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mercoledì, giugno 16, 2010

Economia sociale ? Socialista

Altro che economia sociale di mercato, come ironizzano Libertiamo.it: sono troppo gentili con lorsignori in Parlamento. In Italia stiamo sperimentando quella che definirei economia socialista con elementi parodistici di mercato; non offendiamo il povero Erhard, che inventò la definizione di "economia sociale di mercato"; rispetto ai nostri politici sembrerebbe un incrocio fra Ron Paul e Mrs. Thatcher. Nella nostra povera penisola, abbiamo prima avuto la gioia della "terza via" corporativa, poi la "terza via" della cosiddetta economia mista, con i risultati che tutti conosciamo: lo spreco dell'occasione storica del miracolo economico, l'arricchimento di una vasta classe di sottogoverno e di faccendieri dediti alla raccolta di rendite parassitarie o quasi ed erroneamente definiti "imprenditori", l'impoverimento e la sclerosi di una nazione intera. Prima di blaterare di mercatismo, dovremmo smetterla d'illuderci di aver trovato terze vie, chimere che permetterebbero ai politici di avere la botte piena da spartire con le proprie clientele e la moglie ubriaca che lavora in maniera efficiente.

martedì, novembre 24, 2009

Zaiate

In un'intervista a Repubblica il ministro dell'Agricoltura Zaia difende l'operato di Tremonti nella gestione dei conti statali e respinge le accuse di favoritismo verso la Lega. "Tremonti si è trovato davanti una situazione raccapricciante. La sua linea di rigore non ha alternative in questa situazione di crisi", ha detto.
Tocca essere d'accordo con Zaia. Il problema è che il ministro dell'Agricoltura, in teoria abolito dieci anni fa, non è in accordo con se stesso: un giorno difende il rigore, il giorno prima invece sbraita per difendere gli agricoltori che campano a spese di sussidi europei e nazionali che minano tale rigore e costano decine di miliardi di euro alle tasche del Tesoro e direttamente al consumatore, grazie ai maggiori prezzi garantiti dalle normative, alle barriere alle importazioni dai paesi poveri e alle posizioni antiscientifiche e deliranti sugli OGM.

domenica, novembre 22, 2009

Brunetta-Tremonti: bersaglio gusto, motivi sbagliati

Brunetta attacca (di nuovo) Tremonti . Purtroppo, esiste il sospetto che il ministro valtellinese venga attaccato per i motivi sbagliati e che unsuo ridimensionamento non porterebbe quindi ad un avanzamento del(piccolo) programma liberale del governo, ma di un semplice ed illiberale aumento di spesa statale.
L'insoddisfazione nel governo deriverebbe infatti dai veti posti alle richieste di spesa dei ministeri; si tratta di una politica che invece ha aiutato e sta aiutando l'Italia a non avere problemi eccessivi con il proprio immane debito pubblico. Uso il condizionale, perché Brunetta si limita a parlare di semplice "opposizione" alle riforme, ma si tratta di un artificio retorico da parte del ministro della Funzione pubblica. IL Ministero del Tesoro ha poteri di veto soltanto quando si tratta di sborsare fondi e reperire risorse aggiuntive, ossia infilare le mani nel portafoglio dei contribuenti. Nel caso riforme e provvedimenti non abbiano alcun aggravio di spesa,non vediamo come il ministero dell'Economia potrebbe vietare alcunché agli altri ministeri. Sembra quindi legittimo il dubbio che si parli di "investimenti" e "riforme" intendendo "spesa" e "tasse".
La giustificazione secondo la quale il ministro del Tesoro dovrebbe allentare i cordoni della borsa per facilitare l'introduzione di riforme strutturali od investimenti imprescindibili non sembra particolarmente valida. Molte delle riforme necessarie non richiedono maggiori spese, dato che sono probabilmente a costo nullo o talmente ridotto da essere reperite mediante qualche sano taglio alla spesa; nuovi fondi potrebbero addirittura ridurre l'urgenza di modificare pratiche inefficienti e costose. La parziale eccezione, dal mio punto di vista, è costituita dalle spese per difesa e da quelle per le forze dell'ordine, includendo in senso lato anche protezione civile e vigili del fuoco. Su questi capitoli siamo colpevolmente in ritardo; in questo blog si ritiene lo stato un male necessario, ma pare ovvio che, data la sua esistenza, gradiremmo che i suoi compiti essenziali venissero svolti decentemente, prima di spendere denaro in campi che neppure lo statalista più incallito potrebbe definire come più importanti dell'ordine pubblico. Gli investimenti necessari per i piani di sviluppo delle infrastrutture possono essere finanziati tramite accordi con soggetti privati; si tratta di una strada che probabilmente garantirebbe minori costi e sicuramente maggior trasparenza, sia per quanto riguarda tempi e modi di spesa sia per la validità dei progetti.
Brunetta ha invece ragione quando critica il conservatorismo di cui si è fatto araldo Tremonti, ma non spende una parola per definirlo meglio: il vero delitto è quello che è stato definito "l'imbalsamazione del Paese" , uno sbandamento statalista e nostalgico verso quel modello corporativo che ci ha regalato il mostro del parastato, ha strangolato il miracolo economico nella culla e ci ha portati ad un passo dal fallimento in stile argentino. Forse Brunetta non ne parla per solidarietà generazionale e storica: questo "ancièn regime" che tanti danni ha procurato è eredità condivisa fascista, socialista e democristiana. Il modello a cui TRemonti sembra talvolta voler tornare ha devastato l'italia, non appena è divenuto dominante; la vicenda imbarazzante dei Tremonti-bond, gli interventi a favore di Alitalia e FIAT, il progetto della Banca del Sud sono tutte iniziative deleterie per lo sviluppo economico del paese, utili soltanto per fare demagogia spicciola sulla pelle delle future generazioni. Ci piacerebbe vedere Giulio Tremonti sostituito da qualcuno in grado di coniugare il suo rigore dal lato delle spese con una visione della società e degli individui più a tono con un governo che si ostina a definirsi "liberale" . Di questo, purtroppo, non si sente parlare.

