che il governo irlandese non ha. Non ha , pare , neppure i soldi per la prossima emergenza, tant'è vero che starebbe pensando ad un pachcetto di aiuti da parte del FMI: partirono per salvare, dovettero essere salvati.
Oltre alle normali considerazioni, ne urge una riguardante, di nuovo, le agenzie di rating. L'Irlanda ha un rating tripla A, il massimo ottenibile. Come lo aveva l'Islanda, sino a poco prima del tracollo. Come è possibile? A quando una revisione dei modi per concedere tali rating, che sono una delle maggiori cause della débacle islandese?
Basterebbe, per cominciare, applicare i criteri impiegati dalle stese agenzie, quando valutano il merito di credito di una azienda. Uno di tali criteri è quello dimensionale: a parità di indicatori, le dimensioni assolute dei flussi di cassa contano: chi vale miliardi non è soltanto "troppo grande per fallire", ma ha anche, normalmente, una volatilità minore nelle proprie entrate, perché è spesso maggiormente diversificato.
Lo stesso dovrebbe valere per un governo, evitando che nazioni delle dimensioni di una provincia italiana vengano valutate dagli investitori allo stesso livello di emittenti ben più stabili, se non per le dimensioni del proprio stesso mercato.
HAt tip: FT Alphaville
martedì, dicembre 23, 2008
Luci spente in Cina?
Le statistiche cinesi sono spesso poco affidabili, ma il numero di indicatori che puntano ad una brusca decelerazione delal crescita stanno aumentando, sino a far temere ad alcuni un declino di lungo periodo sia per la nazione asiatica che per l'economia globale. Ancora più temiible del calo delle riserve valutarie è quello della produzione di energia elettrica: il calo del 9% in Novembre non è compatibile con una semplice decelerazione fisiologica della crescita, ma indicherebbe un vero e proprio crollo della produzione industriale ed il passaggio a tassi di crescita decisamente inferiori a quelli degli ultimi anni.
Buona parte della crescita cinese è reale, ma una fraizone rilevante è sicuramente frutto della bolla speculativa derivante dalla politica monetaria americana e dal "dumping valutario" cinese implicito nello schema di "finanziamento alla vendita" macroeconomico sostenuto da una decina d'anni.
Al fine di mantenere stabile la crescita occupazionale ed evitare quindi tensioni sociali, il regime cinese ha avuto la necessità di gonfiare l'industria manifatturiera tramite le esportazioni. Uno dei metodi impiegati è stato il diktat alla banca centrale cinese per mantenere lo yuan ad un tasos di cambio sottovalutato rispetto al dollaro, causando una crescita esponenziale delle riserve valutarie cinesi.
La modalità d'impiego di tali riserve è stata funzionale all'obiettivo di mantenere elevate i volumi delle esportazioni: la disponibilità cinese a finanziare il debito statunitense ha agito come uno oschema di credito al consumo a livello nazionale, spingendo i tassi d0interesse negli USA al di sotto del livello di equilibrio, stimolando così la domanda di merci - normalmente cinesi.
Questo fattore è evaporato negli ultimi mesi, togliendo di fatto il terreno sotto ai piedi di una parte dell'industria manifatturiera cinese. Chi di dumping ferisce, di dumping rischia, se non di perire, almeno di soffrire.
Hat tip: naked capitalism
lunedì, settembre 29, 2008
Mercati, il termometro della paura continua a salire
L'ondata di nazionalizzazioni annunciata in queste ore non serve per il momento a placare i mercati, ma sta invece devastando anche alcuini emittenti governativi per il fondato timore di aumento dell'indebitamento per finanziare i salvataggi : il Libor dolalro è shcizzato al 2.73%, i titoli belgi spagnoli ed italiani stanno venendo massacrati, relativamente al "sicuro" Bund tedesco.
Il mercato del credito continua ad essere sotto pressione, con gli spread in allargamento, mantre la società responsabile dell'indice sul credito americano, il CDS, ha annunciato il posticipo del lancio della nuova serie, che dovrebbe avvenire ogni sei mesi.
lunedì, settembre 22, 2008
Abbiamo bruciato "solo" la metà
"Shorn of all its complexity, the finance industry is caught between two brutally simple forces. It needs capital, because assets like houses and promises to pay debts are worth less than most people thought. Even if some gain from falling asset prices, lenders and insurers have to book losses, which leaves them needing money. Finance also needs to shrink. The credit boom not only inflated asset prices, it also inflated finance itself. The financial-services industry’s share of total American corporate profits rose from 10% in the early 1980s to 40% at its peak last year. By one calculation, profits in the past decade amounted to $1.2 trillion more than you would have expected." The Economist
LA buona notizia è che le svalutazioni, sinora, sono state di circa 550 miliardi. Abbimao ancora un discreto cuscinetto, nonstante i dividendi?
lunedì, settembre 15, 2008
AIG - in caduta libera. Peggio di Lehman?
