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martedì, settembre 01, 2009

Crosspost of the day: i profitti di carta dello Zio Sam

Crosspost con Giornalettismo
Leggendo i quotidiani finanziari, i governi sono seduti su miliardi di dollari di utili derivanti dai salvataggi delle banche in difficoltà. Tutto vero? Dobbiamo ringraziare i nostri illuminati politici? Se ci credete, ho una fontana da vendervi. A Trevi

mercoledì, novembre 12, 2008

AIG - L'ennesimo immeritato regalo alle banche amiche

Più leggo dei dettagli del secondo piano di salvataggio di AIG , più sgradevole diventa. Non si tratta soltanto di aiutare con 150 miliardi di dollari una compagnia di assicurazione i cui azionisti e creditori meriterebbero di affogare in un lago di sangue e perdite grazie alla propria idiozia, visot che hanno investito in una compagnia i cui problemi erano scritti nerosu bianco nelle tirmestrali di bilancio. Adesso sembra che, comunque vada con AIG, alcune banche avranno risolto alcuni dei problemi più spinosi dei propri bilanci- a spese del contribuente. Se AIG è la"prova generale" della TARP/TERP, il contribuente americano è in lizza per una tosatura da record.

Tralasciando il resto della storia, di cui racconto in un altro post, l'ultima notizia è relativa ai termini di risoluzione di circa 70 miliardi di dollari di contratti derivati particolarmente tossici. La compagnia ha assicurato le banche proprietarie di alcuni strumenti noti come multisector CDO contro il rischio che tali strumenti non ripagassero il capitale.

Al momento, le banche hanno in bilancio strumenti finanziari dal valore di realizzo estreamamente ridotto, le cui perdite dovrebbero essere rimborsate grazie ad una polizza d'assicurazione con AIGFinancial Products - il segmento di AIG che, senza l'intervento del governo, sarebbe di fatto insolvente, lasciando così alle banche soltanto la possibilità di sequestrare qualsiasi garanzia AIG avesse depositato a garanzia dei contratti. Ossia assolutamente nulla, fino a pochi mesi fa: AIG era stata esentata dalla necessità di tali garanzie, forse anche in ragione del fatto che si trattava dell'unica controparte disposta ad assumersi il rischio di fallimento di certe scorie tossiche.
L'intervento governativo si è reso necessario proprio per soddisfare le richieste di garanzie delle banche d'affari riguardo ai contratti derivati in essere.
Di fatto, il governo USA non sta aiutando una compagnia assicurativa a continuare il proprio lavoro, ma sta prestando ad uno speculatore il denaro da mettere a garanzia per scommesse di dubbia legalità in cui l'allibratore ha più di un conflitto di interessi.

LA nuova proposta riguardante i multisector CDO è il punto più imbarazzante: unanuova entità, posseduta paritariamente dal governo e da AIG, dovrebbe acquistare i titoli dalle banche "assicurate", in cambio del consenso a cancellare il contratto derivato che li copre. Il risultato è simile a ciò che avverrebbe nel caso di un effettivo fallimento, con na differenza: a pagare per i bond sarà l'entità mista, mentre a trarre giovamento dalla cancellazione del derivato sarà AIG. La società mista, oltretutto, pagherà circa la metà del valore facciale dei titoli, un prezzo molto probabilmente superiore a quelllo che sarebbe il reale valore di mercato, mentre le polizze cancellate erano di fatto già prive di ogni valore. LE banche, oltretutto, si terranno le somme di denaro a suo tempo depositate da AIG a garanzia dei derivati - denaro in granparte prestato ad AIG dal Tesoro.

Le banche usciranno senza perdite da 70miliardi di investimenti quantomeno dubbi, che adesso toccherà al contribuente recuperare. Ma cosa sono, in fondo, alcune decine di miliardi buttati, di fronte al benessere di Goldman Sachs, Merrill Lynch, Deutsche Bank e UBS? Il termine "socialismo per i ricchi" è ridondante (ogni regime socialista cra la propria elite privilegiata), ma per una volta non suona tanto errato.