venerdì, ottobre 16, 2009

Banca del Mezzogiorno: onestà cercasi

Crosspost from Giornalettismo

Riproporre un modello fallimentare dandogli una mano di vernice non risolverà i problemi del credito nel mezzogiorno.

Giulio Tremonti ha ottenuto in consiglio dei ministri il via libera per il ritorno al passato: quello privo degli orridi “mercatisti” che tanto detesta, ma affollato dei fantasmi dei disastri statali nel Meridione d’Italia. La Banca del Mezzogiorno arriverà al voto in Parlamento nei prossimi giorni e già Tremonti si sta impegnando in acrobazie verbali per deviare le perplessità in materia. Il primo scoglio da superare è evidente: già il nome, Banca del Mezzogiorno, evoca la sciagurata esperienza della Cassa del Mezzogiorno, un vero buco nero capace di inghiottire migliaia di miliardi delle vecchie lire, lasciando in eredità impianti industriali cadenti, devastazione ambientale e disagio sociale. Il risultato dell’intervento nel Mezzogiorno tramite la Cassa era una tragedia evitabile: Luigi Einaudi fece notare per tempo che sarebbe stato molto meglio favorire la vocazione turistica ed agroindustriale del Sud d’Italia, invece d’incentivare un processo d’industrializzazione pesante per cui le regioni meridionali non avevano i vantaggi comparati di altre zone dello Stivale. Luigi Einaudi, varrebbe notarlo, non era un inascoltato accademico, ma un economista ed opinionista di fama europea e fu Presidente della Repubblica; la scelta per la strada peggiore non fu quindi inevitaible o frutto d’ignoranza. La nuova Banca del Mezzogiorno è un’altra evitabile tragedia, se soltanto questo governo ricordasse le parole di uno dei suoi padri nobili.

