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martedì, aprile 21, 2009

TARPiamogli le ali: Obama e la IRIzzazione dell'economia

Abbiamo scherzato? Le grandi banche USA, autodefinitesi sull'orlo del baratro solo poche settimane fa, annunciano oggi il ritorno all'utile e in alcuni casi l'urgenza di liberarsi dall'abbraccio soffocante dello Stato e il ritorno i buoni vecchi metodi. Dopo soltanto un anno, la magia del Dream Team Obama ha risolto la crisi, oppure qualcuno gioca sporco?

In questi giorni vengono pubblicati oppure sono già pubblici i risultati aziendali negli Stati Uniti e in gran parte d'Europa. Le tre principali banche americane per reputazione, se non per dimensioni, li hanno resi pubblici questa settimana: si tratta dei due colossi bancari "universali", Citigroup e J. P. Morgan, e di Goldman Sachs, la ex-regina delle banche d'affari, divenuta anch'essa tecnicamente una banca commerciale. Ed i risultati non sono stati soltanto migliori del previsto: nel caso di JP Morgan e Goldman, sembra essere partita la corsa alla restituzione dei fondi pubblici elargiti tramite il TARP, il programma di aiuti pubblici al sistema bancario che si dice abbia salvato le grandi banche dal fallimento.

COSA E' SUCCESSO? - E' possibile che le stesse grandi banche, che si volevano alla canna del gas poche settimane fa, siano adesso immacolate, anzi, profittevoli? Si tratta di un sottile complotto dell'élite mondialista o dello Stato Imperialista delle Multinazionali di tardocomunista memoria per espropriare i lavoratori? La realtà è più complessa: si tratta, in parte, del normale funzionamento della funzione di prestatore di ultima istanza della Banca Centrale; in parte, delle conseguenze perverse dell'allentamento degli standard contabili, apprezzato anche da certi pseudo-banchieri di casa nostra, che farà sentire i propri effetti deleteri nel futuro prossimo; in parte, infine, di una classica truffa ai danni del contribuente e degli investitori. Una truffa che noi italiani abbiamo subito con decenni d'anticipo, ma da cui non abbiamo imparato nulla: l'allucinazione statalista dello stato imprenditore, di un capitalismo "sociale" senza capitali e senza capitalisti nelle mani d'illuminati funzionari governativi. Noi ne portiamo le cicatrici, gli americani stanno soltanto ora cominciando a scoprire le prime avvisaglie delle amare conseguenze.

CHIMICA ECONOMICA - I risultati positivi di questo trimestre sono infatti la combinazione di tre elementi: uno positivo e reale, ma probabilmente temporaneo, uno che non può che lasciare perplessi ed un ultimo assolutamente deleterio nel lungo periodo. La combinazione è differente, ma egualmente pericolosa, per ognuna delle grandi banche USA. Che questo sarebbe stato un buon trimestre per le banche USA era noto da tempo. Le emissioni obbligazionarie da parte delle grandi aziende hanno raggiunto livelli da record, dopo un anno di gelo profondo, nel quale gli investitori non erano disponibili ad acquistare quasi nulla. Un minore pessimismo e soprattutto la fame di rendimento dovuta alla virtuale assenza di remunerazione offerta dai titoli governativi ha riportato l'interesse verso le emissioni societarie. Le stesse banche che hanno dovuto ridurre il credito alle aziende sono le organizzatrici dei sindacati di collocamento di tali emissioni presso gli investitori, intascando commissioni che vanno direttamente a rimpolpare l'utile. Volumi record significano quindi incassi record per banche come Goldman, Citi e JP, anche considerando il fatto che la competizione si è ridotta: Lehman e Bear Stearns sono scomparse, Merrill Lynch e Bank of America sono distratte dalle operazioni di fusione, Morgan Stanley è alle prese con una dolorosa ristrutturazione. Rimane da vedere quanto questa furiosa attività di rifinanziamento possa continuare ai volumi attuali, riempiendo le tasche dei team di organizzazione dei sindacati di collocamento.