New AIG Rescue Is Bank Blessing - WSJ.com: "Under the plan announced Monday, the banks will get to keep the collateral they received from AIG, much of which came when the government made funds available to AIG in September. The banks also will sell the CDOs to the new facility at market prices averaging 50 cents on the dollar. The banks that participate will be compensated for the securities' full, or par, value in exchange for allowing AIG to unwind the credit-default swaps it wrote.

'It's like a home run for some of the banks,' says Carlos Mendez, a senior managing director at ICP Capital, a fixed-income investment firm in New York. 'They bought insurance from a company that ran into trouble and still managed to get all, or most, of their money back.'"
The banks that have sought and received collateral from AIG include Goldman Sachs Group Inc., Merrill Lynch & Co., UBS AG, Deutsche Bank AG and others.

giovedì, novembre 06, 2008

LIvenziamenti di massa anche a Goldman Sachs

GOldman Sachs, la migliore delle banche d'affari, ha dovuto bere l'Amaro calice e riconoscere di non esser eimmune dalla crisi. ENtro la setitmana verrà notificato il licenziamento a 3200 dipendenti, il 10 per cento della forza lavoro.


Hat tip: FT Alphaville

sabato, settembre 27, 2008

Salvataggi fallimentari

un crosspost su Crisi usa e risparmiatori: l'eroico piano di salvataggio da una "truffa"...tutta loro

Le massime autorità economiche USA hanno svelato l’ennesimo piano per “salvare” il mercato da se stesso e passano adesso da eroi. Eppure, potrebbero essere gli eroi di una tragedia di cui sono stati gli sceneggiatori, una truffa di cui sono insieme vittime ed ideatori.

Lehman Brothers

Gli avvenimenti della scorsa settimana sono stati raccontati in maniera quasi unanime da parte della stampa, soprattutto italiana: la banca d’affari Lehman Brothers è fallita, il colosso delle assicurazioni AIG rischiava di fare altrettanto. Il governo americano ha quindi indossato l’armatura da cavaliere errante e si è gettato al salvataggio, come aveva già fatto per Fannie Mae e Freddie Mac. Non contenti, la Federal Reserve, il Tesoro ed i leader del Congresso si sono riuniti per risolvere definitivamente la crisi attraverso una serie di misure di portata storica. La manovra ha innescato una serrata caccia al responsabile della crisi. C’è chi accusa la deregulation reganiana; altrove si punta il dito verso il supporto governativo fornito negli anni passati ai due Moloch parastatali attivi nel mercato dei mutui, verso le pratiche lassiste sul fronte della politica monetaria, verso la cieca fiducia nella superiore intelligenza delle Authority e quindi nelle banche e nelle agenzie di rating vigilate; fiducia ben poco fondata, visto che i maggiori danni al sistema sono venuti proprio dalle entità tanto ben regolamentate e vigilate. Questo dibattito, tuttavia, riguarda la diagnosi della crisi. Sulla sua cura, a base di denaro del contribuente, sembra esistere un rassegnato consenso: ben pochi hanno applaudito all’operazione come ad un successo, ma anche fra i non-collettivisti molti hanno accettato la soluzione quale il male minore, inevitabile dato il punto a cui è arrivata la crisi finanziaria.

C’ERANO ALTERNATIVE? - E’ andata davvero così? Eravamo davvero alla frutta, allo sfascio completo? No, non lo eravamo. Per sostenere l’inevitabilità dell’intervento è necessario ritenere inconfutabili almeno due ipotesi: che non esistevano alternative private al salvataggio di AIG (e di altre istituzioni finanziarie) da parte del Governo e che il settore bancario non potesse sopravvivere e riprendersi in autonomia, perché le perdite inflitte sono troppo grandi in relazione a capitale e redditività dei grandi istituti. Entrambe le ipotesi possono essere confutate. Non è corretto affermare che AIG non poteva essere salvata dai privati. Almeno due acquirenti si erano fatti avanti o erano pronti a farlo, anche senza denaro pubblico. Uno era J.C. Flowers, leggendario gestore di un fondo di private equity specializzato in acquisizioni bancarie. L’altro era Maurice R. Greenberg, amministratore delegato della società per decenni e suo fondatore. In aggiunta, i fondi di private equity KKR e TPG erano pronti ad investire, se i regolatori avessero concesso alcune garanzie.