STATALE O PARASTATALE? - Secondo il ministro, non si tratterebbe di una banca statale, ma di un’istituzione “disegnata dallo stato” , ed affidata ai privati. Purtroppo non si vedono al momento soggetti privati con un minimo di entusiasmo per il progetto: nonostante le agevolazioni fiscali che vengono promesse alla nuova entità. Il ministro starebbe quindi facendo pressione per una partecipazione delle Poste, ossia di una entità statale, nonché delle Casse di Risparmio e delle fondazioni bancarie, tutte entità parastatali controllate dalla classe politica locale. Il mondo delle banche di credito cooperativo sembra essere reticente, almeno alle attuali condizioni; il sistema delle BCC ha già i suoi problemi e le sue opportunità con l’espansione dei propri bilanci ed il supporto alle piccole e medie imprese nelle proprie aree di competenza. D’altronde, il modello citato ad esempio è quello del Crédit Agricole: una banca che di privato ha davvero poco, controllata com’è da una costellazione di banche cooperative. Un colosso funzionante grazie ad una dirigenza che talvolta finge di non ascoltare i propri referenti politici e, soprattutto, alle facilitazioni fiscali ed al trattamento estremamente benevolo in tema di antitrust e trattamento dei consumatori che il governo francese accorda alla “Banca Verde”. Un modello da valutare attentamente, per una nazione dove le grandi banche già non coccolano il picoclo risparmiatore. Per inciso, vanteria secondo la quale nella neonata banca “non si parla inglese” suona inquietante. Il ministro dimentica forse che i maggiori critici degli eccessi degli ultimi anni sono stati proprio alcuni fra i più accesi liberisti di lingua inglese, mentre i maggiori sostenitori della grande bolla sono stati i governi più interventisti. La crisi finanziaria nasce da abusi che le banche italiane praticano assiduamente da decenni senza nessun bisogno di lezioni dall’estero: obbedire ai politici ed ai propri padrini, nascondere i problemi sotto il tappeto e ricorrere al contribuente quando questo non è più possibile; vantarsi di non guardare alle esperienze anglosassoni significa semplicemente applicare la politica dello struzzo. Ricordiamo infatti che il Sud non è privo di banche per la cattiveria della finanza milanese, ma perché le banche meridionali sono affondate una dopo l’altra sotto il peso di pratiche scandalose e di gestioni antiquate. E’ avvenuto sia per il Banco di Napoli e per il Banco di Sicilia, di proprietà del governo centrale, sia per le casse di risparmio meridionali, istituzioni mutualistiche di fatto controllate dai notabili locali.

CRACK NAPOLETANI Il salvataggio del Banco di Napoli è costato alle casse statali ed al sistema bancario qualcosa come 3,7 miliardi di euro; il Banco di Sicilia venne acquisito dal Mediocredito Centrale quando era sull’orlo della bancarotta. Le casse di risparmio meridionali confluite in Carime vennero tutte salvate da Cariplo dietro ordini diretti di Banca d’Italia, ma riuscirono successivamente ad affondare i conti di BancaPopolare Commercio e Industria. Chiunque si lamenti del colonialismo bancario settentrionale dovrebbe cominciare con il riconoscere che l’alternativa era, in ogni caso, un fallimento che avrebbe condotto a perditeingenti. Sono state tutte realtà devastate non da avventure finaziarie globali, ma da un rapporto perverso con il territorio, lo stesso tipo di rapporto che si vorrebbe ora esaltare: il denaro raccolto dai depositanti viene prestato a tassi d’interesse troppo bassi rispetto ai rischi effettivi dell’investimento in loco. Il risultato è uno squilibrio gestionale, perché gli interessi sui prestiti ad aziende meritevoli non bastano a coprire le perdite su quelli non andati a buon fine. Aggiungiamo a questo le pratiche clientelari endemiche di una gestione dominata da imperativi di natura politica ed è semplice comprendere i rischi di un progetto come quello tremontiano, dove questi problemi si riproporranno in maniera drammatica. Il coordinamento del progetto è poi stato affidato al ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola. Ci si permetta di avere perplessità sul ruolo di sorvengliante della costruzione di una banca che si vorrebbe indipendente dal governo e, si spera, dalle manipolazioni politiche: oltre ad una ben pubblicizzata nostalgia per le partecipazioni statali, ha anche un certo pénchant per iniziative quali lo stanziamento di un milione di euro per ripristinare il volo Roma-Albenga, che per una curiosa coincidenza è l’aeroporto più vicino ad Imperia, residenza del ministro. Non vediamo perché gruppi privati potrebbero entrare nella compagine societaria di una istituzione di questo genere, se non dietro promessa di una contropartita, esplicita od implicita, da parte governativa. A questo punto, rischieremmo di nuovo un copione già visto: socializzazione delle perdite, privatizzazione dei profitti, da parte di soggetti privati che non andrebbero definiti imprenditori, ma prestanome o meglio ancora favoriti del principe. Esistono alternative migliori: ad esempio, l’ipotesi di una no-tax area permetterebbe di incentivare lo sviluppo locale senza distorcerlo, mentre un maggiore investimento in sicurezza ed una politica liberale sulle infrastrutture permetterebbero un maggiore coinvolgimento di capitali privati. Una strada forse rischiosa, ma sicuramente una novità rispetto a grandiosi piani burocratici che si rifanno al passato e che rischiano di tramutarsi , di nuovo, nella solita grande abbuffata a spese del contribuente."