LIFTING DI BILANCIO - Anche l'attività caratteristica delle banche commerciali, ossia il guadagno fra il costo dei fondi presi a prestito - quasi a zero, dalla banca centrale che stampa moneta, non dai privati - e quello degli interessi guadagnati prestando soldi ad aziende e individui, ha un trend favorevole, grazie alla crisi ed al secondo elemento: l'adulterazione degli standard contabili. Gli spread che i clienti sono disposti a pagare per ottenere nuove linee di credito sono molto aumentati rispetto ad un anno fa, a causa della crisi, della minore disponibilità di credito e degli aumentati rischi d'insolvenza dei debitori. Come contraltare, ovviamente, le perdite su crediti stanno già aumentando rapidamente, costringendo le banche a destinare l'aumentato margine a riserva per coprire tali probabili perdite. E qui entra in gioco la politica: il FASB, l'ente americano preposto allo sviluppo ed alla tutela dei principi contabili e di trasparenza nei bilanci, ha ceduto alla incessante campagna di pressione da parte del mondo politico, ed ha emendato i principi contabili in modo tale da permettere alle banche di non dovere adeguare i valori di bilancio delle proprie attività ai prezzi di mercato, né di dover svalutare immediatamente i prestiti a rischio di fallimento. Grazie alla modifica delle regole contabili, abbiamo quindi una remunerazione gonfiata dai maggiori rischi d'insolvenza, ma minori obblighi di preparare riserve necessarie a premunirsi contro tali rischi. Facile, quindi, vedere come l'utile delle attività di prestito venga aumentato a parità di volume di prestiti.

SIM SALA BIM - Il caso di Citigroup è il più eclatante ed espone in maniera evidente il punto della manipolazione del sistema contabile direttamente da parte delle banche, una pratica comune anche alle altre istituzioni finanziarie. Citigroup ha annunciato un utile trimestrale, per la prima volta dopo più di un anno di perdite disastrose e ben tre salvataggi a spese del contribuente. La realtà è ancora peggiore, perché Citi avrebbe perso soldi se non per un paio di operazioni contabili. La banca ha dovuto iscrivere comunque a bilancio una perdita a seguito della ristrutturazione di parte del proprio capitale. Il "ritorno all'utile" è dovuto anche all'utilizzo di una pratica tipica della bolla delle dot.com: la creazione di un indicatore di bilancio depurato delle "poste straordinarie" che, casualmente, comprende tutte quelle sgradevoli svalutazioni e sopravvenienze negative. Citigroup tuttavia non sarebbe riuscita ad evitare una perdita, anche nell'attività caratteristica, se non fosse per ancora un'altra possibilità particolare concessa alle banche: quella di contabilizzare in bilancio il proprio debito non al valore nominale, ma al valore di mercato. Non si tratta soltanto delle operazioni di riacquisto ben descritte da Phastidio, o della scommessa contro se stessa che avrebbe posto in essere: si tratta soprattutto della pratica di valutare, ad esempio, a valore di mercato il proprio debito. Questo significa che, se il mercato crede che una banca sia poco solida e quindi il prezzo scende, la banca imputa ad utile la differenza di valore con il prezzo all'emissione del proprio debito, come se potesse ricomprarselo tutto a valori depressi nell'arco di pochissimo tempo. Insomma, il mark-to-market non vale più per le attività che calano, ma si applica in pieno per i debiti che le banche hanno con i propri obbligazionisti.