IL BLUFF DI AIG - Giova qui ricordare che AIG è una multinazionale, con una raccolta premi di 110 miliardi di dollari all’anno; gli 85 miliardi di dollari di cui aveva bisogno erano meno della metà fino a lunedì e corrispondono ad alcuni punti percentuali del patrimonio totale di AIG, misurato in circa mille miliardi di dollari. La situazione era quindi critica, ma gestibile ed è precipitata a causa della decisione di rifiutare l’offerta di J.C.Flowers, perché avrebbe dato all’acquirente-creditore l’opzione di comprare l’intera società per circa 8 miliardi di dollari in determinate condizioni. Il management di AIG ha scommesso che il governo federale si sarebbe lasciato convincere a fornire credito a condizioni migliori, pur di salvare un “campione nazionale” in temporanea difficoltà. La buona notizia è che sono stati salvati, che il governo non ha del tutto svelato il loro bluff. La cattiva - per AIG - è che i termini richiesti dal Governo sono paragonabili a quelli di J.C.Flowers: Hank Paulson è un ex banchiere d’affari e questa volta non si è lasciato fregare - del tutto. Quello che rimane e che viene ben poco scritto e raccontato è che AIG si sarebbe salvata senza bisogno del governo; vi ha fatto ricorso perché la dirigenza pensava che i politici avrebbero fornito fondi a buon mercato.

Maurice Greenberg

UNA STORIA COMUNE - La vicenda AIG è interessante anche per un altro motivo: è la storia di gran parte di questo mercato. Anche astraendo dall’affaire AIG, è inutile negare la serietà della crisi che la scorsa settimana ha colpito Wall Street: Lehman Brothers fallita, Merrill Lynch vendutasi a Banc of America; persino un colosso come Morgan Stanley e Goldman Sachs, la banca prima della classe per redditività e capacità di navigare i mercati, cominciavano ad essere messe seriamente sotto pressione. Anche il prezzo dell’assicurazione contro il default dell’icona americana per eccellenza, General Electric, stava salendo precipitosamente. Questo significa che l’intervento statale era di nuovo inevitabile? No. Non lo era, neppure dopo la lunga serie di errori statali che hanno trasformato un normale ciclo di mercato in una crisi. Da un lato, esistono indicatori che puntavano alla possibilità di soluzioni di mercato. La crisi di Morgan Stanley è iniziata e si è sviluppata con la netta sensazione che il risultato sarebbe stata una incorporazione in una banca commerciale e non con un fallimento; il nervosismo su Goldman Sachs è stato notevole, ma neppure lontanamente paragonabile a quello su Lehman Brothers.

LA SOLUZIONE DI MERCATO - Giova ricordare che il settore finanziario viene da un decennio di vacche grasse all’estremo: si calcola che negli ultimi 10 anni i profitti realizzati dal settore finanziario siano stati di 1200 miliardi di dollari superiori al saggio normale di redditività. Al momento, l’intero sistema bancario occidentale ha svalutato i propri portafogli di circa 550 miliardi; la conseguenza è che, al momento, questa crisi per quanto grave non sarebbe ancora arrivata ad intaccare la redditività “di base” del sistema bancario: la crisi, per molte banche, significa semplicemente il ritorno ad una relativamente prospera normalità dopo anni di veri e proprio boom. Non fraintendetemi: una soluzione “di mercato” sarebbe dolorosa, con perdite forse più pesanti di quelle che abbiamo sperimentato sinora, ma avrebbe il pregio di correggere le storture del sistema attuale. La situazione è molto seria, ma esistono in teoria le risorse e le opportunità per risolvere il problema senza ricorrere alla mangiatoia di stato: numerose banche sono riuscite a completare piani di ricapitalizzazione, parecchie hanno trovato nuovi investitori e si sono riorganizzate, mentre un consorzio di dodici banche primarie si stava attrezzando per costituire un fondo di stabilizzazione da circa 70 miliardi di dollari. Persino il fallimento di Lehman Brothers ha prodotto numerose onde d’urto, ma il sistema ha continuato a funzionare, anche nei suoi segmenti più recenti e meno avvezzi ad eventi del genere, come il mercato dei derivati di credito.