martedì, ottobre 06, 2009

Battaglie autolesionistiche

Forse ha ragione mariosechi.net e questa sarà la madre di tutte le battaglie per Berlusconi, ma mi pare che sia una guerra che poteva essere tranquillamente evitata, se il premier avesse seguito i suoi stessi precetti. Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Una battaglia liberale per limitare certi "poteri forti", tramite riforme volte a ridurre le rendite garantite da leggi dello stato e dalla protezione delle burocrazie, avrebbe avuto il sostegno popolare e l'assenza di sospetti di giocare per puro interesse personale o sete di potere. Purtroppo i mezzi impiegati dal premier e da Giulio Tremonti sono stati illiberali, facendo sorgere il dubbio che non si desiderasse un'evoluzione liberale, ma che le casematte del privilegio cadessero intatte nelle proprie mani.
Come si è già scritto, invece di tuonare contro le banche e poi cercare d'asservirle, sarebbe stato preferibile riformarne lo status di privilegio e cessare di proteggerne quote di mercato e rendite di posizione. Lo stesso discorso vale per la stampa o per la magistratura. Qui si tifa soprattutto per il centrodestra, e quindi, per ora, anche per Berlusconi. E' ora però di combattere con strumenti che garantiscano un'evoluzione liberale della nazione, altrimenti vinceremo ogni battaglia, per perdere la guerra.

domenica, settembre 27, 2009

Non sono comunista. Al contrario del nostro premier

Spiace contraddire il socio Phastidio e l’ottimo Carlo Stagnaro, ma non siamo noi ad essere comunisti. E’ Silvio Berlusconi che sembra diventato comunista, da socialista che era.

E’ in ottima compagnia, visto quello che è accaduto a Giulio Tremonti: un altro socialista brevemente diventato liberale e ritornato socialista in salsa corporativa, come il mai abbastanza vituperato Alberto Beneduce, nazionalizzatore e becchino dell’economia italiana, prima come simpatizzante socialista e poi come fascistissimo socializzatore da destra, senza dover cambiare una virgola delle proprie ricette. Oltre a quanto già fatto notare da Carlo, vorrei aggiungere alcune considerazioni.

REALTA’ VERSUS PROPAGANDA - Le affermazioni del nostro premier sono innanzitutto smentite dalla realtà dei fatti: se la preoccupazione berlusconiana è che i prezzi sono troppo volatili e una regolamentazione,fino al divieto dell’uso di derivati, sarebbe la cura, il rimedio previsto è molto peggiore del male. Numerosi studi chiariscono come i mercati più volatili non siano quelli più liquidi e dotati di strumenti finanziari derivati, ma proprio quelli dove tale attività è vietata o dove i governi intervengono pesantemente, come nel caso del riso. L’esempio più estremo di fallimento dello Stato è quello delle cipolle; nel 1958 il Congresso USA vietò la “speculazione” in derivati; il risultato fu un aumento della volatilità e non una sua diminuzione; il mercato è tuttora uno dei più instabili. Se invece la speculazione è maligna soltanto quanto spinge i prezzi in una determinata direzione, il discorso diventa incoerente e contraddittorio: innanzitutto, quale sarebbe la speculazione cattiva? Quella che spinge i prezzi al ribasso o al rialzo? La speculazione “al rialzo” disprezzata per gli effetti sui prezzi degli idrocarburi è la stessa speculazione che viene salutata come patriottica, quando spinge i pezzi di titoli di Stato e cartolarizzazioni di immobili, massimizzando così le entrate per il Tesoro e riducendo la spesa governativa per gli interessi sul debito.