MUSA AMERICANA PER I POETI NOSTRANI - Queste soluzioni dovrebbero far molto piacere al nostro [[Tremonti]]: da un lato, si finge che le banche siedano su portafogli sani, modificando le regole del gioco, fornendo per legge un comodo tappeto sotto cui nascondere le magagne e fornendo la solenne garanzia statale a quella stessa "finanza creativa" contro cui i neo-statalisti si scagliano in continuazione. Dall'altro, le si sussidia con denaro fresco di stampa, prestato a prezzi fuori mercato dal governo e dalla Banca Centrale, visto che i privati si rifiutano di finanziare attività rischiose a questi livelli e, fra poco, non si fideranno più neppure di bilanci "cucinati" ed alterati a piacere dalle agenzie governative. Il prossimo passo, quasi inevitabile, sarà quello di imporre volumi e destinatari del credito per legge, nazionalizzando le banche: si sentono già le richieste che il governo, fornitore ormai esclusivo di capitale e credito alle banche, le pieghi al "bene comune", ordinando loro di prestare. Questo equivale a consegnare ai politici le chiavi della cassaforte, in una replica del disastro che in Italia ha portato allo strangolamento nella culla del miracolo italiano da parte degli ex-fascisti di centrosinistra alla Fanfani e dei comunisti. Se i banchieri privati sembrano corrotti, vedrete cosa sapranno fare gli amici degli amici dei politici; l'Italia e la Francia offrono esempi eclatanti. La demolizione delle regole contabili farà in modo che i boiardi nominati dai politici possano operare fingendo che sia tutto a posto, come accade in Cina o come accadeva ai tempi dell'IRI, dove i conti quadravano perché i conti delle aziende pubblici erano gestiti con "sistemi contabili" che avevano ben poca parentela con la contabilità.

COMANDI, ECCELLENZA! - L'urgenza di ripagare i fondi della TARP non è dovuta, ovviamente, alla tempra morale dei banchieri ed al loro desiderio di evitare agli Stati Uniti ed all'Inghilterra il baratro del socialismo. E' dovuto alla paura di venire sostituiti dai favoriti del politico di turno. La finestra temporale è ridotta e non è una sorpresa quindi la fretta di JP e Goldman Sachs: meglio raccattare capitale privato subito, anche a costo di restituire allo stato miliardi di dollari di preziosa liquidità e mandare a picco del 10% le proprie quotazioni in poche ore, come ha fatto Goldman Sachs, piuttosto che dover tornare più avanti nel tempo, quando gli investitori si guarderanno bene dall'investire in banche dai conti opachi e quasi illeggibili, di cui ovviamente valuteranno le performance con molto maggiore scetticismo. La speranza è che, una volta restituiti i fondi TARP, nessuno si ricordi degli altri regalini: ossia le agevolazioni sulla normativa contabile, che permetteranno ai manager di fregare i polli che avranno avuto la follia di divenire azionisti, e soprattutto le decine di miliardi di dollari di obbligazioni emesse dalle banche, ma garantite dal governo americano. Quelle non ha intenzione di rimborsarle nessuno.

FINALE SCRITTO - Nessun complotto mondialista, insomma: soltanto uno scontro, neppure tanto sotterraneo, fra due caste cresciute all'ombra del monopolio statale: certi "banchieri", che pensavano che la protezione del racket politico fosse scontata ed i politici stessi. In teoria, se fossimo in tempi normali ed il modello di banca centrale funzionasse come i suoi architetti avevano sperato, la rapida restituzione dei fondi sarebbe un fattore positivo, la conclusione di un intervento di stabilizzazione di rado necessario e, per paradosso, spesso demandato al mercato. Nel modello esemplificato dall'inglese Bagehot, infatti, la banca centrale presta moneta a caro prezzo, ma in quantità illimitata, alle banche che si trovano in temporanea crisi di liquidità per motivi che non pregiudichino la loro solvibilità nel medio e lungo periodo. Una volta terminato il "panico", i depositi riaffluiscono, nuovo capitale può essere sottoscritto dagli investitori e la banca privata è ben felice di restituire il finanziamento della Banca Centrale, concesso a tassi punitivi proprio per non incoraggiarne l'abuso. Nel caso odierno, invece, esattamente come nel caos dei carrozzoni delle partecipazioni statali tanto comuni in Europa una generazione fa, la liquidità è fornita gratis, ma il problema è di solvibilità: una regolamentazione eccessiva e parziale ha protetto indebitamente aziende e manager che avrebbero dovuto invece poter essere disciplinate dal mercato il quale, invece, ha preferito seguire ciecamente il pifferaio magico, ossia i burocrati pubblici che si sono autonominati "autorità di vigilanza". Una volta questo scempio era generalizzato, visto l'elevato numero di settori protetti; oggi, per fortuna, è limitato alla sola finanza. Una volta arrivata la crisi, è stato facile accusare un "liberismo sfrenato" che mai ha alloggiato fra le banche, (andate molto peggio, per inciso, dei tanto temuti hedge fund, questi sì vigilati dal mercato). L'abile sfruttamento delle rendite di posizione, tramite il ricatto sindacal-manageriale sulla pelle dei potenziali disoccupati e delle aziende in difficoltà, ha forzato il governo a intervenire iniettando denaro pubblico sia nel settore bancario che in AIG e nelle aziende produttrici di auto. Attendiamo la prossima fase, quella dei boiardi di Stato. Se l'Italia è una guida, prima avremo le persone competenti, ma orrendamente illiberali, come Beneduce; poi, i geniali avventurieri coi soldi altrui, come Enrico Mattei; alla fine, burattini del potente, i nani e le ballerine.