-47% . Non male per una delle prime assicurazioni mondiali, con una raccolta premi di circa 100 miliardi ed una capitalizzazione di circa 30 a venerdì. Mi preoccuperei di loro ben più che di Lehman Brothers. Nel caso di Lehamn, abbiamo seri problemi tecnici, risolvibili con cooperaizone fra i market makers.
Nel caso di AIG, il buco sarebbe gigantesco, vista la sua rilevanza come fornitore di servizi assicurativi a livello mondiale da un lato e dall'altro come investitore, ossia cliente primario per molte delle maggiori banche e società di asset management a livello mondiale.
Anche nel mercato del credito vero e proprio , il danno potenziale sembra enorme: AIG è il primo venditore di CDS, vende insomma anche protezione assicurativa alle banche contro il fallimento dei propri debitori. Secondo alcune ricerche, il danno sarebbe maggiore di quello del fallimento sia di Lehman che di Merrill Lynch.
lunedì, luglio 21, 2008
Banche, Quanto devono soffrire i contribuenti?
L'economistra Charles Wyplosz riassume alcune delle posizioni sul dibattito che si è aperto sulal crisi e sui metodi per risolverla od attutirne le conseguenze. Purtoppo, al contribuente tocca pagare almeno parte del conto, ma non è detto che il pretesto della stabilità di sistema impedisca di punire i "coplevoli" e cercare di ripristinare il corretto funzionamento del mercato, senza scivolare nel dirigismo socialista.
L'ammirazione per per Walter Bagehot è condivisibile; è stato un vero precursore, le cui lezioni riguardo al ruolo delle autorità monetarie sono purtroppo soltanto parzialmente applicabili ai giorni nostri; trovo soprattutto ragionevole la raccomandazione di essere spietati con gli azionisti - hanno goduto degli onori, adesso devono sopportare gli oneri; nel caso dei creditori, il dannno deve essere limitato dalle considerazioni di rischio sistematico, ma non deve essere eliminato.
Gli esempi di Svezia e Giappone negli anni 1990 chiariscono il motivo, anche se sono soltanto parzialmente applicabili e mascherati da forme tecniche che fanno sembrare quella svedese una soluzione meno "di mercato" di quella giapponese: la nazionalizzazione svedese, in realtà , ha imitato il funzionamento di un sano meccanismo di mercato, badando soltanto a non danneggiare eccessivamente le banche sane, mentre l'intervento statale giapponese è stato quasi più pervasivo e molto più ambiguo.
Entrambe le nazioni hanno subito una crisi bancaria, ma la reazione fu molto differente. In Svezia, gli azionisti sono stati di fatto espropriati quando il sistema era ad un passo dal fallimento, le banche ricapitalizzate e poi venute rapidamente al miglior offerente. In Giappone, il governo e la banca centrale hanno fatto di tutto per aiutare i banchieri, più che le banche, sussidiando indirettamente o direttamente il sistema e bloccandone così le possibilità di riforma.
Voloro che, in Italia o negli USA, parlano di estensione del ruolo statale, dovrebbero ricordarsi di questi esempi. Un intervento governativo può trattarsi del male minore, ma va mantenuto al minimo livello possibile, soprattutto in temrini di durata. Ricordiamoci che in un settore pesantemente regolamentato come quello finanziario, un intervento statale segnala innanzitutto il fallimento delle regolamentazioni precedenti, e non (soltant) il fallimmento di un mercato portato al guinzaglio e tutt'altro che libero.
domenica, luglio 13, 2008
MA va tutto bene, escluse le banche. Esclusa Fanni Mae. Escluso tutto.
Va bene, la banche fanno pena. Va bene, l'inflazione galoppa. OK, Freddie MAc e Fannie Mae stanno giungendo alla naturale conclusione di ogni azienda di Stato che non viene privatizzata vomletamente, ossia al fallimento. Ma il resto delle aziende continuano a produrre utili , vero?
Ehm. No.
AL momento, sembra che per il terzo trimestre consecutivo le aziende comprese nelll'indice S&P 500 riporteranno risultati peggiori delle aspettative, che erano gia' state sostanzialmente ridotte. Come nei due trimestri precedenti. Il settore finanziario e' indubbiamente il maggior responsabile, ma certi malesseri hanno la sgradevole abitudine di diffondersi, soprattutto quando a prendersi la polmonite e' un settore centrale per il buon funzionamento della nostra economia.
Well, at least the market still has earnings…or not. Headed into next week, when 59 members of the Standard & Poor’s 500-index report earnings, the blended growth rate for the second quarter is for a 14.7% decline in year-over-year earnings. On July 1, the consensus was for an 11.5% decline, according to Thomson Reuters. Barring a major reversal (i.e., manna from heaven), this is going to be the fourth consecutive quarter of negative growth in the stock market. Once again, financial shares are the culprit, as the expectation is for a 72% decline, compared to a 66% decline one week ago. What’s been disconcerting about the past three quarters is this: Generally, analysts lower earnings estimates as the quarter wanes, and companies clear the lowered bar — but that hasn’t happened in the last three earnings periods. But the S&P 500’s actual growth has fallen short of estimates for three consecutive quarters, and it may happen again. “It probably will turn at some point, but for this quarter, your guess is as good as mine – I wouldn’t even wager a guess,” says John Butters, director of U.S. earnings research at Thomson Reuters.
fonte: WSJ
venerdì, luglio 04, 2008
Decade '00, decade persa
Il rendimento delle azioni americane dal 2000 al 2007? 1.66 . Praticamente Zero.
