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mercoledì, maggio 19, 2010

Il Mastella americano perde il posto. Almeno lui.

Dalle primarie americane, il segnale più' chiaro e' quello della rivolta contro i soliti noti, in entrambi i partiti. E il volto più' noto di tutti e' ormai l'ex ragazzo prodigio Barack Obama. 

Arlen Specter e' il senatore repubblicano che nel 2009 ha pensato bene di saltare il fosso e di schierarsi con i democratici. La motivazione e' sempre stata chiara: potere. Specter e' un centrista la cui unica preoccupazione e' sempre stata la rielezione e non l'ha mai nascosto e la vittoria di Obama del 2008 gli ha fatto credere che i democratici avrebbero dominato per anni. E' quindi passato ai democratici durante la battaglia per la sanita' , fornendo quindi un voto cruciale; in cambio aveva ottenuto da Obama e dai big del partito la promessa del pieno appoggio per la sua ricandidatura al proprio seggio senatoriale, stavolta come democratico.
Fortunatamente per gli USA, il meccanismo delle primarie ha bloccato questa gradevole imitazione della casta italiota, privando Specter della nomination: gli elettori democratici si sono ribellati all'imposizione centralista ed hanno nomionato  Joe Sestak, parlamentare  e democratico di lungo corso.

Prima o poi capiremo anche in Italia che le primarie, prima che un'applicazione del feticcio assembleare, sono uno strumento per limitare il potere delle élites di partito quando si sono allontanate dalla propria base. Anche quando, dall'altra parte, c'è il Capo.

lunedì, maggio 03, 2010

Barack, impara da Clemente (Mastella)

La spese pazze dell'Amministrazione non convincono gli elettori. Molti elettori democratici stanno festeggiando tutti quei grassi assegni arrivati grazie al buon Barack nel loro distretto: non è un segreto che lo "stimulus" sia stato ritagliato a misura di aree ad elevata densità Democrat. Per loro lo stimolo funziona, alla faccia di chi pagherà il conto. Il problema è che il resto della popolazione non si lascia abbindolare tanto facilmente.

Secondo l'ultimo sondaggio di Pew Research, il 62% dei cittadini americani (contro il 33%) pensa che lo “stimulus” non abbia avuto alcun effetto positivo sull'occupazione. Di questa opinione sono il 79% dei repubblicani, il 69% degli indipendenti e il 42% dei democratici. (The Right Nation)

Barack Obama dovrebbe studiare meglio l'esempio di Clemente Mastella, quando si tratta di assistenzialismo: ha cominciato bene, imitando l'IRI dello sfascio italiota e le ultime stupidaggini rottamatorie, ma per arrivare ad eguagliare i maestri del voto di scambio ci vuole parecchio tempo e molto più impegno nel lavaggio del cervello dell'elettore medio. L'unica speranza per i democratici è che i repubblicani perdano di nuovo la testa e ritornino a comportarsi come nell'era Bush. ossia ad imitare i nostri democristiani: spesa pubblica e ipocrisia sociale a sfondo pseudoreligioso.

lunedì, aprile 26, 2010

Un altro antisemita alla corte di Obama

Aggiungiamo James Jones, consigliere per la sicurezza nazionale, all'elenco di membri o aspiranti membri dell'enoturage di Obama con un punto di vista  molto chiaro sugli ebrei: una manica di avidi commercianti. Perlomeno Jones non nega l'Olocausto, sostiene la necessità di eliminare Israele dalla cartina geografica o lo compara al Sudafrica dell'apartheid, ma si limita a cominciare un discorso sul Medio Oriente con una barzelletta a tinte antisemite. E' un miglioramento, dalle parti della corte di Barack, dove certe razze e certe religioni sembrano essere molto, molto più uguali di altre: ricordiamoci le reazioni inferocite della Casa Bianca per episodi molto meno gravi di questo.
Forse lo stato dell'Arizona avrebbe dovuto sostenere che la sua nuova legge sugli immigrati era diretta agli ebrei e non agli ispanici, se la sarebbe probabilmente cavata senza problemi.

giovedì, aprile 22, 2010

Belle speranze

Obama: «Ci sarà una nuova crisi senza la riforma finanziaria» . Avrebbe potuto anche dire ch e"ci sarà un altro uragano senza una riforma delle assicurazioni danni", avrebbe avuto lo stesso senso logico.

Il punto dolente è che la riforma sponsorizzata dal presidente non riduce il rischio di una crisi finanziaria: si limita a rendere il sistema americano simile a quello europeo, nel quale ai grandi banchieri viene garantito l'aiuto statale in caso di difficoltà, in cambio dell'acquiescenza ai voleri della classe politica. Come bonus, di solito, vengono concessi nel tempo il diritto alla rapina del risparmiatore e, soprattutto, la garanzia implicita delle rendite di posizione acquisite.
Non c'e' male, come change

mercoledì, aprile 21, 2010

Ma quale rIforma finanziaria USA


"Le società farmaceutiche hanno usato i Repubblicani per eliminare la "Public option" prima di usare i Democratici per sovvenzionare l'acquisto di farmaci e obbligare ad assicurarsi; adesso le grandi banche stanno manipolando i Repubblicani per sconfiggere una tassa sulle banche, mentre usano i democratici per proteggere le proprie rendite di posizione, rendere obbligatori i salvataggi bancari e ricostruire la fiducia in Wall Street; il tutto, ovviamente, a spese del contribuente."



lunedì, aprile 12, 2010

Fannie Mae e Freddie Mac, l'eredità di Clinton avvelena Obama

Le cattive politicihe di Bill Clinton nascevano forse dalle migliori intenzioni, ma questo non ha evitato una politica di favoritismi che ha posto degli incompetenti al cuore della bolla immobiliare americana, con conseguenze che rischiano di impedire all'amministrazione Obama ogni seria riforma di due dei pilastri finanziari dell'industria immobiliare americana.