pubblicato su Giornalettismo dal sottoscritto

mercoledì, marzo 11, 2009

Tremonti Signoraggista

Proprio mentre ci cominciavamo ad illudere che il vero Giulio Tremonti avesse recuperatol'uso del proprio corpo, scacciando l'alieno che se ne era impossessato, il ministro delle Corporazioni se ne esce con una delle sue sparate - speriamo etiliche. Da leggere, interamente, Liberty Soldier.


Il dilettante economista casualmente insediatosi a capo del ministero del
Tesoro
, deve aver capito che non ha senso la proibizione delle droghe. Avrà pensato forse che, se in parlamento se ne abusa con tranquillità, sarebbe perlomeno ingiusto continuare a perseguitare coloro che al di fuori dello stesso, hanno le stesse abitudini. Lodevole pensiero. Peccato che, forse per avere una maggiore comprensione del fenomeno, il Ministro abbia voluto provare egli stesso gli effetti psicoattivi di tali sostanze. E peccato che, a fronte dell'enorme disponibilità di droghe leggere, Giulio abbia sbagliato scelta, ingurgitando qualcosa di molto più pesante di semplice marihuana.Voglio credere che la spiegazione di una intervista alla RAI rilasciata il giorno 6 marzo sia questa e non altre.
Altrimenti infatti, bisognerebbe tirare fuori termini molto pericolosi.

lunedì, febbraio 23, 2009

Berlusconi - urne ad Ottobre ?

Oggi Temis riporta una voce interessante:

Di nuovo alle urne: questo è il progetto politico di Berlusconi che sta togliendo il sonno a tutti. a destra come a sinistra e al centro. il cav attenderà le europee e se dopo la sardegna anche l'europa dovesse confermare l'onda lunga del pdl, intende sciogliere le camere. diversi gli obiettivi: rafforzare la maggioranza in parlamento prima che la crisi diventi generale, togliersi dalle scatole tremonti con cui ormai è ai ferri corti ed evitare il rischio che il nuovo presidente della repubblica venga votato da un parlamento eletto dopo 5 anni di crisi

Il problema :è con chi sostituire Tremonti? E per quali ragioni? Non vorrei fossero quelle sbagliate.
Molti dei papabili sono persino più socialisti di Tremonti e non sono sicuro Berlusconi voglia qualcuno di diverso da un Beneduce: in quel caso, Tremonti va benissimo.
Senza contare la Lega, che probabilmente rischia di crescere ancora a Nord.

domenica, febbraio 08, 2009

E brava Giulia

L'Italia si guadagna il plauso dell'FMI per la gestione della crisi. Bravo Tremonti, che ottiene un elogio ben raro da parte dell'FMI quando si parla d'Italia.
Sia qui che altrove abbiamo criticato lo statalismo e le velleità protezionistiche del ministro, a volte impegnato a rievocare i fasti dell'IRI. Siamo felici per una volta di congratularci con lui.
Visto che non gli riesce d'esser liberale, consola vedere che sta perlomeno cercando di fare socialismo in non troppo costosa, come dimostrato anche dalla limitazione dei soldi buttati, pardon, degli aiuti all'auto.

lunedì, settembre 15, 2008

Lehman - poteva mancare il pollo italiano?