LE RESPONSABILITA’ POLITICHE - Ma perché spendere decine di miliardi di dollari per operazioni di mutuo soccorso; perché doversi presentare con il cappello in mano di fronte ad azionisti ormai abituati soltanto a ricevere lauti dividendi; perché accettare l’onta di essere acquisiti per due lire da qualcuno più prudente ed accorto, quando c’è Pantalone pronto a pagare per tutti, se lo si spaventa abbastanza? Questo sembra essere il vero nocciolo del problema. Questo è probabilmente quello che è accaduto. L’intervento statale, soprattutto in questa forma, non è stato il risultato di una necessità draconiana, ma di un clamoroso autogol da parte di politici e burocrati, l’ultima spiaggia di un errore lungo un decennio: l’ipotesi che il mercato debba sempre salire, che le aziende non falliscano e che i sistemi finanziari, come le economie reali, non siano soggetti a periodi di crisi; l’illusione, insomma, di potere e dovere eliminare la volatilità ed il rischio tramite regolamentazione e vigilanza. Quello che accade, ovviamente, è che si ingessa un sistema, lo si rende rigido e fragile, privo dello scetticismo necessario a mantenere realistiche le aspettative ed acuti i sensi degli unici veri efficaci controllori del management: gli azionisti. Per anni si e’ parlato della Fed put: del fatto che la banca centrale ed il Governo americano sarebbero stati pronti ad intervenire in caso di un brusco ribasso del mercato azionario, un compito decisamente al di fuori del tradizionale mandato dell’autorità monetaria. L’attuale governatore della Fed, Ben Bernanke, si è sentito in dovere di ribadire il concetto, anche con i fatti, in passato. Forse non si son resi conto che stavano scrivendo una vera e propria cambiale in bianco, una polizza di assicurazione che è finita incorporata nei valori di Borsa e che ha sostituito per un certo tempo le prospettive di crescita economica che stavano seguendo il momento declinante del ciclo economico.

EFFETTI INDESIDERATI - Il risultato non si è fatto attendere: il mercato è stato stabilizzato per qualche tempo dall’ingessatura parastatale, ma questo ha soltanto garantito che i problemi si accumulassero in altre parti del sistema, meno severamente controllate. I continui interventi hanno ritardato una correzione già nei numeri da fine 2005, arrivata invece adesso tutta insieme, mentre in assenza di interferenze avremmo forse avuto un boom meno prolungato ed una caduta meno precipitosa. Il risultato è che invece della tanto agognata stabilizzazione si è ottenuto l’opposto: un boom troppo lungo, seguito da un calo apparentemente improvviso, quando la diga si è rotta e molti partecipanti al mercato hanno adottato la tattica del “tanto peggio tanto meglio”: vendere, perché dopo il crollo si sarebbe potuto ricomprare a prezzi più bassi e ci sarebbe stato un intervento della Fed per mettere un cerotto ai danni.

Ben Bernanke

PROMESSE DA MANTENERE - Forse si tratterà di un caso, ma durante il momento più acuto di panico della settimana nera il maggior venditore di rischio sul mercato dei derivati di credito era una delle maggiori banche d’investimento; la stessa che, alla vigilia del nuovo piano di salvataggio, ricomprava pesantemente. Esiste almeno il fondato sospetto che l’intervento sia stato precipitato proprio dall’impegno dei politici a farlo: è divenuto conveniente, per i maggiori attori di mercato, perdere la calma e farsi prendere dal panico, inducendo così una reazione inevitabile, dato che il Governo si era già di fatto impegnato politicamente a salvarli e che quindi fosse conveniente giocare sul filo del rasoio, per scaricare le proprie perdite sulle spalle dei contribuenti. L’alternativa, pagare per i propri errori, sarebbe stata possibile, ma molto meno apprezzabile che accusare la sfortuna e incassare gli assegni dello Zio Sam. Una delle migliori regole per gestire il rischio, in finanza, e’ molto semplice: non fare promesse che non puoi mantenere o rinnegare senza rimetterci le penne. Sembra proprio che gli esperti, i banchieri centrali ed i funzionari del Tesoro che pensavano di poter manipolare il mercato in modo che ignorasse i fondamentali, senza capire che qualcuno avrebbe, prima o poi, provato a far mantenere loro quella promessa.

