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venerdì, marzo 21, 2008

100 triliardi di dollari

E' la cifra dell'ammontare lordo nominale dei contratti derivati che J.P.Morgan ha in essere, dopo aver "acquisito Bear Stearns. Il PIL statunitense equivale a 15 triliardi circa.
Non male, vero? La cifra è ovviamente una esagerazione: non rappresenta il rischio totale che J.P.Morgan sostiene, ma la pura somma dei derivati in essere , compresi quelli il cui profilo di rischio si elide; il rischio netto è di molto inferiore.

Tuttavia, il numero ha un senso: se J.P. Morgan fallisse, le controparti con cui sono stati firmati quei 100 trilioni di contratti derivati si ritroverebbero senza una banca in grado di onorare il contratto stesso e quindi con nuovi profili di rischio. Il "salvataggio" di Bear Stears è derivato proprio da questo rischio, più che da altre considerazioni - si è trattato di un salvataggio del sistema bancario dal rischio di una enorme incertezza, oltre che del salvataggio degli obbligazionisti a spese di azionisti e dipendenti.

Hat tip: Alea, Econbrowser (i commenti sono altrettanto interessanti del post)

lunedì, marzo 17, 2008

Bear Stearns: chi rompe paga ed i cocci sono suoi

Ossia, i cocci sono della Fed e di J.P.Morgan. Il sottoscritto e' sempre stato leggermente scettico sul modo "progressista" di gestire il sistema finanziario, ma non certo per critica nei confronti del "mercatismo", come certi ex socialisti chiamano le proprie illusioni sul funzionamento dell'economia di mercato.
Al contrario, ci si duole che la lezione "liberista" sia sempre stata applicata a metà: le parti utili ad una politica di stimolo sono state implementate, mentre il regolatore solitamente dimentica la parte dolorosa, quella della necessità di lasciar affondare coloro che non sono in grado di rimanere in piedi con le proprie forze. Questa dimenticanza non è casuale: sono le stesse banche centrali a spacciare la droga che porta molti, troppi manager bancari a prendere decisioni avventate e, quando arriva la crisi, è difficile assistere al disastro sapendo che si potrebbe venire accusati di averlo provocato.

Forse abbiamo davvero rischiato una "crisi di sistema" , ma le radici di quella crisi e soprattutto la sua portata sono una diretta conseguenza di errori nel disegno del sistema. Si potrebbe sostenere, anzi, che proprio il tentativo di gestire il sistema ha impedito l'evoluzione dei necessari contrappesi alle spinte generate dall'innovazione finanziaria. Perche' preoccuparsi, quando le banche centrali pensano a tutto?

La Fed ha dovuto salvare persino Bear Stearns, la piu' piccola e meno rilevante fra le banche d'affari, proprio per questo motivo. Forse si e' trattato di un male necessario, come persino il libertario Cato Institute ha ammesso, ma non possiamo rassegnarci ad assistere alla replica di una commedia vecchia di generazioni: il sistema bancario viene sottratto alla normale disciplina di mercato, sostituita da regolamentazioni dall'alto; il sistema entra in crisi a causa dei problemi derivanti dall'assenza di disciplina di mercato, le autorità intervengono pesantemente e in sgugito viene "regolamentato" dall'altro per ovviare ai danni che proprio l'intervento iniziale ha provocato. Un circolo vizioso, con ben pochi vantaggi nel lungo periodo.

E' inutile discutere, come si comincia a far,e di maggiore regolamentazione: elimineremmo ogni innovazione finanziaria, senza eliminare i problemi di azzardo morale che la implicita garanzia di salvataggio fornisce. Ciò che è veramente necessaria è , al contrario, una miscela di informazione e deregolamentazione che semplifichi il sistema e renda di nuovo chiaro, una volta per tutte, quali siano le eventuali garanzie a tutela dei depositanti e quali siano le modalità d'intervento della banca centrale in caso di problemi di liquidità che minaccino il sistema dei pagamenti; in questo modo, sarebbe ancor più esplicito il ruolo dei banchieri centrali: quello di pompieri, non quello di elemosinieri o di governanti il sistema.