No, evidentemente. Infatti, il Tesoro sta per avere problemi : pare che Lehman fosse una delle controparti più importanti per il tesoro nella negoziazione di derivati. Nulla di losco, si tratta di normale attività di routine per la gestione delle liquidità e per il rischio di cambio, soprattutto per un governo come quello italiano, sempre impegnatissimo a gestire un debito pubblico colossale. L'imbarazzo, tuttavia, rimane.
Non parliamo neppure della marea di obbligazioni targate Lehman e finite in pancia a banche, asset manager, fondi pensione. O di tutto il debito Lehman usato come garanzia per una valanga di obbligazioni strutturate vendute tramite le reti bancarie.

martedì, agosto 12, 2008

a Newsweek piace lo psiconano

Il settimanale Usa Newsweek elogia Silvio Berlusconi? Anche a noi piace; ci piacerebbe ancora di più, se solo si decidesse a prendersi un ministro dell'Economia di destra.


fonte: Corriere della Sera

giovedì, giugno 19, 2008

Facciamo qualcosa di destra?

Il problema italiano rimane sempre lo stesso: dopo quarant'anni di lavaggio del cervello in tinta rosso-bianca, in Italia la destra ha roppa poca fiducia in se stessa, quando si tratta di fare qualcosa di destra e si accontenta di fare il verso alla sinistra moderata. Anche quando si parla di finanziaria.
Ad una prima analisi, quello che si potrebbe dire è che gli elettori di Prodi dovrebbero essere soddisfatti e magari astenersi dal commentare: anche se hanno perso la elezioni, si ritrovano con una Finanziaria estremamente simile a quella che avrebbero fatto Padooa Schioppa e soci. Chi invece ha votato per un cambio di registro, potrebbe avere parecchio di che lamentarsi, anche se perlomeno si intravedono alcune norme liberalizzatrici sui servizi pubblici locali e sulle coop.
SI tratta di una partenza decisamente in sordina, sicuramente in tono minore rispettoa quello che il nuovo Governo avrebbe potutto fare. Il soffocamento degli enti locali è una costante dai tempi del Governo Ciampi, una costante che sarebbe stato meglio vedere scomparire, magari ocn un riordino della ripartizione del carico fiscale che finanlmente responsabilizzasse gli enti stessi. Allo stesso modo, almeno il segnale dell'inizio di un drastico cambio di regime per quanto riguarda sanità e pensioni sarebbe stato molto gradevole.

Consoliamoci: al momento sembra improbabile che qualcuno lasci baratri del genere di quello di Roma, uno scandalo con pochisismi precedenti e la cui copertura mediatica è minuscola, in proporzione all'entità dello scandalo.

martedì, giugno 17, 2008

Chapeau alle chiappe dorate

La mia destra ha ragione: al Ministero del Tesoro dovrebbero piantarla di nascondere le tracce della propria pigrizia fingendo iperattivismo legislativo - che danneggerà chiunque altro.

Il resto del post è anche meglio

Hat tip: Phastidio

PS: citare l'autore di una proposta quale sostengno alla proposta stessa è come chiedere all'oste come è il vino. Così come citare fuori contesto. Tremonti lo preferivamo quando publicava il libro bianco, non quando si fa prendere da spasmi giustizialisti in salsa fiscale.

mercoledì, giugno 04, 2008

Non capivano prima, non capiscono adesso

Sulla brutta copia del New York Times (inquietante già di suo) Giannini ha un ruolo preciso : leggiuchciare l'Economist e trarne le conclusioni sbagliate, soprattutto parlando d'Italia.
Sproloquiando su Tremonti, dice:

"Giulio Tremonti ama ripetere un leitmotiv: 'L'economia la fa l'economia, non la fanno i governi'. Ha ragione solo in parte."
La parte in cui ha ragione è proprio l'opposto di quella che vorrebbe Giannini: lui vorrebbe che il ministro Tremonti intervenisse di più e su temi cari alla sinistra; personalmente, gradirei che invece Giulio Tremonti razzolasse come predica e che di conseguenza lasciasse fare alla "economia", liberando spazi per l'azione degli individui e ritraendo la pesante mano del governo.
Invece il ministro dell'Economia ricicla le peggiori idee di Blair, razzolando male dopo aver ben predicato.
La tassa straordinaria sui profitti delle aziende petrolifere e sulle banche è infatti diretta discendente della windfall tax, presente nel Labour Manifesto del 1997 e volta a tassare gli "eccessivi" guadagni derivanti dalla privatizzazione delle aziende di Stato britanniche. Eccessivi a posteriori, oviamente: almomento della privatizzazione il governo Thatcher aveva dovuto ricorrere ad ogni sorta di incentivi per convincere gliinglesi a comprarsi quelli che venivnao visti come dei carrozzoni.
I suoi effetti sono perlomeno discutibili: a fronte di un introito di circa 5 miliardi di sterline, ha rischiato di scardinare la reputazione della Gran Bretagna come nazione dove impera la certezza del diritto. Il problema maggiore, allora come oggi, non è tuttavia questo, né che a pagarla, alla fine, non saranno certo le "corporation", semplici finzioni giuridiche, o i manager, ma gli azionisti ed i consumatori.
Il punto è lo stesso che si riscontra nelle giursidizioni a rischio di nazionalizazione o di altre predazioni governative: si genera una riduzione degli investimenti e quindi della ricchezza futura. Se esiste il rischio che i frutti di tali investimenti vengano depredati, allora ci si limiterà a sfruttare all'osso l'esistente, intascare i profitti e fare le valige; l'effetto opposto, insomma, a quello in teoria ricercato da ogni buon ministro socialista, pardon colbertista.
Si tratta di un esempio di conseguenze inattese di politiche in apparenza utili a fini sociali, un classico "fallimento del socialismo", corrispettivo molto più frequente dei "fallimenti del mercato" : un provvedimento dalle ottime intenzioni che produce pessimi risultati, in pieno contrasto con i propri stessi obbiettivi.

Come nel caso della proposta di rinegoziazione quasi-volontaria dei mutui, si tratta di un lodevole tentativo di risolvere un problema, una novità rispetto alle tattiche dilatorie e vessatorie del precedente governo. Purtroppo, rischia di essere un tentativo controproducente, a causa dell'impiego degli strumenti sbagliati. In nazioni come l'Italia, si crede sempre che sia necessario fare "qualcosa", qualsiasi cosa, che il governo debba agire ed intervenire, anche quando rischia di fare maggior danno di quanto non se ne stia già verificando. Comincio a temere che la capacità di resistere e non cadere in certe trappole sia come il coraggio per Don Abbondio : “[...] se uno non ce l’ha, non se lo può dare”.

update: questo post e' un fratello quasi gemello del mio pezzo su giornalettismo

sabato, maggio 31, 2008

Mutui, i conti senza l'oste?

Una elaborazione sul post precedente e' "capitata" su Giornalettismo ;-)

All’inizio ci avevano raccontato che a pagare sarebbero state le banche, ma si era intuito quasi da subito che c’era dietro un trucco. E invece ce ne sono due, perché qualcuno i vostri debiti se li è comprati convinto che in questo paese variabili fossero i tassi. E non le regole del gioco.

tremontiL’accordo fra ABI e governo non è ancora definitivo, ma nella sua versione attuale si presentano già due notevoli nodi da sciogliere. Il primo deriva dall’assenza di dettagli riguardo alle modalità di calcolo dell’entità del conto accessorio e del rientro al regime di tassi variabili. Una definizione di tali modalità sarebbe superflua nel caso si rimuovessero invece gli ostacoli alla surrogazione del mutuo, che porrebbe il consumatore nella posizione di compiere una scelta fra molteplici offerte, invece di una “ossimorica fidelizzazione della clientela“. Dato l’attuale approccio dirigistico, invece, si delineano due scenari egualmente indesiderabili.

NIENTE CONCORRENZA, PLEASE - Da un lato l’assenza di una normativa, unita all’assenza di concorrenza nella fase di rinegoziazione, offrirebbe alle banche l’ennesima opportunità di lauti profitti, ben nascosta agli occhi del pubblico. Dall’altro abbiamo la proposta di una normativa dirigistica e pauperistica del genere adombrato dalle associazioni di “tutela” dei consumatori che porterebbe a sussidiare i mutuatari. Una operazione iniqua nei confronti di coloro che hanno scelto la rata a tasso fisso quando hanno potuto, sobbarcandosene i maggiori costi iniziali; una soluzione che spegnerebbe definitivamente ogni spinta alla crescita dell’informazione finanziaria in Italia, garantendo che qualsiasi speculazione andata male possa trovare un’ancora di salvataggio nel dichiararsi fessi e appellandosi al Governo per far fessa la controparte in un contratto.