PRIMA E DOPO – La speculazione immobiliare era considerata sanissimo investimento, finché i prezzi salivano; recentemente, ci si lamentava per il ribasso di azioni ed obbligazioni accusando gli “speculatori”, mentre la vera bolla di cui subiamo gli effetti negativi era avvenuta in un mercato al rialzo ed i ribassisti si limitavano a scommettere su di un ritorno a prezzi razionali. Abbiamo avuto il paradosso di un governo che auspicava un calo dei prezzi del petrolio e, contemporaneamente, apprezzava le quotazioni stellari di ENI, gigante energetico parastatale il cui prezzo in Borsa è diretta conseguenza del costo dell’oro nero. Per quanto riguarda le materie prime alimentari, ci si scagliava pochi mesi fa contro i rialzi “pazzi “dei prezzi, mentre ora il ministro Zaia blatera sui danni dei bassi prezzi del latte e delle derrate alimentari; il ministro pare dimenticare la lunga e fallimentare storia di sussidi, regolamentazione e manipolazione dei prezzi dl latte da parte dei governi nazionali e della UE. L’unica coerenza, pare, è quella con i desideri dei politici e delle loro clientele, purtroppo quasi sempre conflittuali, oltre che lontani da ogni parvenza di efficienza di mercato e tutela dei consumatori. Se questi discorsi nascondessero il desiderio di prezzi manipolati o fissati per legge, si potrebbe notare che questo desiderio porterebbe rapidamente alle peggiori politiche socialcomuniste e corporative, una riedizione moderna delle grida manzoniane e dei prezzi amministrati; una ricetta sicura per la miseria, come è stato dimostrato negli ultimi quattro secoli. Un’inclinazione di questo tipo è, appunto, roba da comunisti, signor premier, non da liberali.

CHE SUCCEDE? – A questo punto, potrebbe sorgere il dubbio che una parte della classe “dirigente” del centrodestra non abbia capito nulla degli ultimi vent’anni e che, in cambio , ci abbia preso in giro per tre lustri. Sarebbe, purtroppo, in buona compagnia: anche in Gran Bretagna, i laburisti si stanno riscoprendo statalisti anche nella retorica, dopo aver passato dieci anni ad imbambolare gli elettori cianciando di libertà e capitalismo, concetti seguiti a singhiozzo. Nella pratica, il governo Brown ha sperperato le entrate straordinarie del boom sprecandole in spesa assistenziale, arrivando poi ad alzare le tasse nella maniera più subdola possibile per non svelare il trucco. Escludendo la truffa ai danni dell’elettorato, oltre che della verità e della razionalità, non ci resta che sperare che Berlusconi e Tremonti recuperino l’uso della ragione e, magari, ricomincino a leggere e far di conto. In alternativa, sarebbe apprezzato un loro rientro nell’alveo della sinistra che ci ha regalato Fanfani, De Mita, Intini, De Michelis, il peggior debito in tempo di pace della storia occidentale moderna e la lenta sclerosi di una nazione intera, prima di farsi spazzare via dal crollo del Muro di Berlino, che obbligava l’elettorato moderato a turarsi il naso e votarli comunque. Dispiacerebbe dover parafrasare Ronald Reagan e dire “Non ho mai lasciato il PdL. E’ il PdL ad avere lasciato me” causa sopraggiunta deriva socialista.




lunedì, settembre 07, 2009

Tremonti, smemorato perché politico

Il ministro dell’Economia si scaglia contro le banche ed è in ottima compagnia: al G-20 tutti hanno capito che la caccia al banchiere paga. Purtroppo, la demagogia porta a soluzioni inutili nel migliore dei casi, dannose nel peggiore. E nasconde agli elettori le responsabilità dei politici.


L’accordo di massima uscito dal G-20 è un miscuglio di palliativi, buone intenzioni e caccia alle streghe. Le proposte sultetto ai salari, ad esempio, sono di natura prettamente demagogica, ma l’elettore che vede il proprio governo gettare miliardi di euro per evitare ilcommissariamento di una banca non vuole riforme; istintivamente, vuole vendetta. Tagliare i salari dei manager bancari soddisfa tale sete di vendetta, ponendo nel frattempo la classe politica in una luce positiva, quali i salvatori del sistema. Poco importa che la crisi sia nata proprio dove l’intervento e la sorveglianza delle autorità statali era più ampia, non dove erano meno coinvolte. Poco importa che le crisi bancarie peggiori degli ultimi anni sono avvenute senza alcun bisogno di innovazione finanziaria ed in contesti dove i compensi erano modesti: i bancari svedesi che portarono il proprio sistema finanziario al collasso negli anni’90 non guadagnavano certo bonus principeschi; negli stessi anni, Ventriglia e soci riuscirono ad affondare il Banco di Napoli senza stipendi d’oro, ma con una grossa mano da parte della politica. L‘atteggiamento apocalittico a cui ministro Giulio Tremonti si è lasciato andare è soltanto l’espressione più teatrale di questa strategia: noi italiani, si sa, adoriamo il melodramma e le scenate e Tremonti, ormai vero politico, rinuncia alla tecnica ed abbraccia la propaganda pauperistica per amor di palcoscenico. In realtà, il ministro sta abbaiando sotto l’albero sbagliato, seppure, almeno in parte, per i motivi giusti.