LA SOLUZIONE PEGGIORE - Ed ora? La reazione adottata dalle autorità pubbliche americane è degna del peggior veterosocialismo o dell’Iri del fascista-socialista Beneduce e del corporativo-cattolico Fanfani. Hanno garantito il valore dei fondi di mercato monetario, hanno vietato la vendita allo scoperto di un vasto numero di azioni e, soprattutto, hanno ideato un piano per eliminare il problema dei cosiddetti “attivi tossici”, colpevoli di valere molto meno di quanto le banche abbiano speso per acquistarli. La soluzione è tipicamente politica: far sborsare somme ingenti al contribuente per acquistare tali attività e nasconderle, pardon custodirle in un luogo sicuro, al riparo da seccature quali l’obbligo di dichiararne il valore di realizzo. Nel frattempo, Goldman Sachs e Morgan Stanley si preparano a darsi alla tradizionale attività bancaria di raccolta di depositi: le vecchiette sono avvisate, in cambio del guinzaglio corto anche le banche d’affari potranno approfittare, pardon, servire i depositanti. Non facciamoci ingannare dal sollievo per l’intervento statale: il governo e la Fed, più che una soluzione, sono stati parte del problema sin dall’inizio. Chi rompe paga, ed i cocci sono suoi. Peccato che a pagare, per queste centinaia di miliardi di cocci, saranno i contribuenti.

mercoledì, settembre 24, 2008

God Bless Warren

Il guru degli invesitmenti Warren Buffett ha iniettato 5 miliardi di dollari in Goldman Sachs, spingendole quotaizooni della nuova banca universale al rialzo. L'acquisto è sicuramente un voto di fiducia importante, insieme alla possibilità per GS di agire anche da banca commerciale. Non credo sia la testimonianza di un voto di fiducia nel settore finanziario in generale: ci sono ancora fallimenti da vedere, sperando che il governo USA non ricominci a scegliere chi deve sopravvivere e chi no, o peggio ancora, non cominci a distribuire sussidi a pioggia.

lunedì, settembre 22, 2008

Banche, rientrare nei ranghi

Le banche italiane hanno fatto scuola: sfruttare i risparmi delle vecchiette rischia di essere la nuova frontiera della finanza anche in America.


Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno ottenuto lo status di Bank holding Companies, ossia di banche commerciali autorizzate a ricevere depositi a vista dal pubblico (i nostri conti correnti, insomma). Morgan Stanley ha apprezzato parecchio il cambio di status, che le permetterà d'impiegare la propria rete di promotori finanziari per raccogliere liquidità a tassi favorevoli dai singoli ripsarmiatori (un po' come Mediolanum in Italia) ; Goldman è quasi una sorpresa: priva com'e' di qualsiasi rete distributiva, dovrà comprare una banca commerciale per sfruttare la possibilità concessale. Si mormora tuttavia che "concessa " significhi, almeno per Goldman, "imposto dalla Fed"; una offerta che non si puo' rifiutare, insomma.

In cambio della possibilità di raccogliere depositi a vista, infatti, le autorità di reoglamentazione applicano reogle molto più stringenti e si arrogano poteri di ispezione molto più incisivi che per le banche d'affari.