CARTOLARIZZAZIONE MON AMOUR - Il secondo problema è l’impatto che l’accordo avrà sulle cartolarizzazioni dei mutui. Potenzialmente, un impatto devastante su un segmento del mercato dei capitali che, al di là della bolla finanziaria, ha permesso la grande espansione del credito di questi anni e, di conseguenza, l’accesso alla proprietà della casa a molte famiglie di reddito medio e basso. Lomoney strumento delle cartolarizzazioni è stato demonizzato dalla stampa, ma nella realtà si tratta di una tecnologia finanziaria che ha migliorato l’efficienza del sistema creditizio e dell’allocazione del credito. Tale tecnologia si basa sulla possibilità di assemblare i mutui erogati in portafogli che vengono poi ceduti a società veicolo che ne finanziano l’acquisto tramite l’emissione di obbligazioni particolari, vendute ad investitori istituzionali. Tali obbligazioni possono essere costruite “su misura” in base al profilo rischio-rendimento desiderato dalle differenti categorie di investitori e forniscono, almeno in teoria, una maggiore diversificazione ed una maggiore trasparenza riguardo al genere di attivo nel quale si investe rispetto al semplice acquisto di azioni od obbligazioni bancarie. Il rischio in capo all’investitore, inoltre, è soltanto quello relativo all’insolvenza dei mutui in portafoglio, indipendentemente (o quasi) dall’andamento della banca che li ha originati. Una volta eseguita la cessione, la banca che ha originato i mutui ceduti ha di nuovo le risorse per procedere ad ulteriori erogazioni, mentre in precedenza avrebbe dovuto obbligatoriamente reperire nuovo capitale, di rischio e di debito, prima di poter espandere le proprie attività.

AH! NON LE AVEVO DETTO CHE… - La bozza di accordo, di fatto, minaccia di modificare i contratti di mutuo contenuti nei portafogli cartolarizzati, alterandone arbitrariamente il profilo finanziario e scardinando proprio la certezza e la trasparenza dell’attivo delle società-veicolo. L’agenzia di rating Fitch ha già espresso alcune considerazioni al riguardo e Governo ed ABI sembrano coscienti della questione, a giudicare dal testo della dichiarazione: si è stati bene attenti a chiarire che la ristrutturazione cappello del magoavverrà tramite l’aggiunta di un nuovo contratto e non la modifica del vecchio. Tale precauzione non mette tuttavia al riparo le cartolarizzazioni esistenti dall’aumento dei rischi dovuti alla nascita di discrepanze fra il nuovo profilo finanziario dei mutui e il “vecchio” profilo delle obbligazioni emesse per finanziarli. Se i mutui divengono a tasso fisso e durata variabile, e non più a rata variabile ma scadenza fissa, cosa accade alle obbligazioni garantite da tali mutui, costruite di solito basandosi sui flussi di cassa dei mutui sottostanti? Le banche potrebbero intervenire vendendo alle società veicolo dei derivati che assicurino da tale rischio, ma in questa maniera si passerebbe da un rischio di tasso e di liquidità ad un rischio di controparte: se la banca controparte finisse in cattive acque, saremmo di nuovo punto e a capo. In ogni caso, il profilo di rischio si modifica drasticamente dal punto di vista degli investitori fra i quali, giova ricordarlo, troviamo moltissimi fondi pensione, assicurazioni vita e fondi comuni detenuti dai risparmiatori.

CHI PAGA? - Ammesso e non concesso che nessuno si rivolga al Tribunale, quale credibilità avrebbe il mercato italiano delle cartolarizzazioni, dopo un evento di questo tipo? Quanti investitori comprerebbero le prossime emissioni? Ben pochi, chiudendo un importante canale di finanziamento per gli istituti di credito e quindi riducendo il credito disponibile alle famiglie.

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