AIUTI SI’, AIUTI NO - Se Tremonti ragionasse ancora da tecnico, saprebbe che gli istituti che non accettano il Tremonti-Bond non sono traditori della patria, come li ha praticamente definiti. Nell’ipotesi più caritatevole, sono istituti virtuosi, che non hanno bisogno degli aiuti e Tremonti dovrebbe rallegrarsi di non dover metter mano al portafogli degli italiani. In un’interpretazione più maliziosa, sono miracolati dell’intervento politico, che ha alterato le regole del gioco rendendo meno pressante la necessità di raccogliere capitali. Ricordiamo, infatti, che anche il ministro Tremonti ha plaudito all’alterazione delle norme contabili che esentavano le banche dal riconoscere le perdite sui titoli tossici in portafoglio. Il Ministro si è anche in passato scagliato contro Basilea-2 , mai davvero entrata in vigore, perché avrebbe richiesto che anche i prestiti alle aziende venissero valutati in base alla solidità dei debitori. Se il Ministro avesse voluto che le banche ricapitalizzassero, avrebbe dovuto astenersi dall’interferire ( e con lui i suoi pari del G30): la ricapitalizzazione sarebbe divenuta ineludibile, per l’intero settore e si sarebbe potuti ripartire con una trasparente visione della gravità del problema.

ALLA RADICE DEI PROBLEMI - Il ministro si sta insomma lamentando delle conseguenze di interventi che aveva rumorosamente appoggiato. Allo stesso modo, sorprende l’altro punto dell’intervento tremontiano, ossia la lamentela che le banche sarebbero troppo preoccupate della salute dei propri bilanci e della tutela dei propri azionisti, rispetto al “bene comune”. Se i manager della banche si fossero preoccupati davvero dei propri azionistie dei propri bilanci, non avrebbero preso rischi eccessivi, ben consci che gli utili elevati spesso comportano rischi elevati. Quello che ha favorito la cultura del rischio ad ogni costo non è l’eccessivo potere degli azionisti. E’ stata l’autoreferenzialità dei dirigenti bancari, protetti dalla legislazione speciale che governa il mondo della finanza: in un mondo dove l’ultima parola spetta per definizione alle autorità di vigilanza, l’azionista è a malapena un altro dei creditori. Le proposte di ulteriore regolamentazione e vigilanza stanno quindi rafforzando il meccanismo che ha protetto i banchieri dalle conseguenze dei propri errori. Se il ministro Tremonti volesse davvero guardare in faccia la radice dei problemi nel settore meno esposto al mercato in tutto l’Occidente, dovrebbe guardare la foto-ricordo del G20 e quella di Jackson Hole, luogo della conferenza dei banchieri centrali.


Crosspostes da Giornalettismo

venerdì, agosto 14, 2009

Crosspost of the day : l'Avviso comune sul credito

Crosspost da Libertiamo.it

- L’accordo fra banche ed associazioni di categoria firmato pochi giorni fa potrebbe essere una buona notizia per le piccole e medie imprese italiane, se fosse applicato rapidamente ed in buona fede. Purtroppo, l’attenzione alla sostanza nel breve periodo lascia aperti due rischi sostanziali di medio e lungo periodo: che questo accordo venga pagato a caro prezzo dal contribuente e che si trasformi nell’ennesimo chiodo nella bara del futuro di una economia libera e prospera.