Chi talvolta capita su questo blog sa che, nonostante il mio giudizio positivo su alcuni facili capri espiatori altrui, quali gli USA e la "globalizzazione", altendo ad essere un "orso", abbastanza pessimista sull'andamento della maggior parte dei mercati finanziari.
Il risultato e' tuttavia inquietante anche per me: per vedere una decade con rendimenti tanto magri, bisogna tornare alla Grande Depressione e allo shock petrolifero degli anni Settanta.
Cosa e' successo? Siamo di nuovo di fronte ad una crisi di queste dimensioni? In parte si' e la colpa non e' ne' dei mercati, ne' della globalizzazione.
Gli USA si stanno incamminando verso il percorso gia' seguito in Europa, anche se in maniera forse reversibile e con qualche variazione dovuta al proprio ruolo imperiale: il rifiuto di accettare la realta' e, quindi , l'impossibillita' di reagire alle sfide che essa pone; con il corollario della sfiducia in una economia libera, con il suo meccanismo di prezzi che impietosamente costringerebbero a rimboccarsi le maniche, il ricorso all'intervento statale per mantenere l'ilusione della stabilita'; un aumento dello stato sociale per i poveri e per le aziende che sta gia' riducendo gli investimenti infrastrutturali sia pubblici che privati, in una spirale di interventi colmi di buone intenzioni e di conseguenze "inattese" solo per chi non vuole vedere.
Se non si inverte la rotta, i radical-chic progressisti americani e quelli nostrani avranno cio' che vogliono: un'America europea, un'America impoverita e sconfitta. A seguire, l'ennesima conseguenza falsamente inattesa: un secolo cinese, ossia un medioevo ad alta tecnologia, a cui i chierici traditori si stanno gia' rassegnando esattamente come si erano rassegnati ai sovietici ed ai nazisti una generazione fa.
Saremo tanto fortunati da trovare un Churchill o un Reagan?
lunedì, giugno 23, 2008
Mononline- notizie dal fronte
La caduta delle assicurazioni monoline si sta avvicinando pericolosamente allo stadio finale: l'uscita dall'ambito finanziario e l'approdo alle aule di Tribunale. Nelle ultime notizie, a farla da padrone non sono più gli equilibri di bilancio, ma gli accordi straordinari di rinegoziazione dlele polizze, all'ombra di velate minacce da paerte delle autorità di vigilanza . Non si vuole chiamarlo default o ristrutturazione, ma ci siamo.
MBIA , nonostante l'aumento di cpaitale appena completato, si ritrova a rischio di una ulteriore emorragia a circa 7.5 miliardi di dollari. In tempi più felici, MBIA si era diedicata alla gestione di fontoi per conto di numerosi clienti istituzionali, attraverso strumenti chiamati "guaranteed investment contracts" : una sorta di polizza a ritorni mininim garantiti, impiegati al posto dei normali depositi bancari e che pagano tassi relativamente ridotti, grazie al prestigioso rating AAA. A causa del downgrade effettuato da Moody's, tuttavia, questo rating è saltato, permettendo in teoria agli investitori di richiedere che MBIA integri le garanzie di talicontratti.
Per MBIA si tratta dell'ennesimo problema di liquidità, problema pressante che la ha costretta a compromettere il poco futuro che le rimane con una mossa controversa: dopo avere ottenuto denaro fresco, si è rifiutata di versare 900 milioni nella propria sussidiaria responsabile direttamente dell'assicurazione dei bond. Tale mossa avrebbe permesso alla opco (come viene chiamata) di mantenere il prestigioso AAA, parmettendle di nutrire speranze di una futura ripresa del business. La decisione di bruciare tale possibilità, pur di mantenere cassa, la dice lunga sull'ottimismo del management di MBIA.
Continua su MacromonitorPosted by Unknown at 11:38 PM |
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lunedì, giugno 09, 2008
Lehman Bloodbath Reloaded - o no?
LEhman ha appena annunciato di aver venduto 130 miliardi di asset, aver aumentato la propria liquidità in cassa a 45 miliardi di dollari... ed aver perso quasi 3 miliardi di dollari, ossia 5.4 dollari ad azione. Per la cronaca, il consenso degli analisti era per una perdita di 38 centesimi ad azione, mentre il Wall Street Journal pubblicava i rumour di perdite "superiori" ai 2 miliardi e la raccolta di circa 6 miliardi agintivi di capitale proprio.
Il mercato sembra andare meglio invece che continuare a scendere. Cosa sono, in fondo, 3 mliliardi, quando hai qualcuno disposto a regalartene 6? Speriamo soltanto che gli investitori in Lehman siano più fortunati di quelli in Ambac: la compagnia riassicurazione ha bruciato in tre mesi di svalutayioni buona parte del capitale raccolto ad inizio anno.