Il guinzaglio, insomma, per Wall Street torna ad essere molto corto. Servirà ad evitare ulteriori crisi? Forse nel breve periodo. Nel medio e lungo, dubitiamo che servirà a molto: , se il carburante della bolla è stata la liquidità fornita dalla Fed e sfruttata da banche ed intermediari pienamente regolamentati e sorvegliati, che hannno a loro volta finanziato in maniera eccessiva quelli non regolamentati. Il guinzaglio corto non è servito la prima volta, insomma, dubitiamo che servirà la seconda.

L'esperienza italiana (ed in generale europea) dovrebbe proprio insegnarci ad essere scettici riguardo alla bontà e onniscenza del regolatore. Basta guardare verso casa per comprendere che una maggior intrusione delle burocrazie regolatrici nel mercato bancario finirà soprattutto per rafforzare un oligopolio collusivo, cementato adesso dalla maggiore omogeneità delle strutture organizzative delle varie banche e dalla comune fonte di guadagni: non più l'innovazione, ma la capacità di spingere tramite filiale qualsiasi prodotto abbastanza complesso da essere acquistato sulla fiducia da consumatori che poco ne sanno. Non è un caso, infatti, che la raccolta tramite filiale sia normalmente meno costosa di quella all'ingrosso, anche considerando i costi fissi del personale e delle filiali: la differenza sta spesso nei tassi con cui si remunerano i risparmiatori, spesso molto, molto inferiori a quelli di mercato.

mercoledì, giugno 25, 2008

Goldman quant funds : rieccoli. Ed è una buona notizia

I fondi quantitativi, che investono in strategie elaborate e gestite da algoritmi e non direttamente da esseri umani, hanno avuto un pessimo 2007, ma almeno i migliori fra loro stanno più che recuperando terreno: i due fondi quantitativi gestiti da Goldman Sachs sono in attivo del 18% e del 7% nel 2008. Una ottima notizia per il mercato, che tali fondi stabilizzano e rendono più liquido senza la necessità di interventi governativi ed una lezione per chi vede negli "speculatori" l'origine dei mali del mondo.

L'idea dietro ai fondi quantitativi è ottima, anche se deve essere gestita in maniera responsabile: nei mercati elettronici attuali, non è più possibile analizzare direttamente molte opportunità di arbitraggio, a causa del breve tempo nel quale esse esistono. La soluzione consiste nell'investire risorse per creare programmi che identifichino e prendano profitto da tali opportunità con i tempi di un computer, in millisecondi, in base a strategie gestite e testate dai trader sulla base di modelli statistici e della propria esperienza. Questa strategia è stata estremamente profittevole per alcune categorie di hedge fund ed ha migliorato l'efifcienza di numerosi mercati azionari, dove i prezzi di azioni ed opzioni sono stati mantenuti in linea con i propri valori teorici proprio dall'azione di tali fondi.
Nell'estate 2007 l'inizio della crisi del credito introdusse un elemento nuovo: le banche tagliarono le linee di credito dei fondi, costringendoli a ridurre drasticamente i propri portafogli e creando un effetto a catena che mandò in perdita i fondi quantitativi.

Il ritorno al profitto della categoria rafforza l'idea che la strategia perseguita da tali fondi sia stata in grado di adattarsi anche al nuovo assetto, con accesso ridotto a finanziamenti a brevissimo termine. Si tratta di unanotizia positiva per qualsiasi partecipante al mercato. Giova ricordare come la "speculazione" portata avanti da tali fondi - acquistare azioni sottovalutate e venderne di sopravvvlautate, o papprofittare di momentanee inefficienze nella quotazione di strumenti correlati - ha proprio la vitale funzione di mantenere liquido ed efficiente il mercato: con grandi volumi ed operatori in grado di eliminare lealterazioni legate anche a singole, grandi operazioni, gli investitori aumentano le probabilità di avere sempre e comunque la possibilità di eseguire le proprie transazioni a prezzi equi senza creare movimenti di mercato ed in ogni momento, senza ulteriori aggravi di costo. Al contrario di regolamentaizoni ed uffici statlia, infatti, gli "speculatori" in questoni ci mettono del proprio e cadono o propserano soltanto in base a quanto bene possono svolger eil proprio mestiere.