L’Avviso Comune siglato il 6 di agosto dall’ABI e da una serie di associazioni di categoria fornisce un quadro comune alle banche intenzionate ad estendere in maniera sistematica alla piccole e medie imprese in migliore salute gli strumenti d’intervento che sono molto comuni per le imprese grandi e medio-grandi, cioè il riscadenziamento del rimborso dei debiti per aziende solvibili, ma in temporanea illiquidità.
I requisiti necessari per accedere al programma sono rigorosi, ma non eccessivamente: l’azienda dev’essere stata un pagatore regolare sino al 30 settembre 2008, ossia all’inizio della fase più acuta della crisi. Non viene previsto un aumento delle linee di credito, ma soltanto una loro modifica, spesso vitale: per chi abbia contratto un mutuo od un contratto di leasing e sia in lieve ritardo sui pagamenti si apre la possibilità di posticipare il rimborso delle quote di capitale per un anno, pur continuando a pagare gli interessi sul debito; ancora più rilevante è l’automatica estensione delle anticipazioni su credito, che permette alle aziende con un portafoglio ordini e clienti solidi di poter ottenere il finanziamento del magazzino e del capitale circolante necessario per poter continuare la produzione di beni la cui vendita è spesso già certa.

Il punto saliente e di maggiore efficacia teorica del protocollo è il principio del silenzio-assenso, ossia l’automatismo nell’accesso al programma per le aziende che presentano i requisiti necessari, la cui domanda si riterrà automaticamente accettata trascorso un determinato periodo di tempo.
E’ questa la vera novità di tutto l’accordo e si tratta potenzialmente di uno sviluppo molto positivo nell’accesso al credito per le PMI.
Questi interventi vengono fatti quotidianamente per le aziende di dimensioni medio-grandi, anche se l’impressione è talvolta che le banche decidano con criteri estranei alle valutazioni di profittabilità. Anche la disponibilità a prestare nuovo credito in cambio di aumenti di capitale è parzialmente cosmetica, in quanto si tratta di una pratica assolutamente normale.

Le intenzioni dell’intervento tremontiano sono encomiabili, anche se il metodo è potenzialmente pericoloso. Il sistema bancario italiano è abituato a trattare le piccole e medie imprese in maniera amorfa, come un banco di sardine a cui riservare indiscriminatamente lo stesso trattamento: finanziamenti a pioggia quando va bene, carestia per tutti quando le cose non girano. Poca flessibilità e soprattutto pochissima attenzione a discriminare fra aziende solide ed aziende improvvisate. La solidità patrimoniale è infatti il segnale di un luminoso passato che potrebbe essere dietro le spalle, laddove invece un’azienda nuova ed in forte crescita potrebbe aver bisogno di finanziamenti per un capitale circolante in crescita in ragione del proprio successo e non dei propri fallimenti.

L’accordo è, quindi, giustamente diretto a salvare la “crema” delle aziende italiane PMI ed in questo è diverso rispetto ai soliti programmi di aiuti a pioggia. Mette inoltre sotto pressione le burocrazie bancarie nel proprio punto più debole, la lentezza di risposta verso le imprese non “amiche” e favorite, spingendole in teoria ad un aumento dell’efficienza nella propria attività caratteristica. Il problema fondamentale dell’accordo risiede nel carattere dirigista della sua gestazione e nella scarsa chiarezza del rapporto fra governo e banche. Rimane innanzitutto da capire cosa ci guadagnano le banche dall’adesione a tale protocollo, per il momento pienamente opzionale. Il ministero non ha ancora promesso nulla, ma si profila uno scambio di favori a spese della fiscalità generale, come ha dichiarato lo stesso Tremonti:
“Dal funzionamento dell’accordo dipenderà la decisione del governo di rivedere il meccanismo fiscale delle perdite delle banche,[...]. Se l’accordo funzionerà il governo modificherà il meccanismo fiscale delle perdite. Prima vediamo se l’accordo funziona poi faremo gli sgravi”.

Il primo rischio è quindi che le banche si permettano di accettare la moratoria per chiunque possieda i requisiti formali per accedervi, senza effettuare una sufficiente valutazione. Trascorsi alcuni mesi, il rimborso delle inevitabili perdite sarebbe oggetto di un mercato delle vacche con il Ministero, aggravando il problema procedurale.
Da un governo di centrodestra che si definisce liberale ci si aspetterebbe che non aumentasse l’interferenza statale nell’economia, procedendo inoltre per leggi ed interventi di carattere generale. Tale vincolo è stato rispettato soltanto parzialmente. Questo intervento è stato costruito e propagandato come un intervento quasi personale del ministro e del governo per trovare una soluzione ad hoc, un favore concesso dalle banche e che verrà ripagato con altri favori personali o quasi. Si rischia di dare quindi un terribile esempio: la necessità della continua interferenza governativa nella libertà economica, laddove invece si sarebbe potuto operare senza tale ipoteca, che rischia di compromettere ogni futuro sforzo liberalizzatore del governo verso una struttura economica più equilibrata, libera e di conseguenza efficiente.