Looking ahead, regulators need to anticipate these liquidity bank runs, not
merely react to them. The larger danger is that even this temporary Bear rescue
could set a precedent that the Fed will find hard to resist. Wall Street is
already demanding that the Fed do more in this crisis than its traditional duty
as a lender of last resort, and start buying up mortgage-backed securities and
other troubled paper as a way to entice more buyers into frozen credit markets.
This means the banks would be able to dump their worst paper on the Fed, which
ultimately means the taxpayer.
We'll have more to say about that idea at a
later date, but we trust the Fed understands the risks to its credibility that
such a decision would pose. Does the Federal Reserve want to become a buyer of
first resort?



mercoledì, novembre 14, 2007

A Wall Street torna di moda il Re Leone

Goldman Sachs non crede di dover effettuare alcuna svalutazione del loro attivo, al contrairo di ogni altra banca di Wall Street , mentre il CEO di JPMorgan dichiara che "stiamo bene, grazie ". Tutto è tornato tranquillo? Gli autori di MarketBeat, il blog del Wall Street Journal, che hanno raffigurato i due CEO come Timon e Pumba che cantano "Hakuna Matata", qui non ci sono problemi. La parte del facocero, ovviamente, la farà Dimon.
Posso credere a Lloyd Blankfein, CEO di GOldman Sachs, quando afferma che la banca sarebbe corta di CDO in aggregato e quindi non ha necessità di svalutazioni pesanti. E' nota l'abilità quasi soprannaturale di gestire rischi e leggere il trend da parte di Goldman e soprattutto del suo nuovo capo ; è altresì nota la capacità micidiale, da parte della banca, di trovare sempre concorrenti e clienti disposti a prendersi il rischio di scommettere contro tali abilità.
Mi sembra invece difficile da credere che una banca universale come JPMorgan, con 40 miliardi soltanto di bridge loan, non abbia proprio alcun problema.


"nobody was on defense today, as Goldman Sachs and J.P. Morgan Chase said things that were anything but offensive. The walls may be closing around in the form of writedowns for a multitude of firms, but Lloyd Blankfein and Jamie Dimon are singing “Hakuna Matata,” with the former saying they don’t expect any writedowns, and the latter saying “I think we’re fine.”"



Fonte: MarketBeat Blog - WSJ:

mercoledì, luglio 25, 2007

Chrysler e Boots: macchine e creme, lacrime e sangue

Le banche d'affari stanno scoprendo a caro prezzo il motivo per cui i fondi di Private Equity hanno pagato tutte quelle grasse commissioni, intascate apparentemente senza sforzi e senza rischi per sottoscrivere e successivamente collocare emissioni per finanziare LBO e fusioni. Adesso che non si collocano più, le banche si ritrovano con un prodotto che nessuno vuole e dei debitori che, molto semplicemente, hanno risposto con un sonoro "arrangiatevi, abbiamo già dato".

L'acquisto di Chrysler verrà postposto e finanziato almeno in parte, pare metà, dalle banche che hanno sottoscritto i bridge loans e che non sono più riuscite a piazzare successivamente il debito agli investitori istituzionali, scaricando rischio e tenendosi le laute commissioni che vengono corrisposte per il lavoro - ed il rischio d'insuccesso.
Ancora peggio, è fresca la notizia su Alliance Boots. Il rivenditore di farmaci e cosmetici inglese è stato acquisito da KKR e dall'italiano Stefano Pessina in Aprile. L'acquisizione è stata finanziata da un consorzio di otto banche, guidato da Deutsche Bank e che include Unicredito e JPMorgan, che hanno anticipato i 5 miliardi di sterline di debito necessari in cambio del mandato al successivo collocamento. Anche dopo aver esteso la scadenza del collocamento e ritoccato i termini economici, il consorzio non è riuscito a piazzare l'intero ammontare, ma soltanto 1.75 miliardi di sterline di "junior loans" subordinati, che verranno oltretutto rivenduti in perdita, azzerando gli utili da commissioni generati dall'affare. Le banche dovranno inoltre tenere sui propri bilanci 3.75 miliardi di sterline di prestiti "senior", quelli meglio garantiti, che non sono stati in grado di piazzare.
In entrambi i casi, sembra che KKR e Cerberus abbiano risposto in maniera molto simile alle richieste d'aiuto delle banche: non se ne parla, abbiamo pagato commissioni esorbitanti per anni, è ora di guadagnarvi quei soldi.

In generale, sempre più collocamenti vengono posticipati, sperando in condizioni di mercato migliori; all'ultimo conteggio, si tratta di operazioni su almeno 35 aziende.
Le acquisizioni che hanno generato tale debito sono già state finalizzate, quindi tale debito è di fatto già nel sistema finanziario e non può essere ripagato immediatamente, ma rimarrà nei bilanci delle banche d'affari in attesa di essere scaricato. Si alimenta così perversamente i timori di un "glut", di un ingorgo che peserà sul mercato nei mesi a venire, ritardandone la stabilizzazione.

Fonti: WSJ, TheDeal.com, Bloomberg, DealBook


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