Fonte: MarketWatch

lunedì, febbraio 11, 2008

Inflazione e banche

Businessweek ospita una intervista all'analista bancaria che aveva previsto la débacledi Citigroup. Il panorama non è dei migliori e ci vorranno mesi per riportare il setore finanziario in uno stato pienamente operativo.

D'altro canto, gli hedge fund non sembrano più pessimisti a 360gradi: secondo i dati recentemente pubblicati, rimangono elevati i volumi di scommesse speculative sull'oro e le posizoni "corte" sull'indice Russell 2000, esemplificativo delle piccole e medie imprese americane; si sono quasi azzerate, tuttavia, le posizioni ribassiste sull'indice S&P500 e le posizioni rialziste sui titoli di stato americani a lunga. Aumentano anche le posizioni corte sulla volatilità degli indici maggiori .

In sintesi, questo significherebbe che la comunità degli hedge fund si aspetta, in aggregato, che gli indici maggiori si mantengano stabili, mentre l'economia in generale e le tensioni su altri mercati non si ridurranno significativamente. Tutto positivo, almeno per chi investe in Borsa?
Non ne sarei tanto sicuro. Dal mio punto di vista, tagliare posizioni sui bond a lunga scadenza e aprire posizioni lunghe sull'oro ha un altro significato molto chiaro: si prevede inflazione in salita e l'inflazione è stato l'unico , vero generatore di crisi di lunga durata nel mondo occidentale, dal dopoguerra ad oggi.

lunedì, novembre 19, 2007

Prime pagine e realtà

Il monte-bonus delle principali banche di Wall Street sarà di 38 miliardi di dollari, più del PIL di piccole nazioni quali lo Sri Lanka o il Libano.
Gli azionisti delle stesse banche d'affari, nello stesso periodo, hanno perso 74 miliardi di dollari. Qualcuno non la prenderà per nulla bene.

mercoledì, novembre 14, 2007

A Wall Street torna di moda il Re Leone

Goldman Sachs non crede di dover effettuare alcuna svalutazione del loro attivo, al contrairo di ogni altra banca di Wall Street , mentre il CEO di JPMorgan dichiara che "stiamo bene, grazie ". Tutto è tornato tranquillo? Gli autori di MarketBeat, il blog del Wall Street Journal, che hanno raffigurato i due CEO come Timon e Pumba che cantano "Hakuna Matata", qui non ci sono problemi. La parte del facocero, ovviamente, la farà Dimon.
Posso credere a Lloyd Blankfein, CEO di GOldman Sachs, quando afferma che la banca sarebbe corta di CDO in aggregato e quindi non ha necessità di svalutazioni pesanti. E' nota l'abilità quasi soprannaturale di gestire rischi e leggere il trend da parte di Goldman e soprattutto del suo nuovo capo ; è altresì nota la capacità micidiale, da parte della banca, di trovare sempre concorrenti e clienti disposti a prendersi il rischio di scommettere contro tali abilità.
Mi sembra invece difficile da credere che una banca universale come JPMorgan, con 40 miliardi soltanto di bridge loan, non abbia proprio alcun problema.


"nobody was on defense today, as Goldman Sachs and J.P. Morgan Chase said things that were anything but offensive. The walls may be closing around in the form of writedowns for a multitude of firms, but Lloyd Blankfein and Jamie Dimon are singing “Hakuna Matata,” with the former saying they don’t expect any writedowns, and the latter saying “I think we’re fine.”"



Fonte: MarketBeat Blog - WSJ:

martedì, agosto 21, 2007

Mai svegliare il can che dorme

Ieri, il punto più attivo del mercato obbligazionario americano è stato l’angolino solitamente più tranquillo: il mercato monetario. Non si tratta, ovviamente, di un buon segnale, nel breve termine, soprattutto se sommato alle disavventure del sistema bancario tedesco (forse soltanto agli inizi) e ai preparativi “americani” di Deutsche Bank, KKR e Goldman Sachs, che indicano la possibilità del protrarsi di condizioni creditizie difficoltose.

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