Comprendiamo come le sue radici abbiano portato il ministro ad avere un approccio apparentemente pragmatico. Il sistema bancario moderno è un settore ad economia “mista” da sempre, il frutto di un patto faustiano che avvelena da generazioni l’economia di mercato. Il mercato monetario è un monopolio statale, dove la banca centrale decide quanta liquidità erogare e a quale prezzo; il settore bancario è un oligopolio sanzionato dalla classe burocratica e politica, anche dopo la fine della proprietà statale. I banchieri sono ovunque dirigenti ad autonomia limitata da politici e banchieri centrali, che hanno il diritto d’interferire nella gestione bancaria nei minimi dettagli e di ordinare distorsioni nell’allocazione del credito; in cambio, il management bancario ottiene la garanzia esplicita od implicita di un salvataggio e l’autorizzazione a trattare azionisti e clienti alla stregua di un parco buoi.

Dispiace che non si sia colta l’occasione per riformare il settore in senso liberale ed obbligarlo per una volta a camminare con le proprie gambe. Lo sforzo di incentivare comportamenti più razionali da parte degli istituti di credito è meritevole, ma invece di un intervento ad hoc sarebbe stato forse preferibile intervenire sui punti deboli del sistema che possono essere rafforzati senza aumentare l’intrusione della politica nelle banche. Vi sono norme presenti nei tanto vituperati accordi di Basilea 2 e nella recente normativa MiFid che non sono mai state applicate o sono state interpretate in maniera ristretta e favorevole ad equilibri collusivi, sia dal lato del trattamento riservato ai risparmiatori che a quello riservato alle aziende. La rimozione dei vincoli più anacronistici all’emissione di obbligazioni e di carta commerciale, ad esempio, permetterebbe alle aziende italiane di accedere più liberamente al mercato dei capitali, che in questi mesi ha dimostrato di saper fornire abbondante liquidità in alternativa al sistema bancario tradizionale. Soprattutto, una maggiore concorrenza stimolerebbe una maggiore attenzione verso il cliente, sia dal lato del risparmio che da quello dei prestiti. La tendenza all’entrata di banche estere sul mercato italiano ha già portato ad alcune novità, ma l’ostacolo più rilevante è di natura amministrativa: a fronte di una legge relativamente moderna, la prassi delle autorità di regolamentazione restringe drasticamente il campo d’azione per i nuovi operatori, riducendo gli incentivi a rompere l’oligopolio bancario. Inoltre, la politica delle banche italiane è stata troppo spesso quella di sfruttare le normative esistenti per frapporre limiti alle scelte disponibili ai risparmiatori ed ai clienti, boicottando ogni attività volta a responsabilizzare gli investitori. Leggi nate per difendere consumatori poco sofisticati hanno bloccato lo sviluppo del settore, senza per questo costituire una vera protezione per il risparmio o per le aziende. Questo eccesso normativo puramente formale, che garantisce una facile rendita di posizione al sistema bancario, non viene scalfito dai provvedimenti attuali.

Se con questo accordo volevamo normalizzare il settore bancario e lasciarlo finalmente funzionare come ogni altra industria in un’economia di mercato, siamo probabilmente sulla cattiva strada. Se vogliamo continuare ad impiegarlo come l’equivalente economico di un a squadraccia paramilitare, la soluzione italiana è migliore della sua versione USA, ma d’altro canto, abbiamo (tragici) decenni d’esperienza nel settore, al contrario degli americani, nuovi arrivati nel mondo del corporativismo. Non lamentiamoci però se gli italiani decideranno di votare per partiti onestamente socialisti, invece che per una loro imitazione, o se la belva ci sfugge di nuovo di mano: Frankestein, e la vicenda IRI, insegnano che certe creature hanno il brutto vizio di rivoltarsi contro il proprio padrone.

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