Due delle vittime più illustri, ma in un certo senso più prevedibili , della crisi finanziaria sono state Fannie Mae e Freddie Mac, i due giganti parastatali dei mutui, affondati sotto il peso delle perdite accumulate; la garanzia governativa implicita ha permesso per anni alle due agenzie di finanziarsi a tassi simili a quelli governativi ed impiegare questi fondi per acquistare mutui, distorcendo in maniera rilevante il mercato e fornendo un sussidio implicito che ha giocato un ruolo rilevante nella bolla immobiliare.

Su Pajamas Media è uscito oggi un pezzo interessante sulle modalità con cui l'amministrazione Clinton utilizzò il consiglio d'amministrazione di Fannie Mae e Freddie Mac come parcheggio per amici e sostenitori. Il problema è che alcuni di questi sono attualmente alle dipendenze di Barack Obama, a partire da Rahm Emanuel, capo di gabinetto del Presidente. Il risultato è che ogni driforma delle due GSE incontra un muro di gomma.

Per fare un breve elenco:

- Rahm Emanuel, capo di gabinetto di Obama, ex responsabile della raccolta fondi della campagna elettorale di Clinton, poi suo senior adviser. Fu fra i principali sostenitori del progetot di riforma sanitaria che quasi affondò la prima presidenza Clinton. Ha ricevuto 320mila dollari per essere stato consigliere d'amministrazione di Fannie Mae per 14 mesi.

– Dennis DeConcini, ex senatore degli Stati Uniti, accusato di corruzione in relazione allo scandalo bancario delle Savings and Loans nel 1989; il comitato etico del Senato stabilì ch esi era comportaot in maniera impropria ed avevano abusato della propria posizione per interferire nelle operazioni della Federal Home Loan Bank Board, l'autorità di vigilanza; non venne mai tuttavia deferito al tirbunale ordinario. Bill Clinton lo ricompensò per il suo appoggio nominandolo consigliere d'amministrazione di Freddie Mac.

– Jamie Gorelick, amica intima di Hillary Clinton. Gorelick, avvocatoo venne nominata nel consiglio di Fannie Mae, e si licenziò nel 2003 , per essere assunta lo steso giorno da WilmerHale, lo studio legale che rappresentava la società.

– Harold Ickes, definito “l'uomo della spazzatura di Bill Clinton” perisno dalle pagine del progressista New York Times. Vicecapo di gabinetto, implicato nello scandalo in cui Clinton venne accusato di avere illegalmento accettato denaro da stranieri e di aver venduto l'accesso alla Casa Bianca al miglior offerente. Ickes si assunse tutta la responsabilità.

– Jack Quinn , il capo di gabinetto di Al Gore.

- Neil Hartigan, ex proocuratore generale dell'Illinois.

– Maynard Jackson, il sindaco democratico di Atlanta.

– Jose Villarreal, vicedirettore della campagna presidenziale del 1992 di Bill Clinton e "sneior adviser" di Hillary Clinton nella sua campagna per l anomination presidenziale del 2008.

– Garry Mauro, il fedelissimo dei Clinton in Texas , nominato dopo aver perso le elezioni a governatore dello Stato contor George W. Bush.

– William Daley, fratello del chiaccherato sindaco di Chicago Richard Daley Jr. e figlio del famigerato Richard Daley Senior; presidente della campagna presidenziale di Al Gore , segretario al commercio di Clinton , consigliere del team di transizione del President eObama.

Nessuno di loro ha alcuna competenza specifica in materia finanziaria. Nessuno di loro ha mai avuto alcun sentoore del marcio che si annidava nelle GSE, ma tutti hanno compreso i vantaggi, elettorali ed assistenziali , del programma.

Non si vuole qui negare la responsabilità enorme del partito repubblicano: per otto anni, Bush ed il leader parlamentari hanno permesso che le proposte di riforma rimanessero lettera morta e , soprattutto, non hanno mai toccato il feudo deocratico che le GSE erano diventate. Le centinaia di milioni di dollari che Fannie Mae e Freddie Mac hanno generosamente versato nelle casse della classe politica sono andate quasi completamente al partito democratico, ma sospettiamo che qualche rivolo abbia trovato la via dei repubblicani che hanno insabbiato i ripetuti tentativi di cambiare lo statu quo prima che fosse troppo tardi.

lunedì, marzo 01, 2010

A Taiwan nessuno vuole farsi annettere dalla Cina comunista. Come piacerebbe ad Obama.

La presidenza dell'isola può anche essere tornata al rappresentante del partito nazionalista, ma questo non vuol dire che gli elettori di Taiwan vogliano sottomettersi al regime di Pechino ed abbandonare il proprio regime - che non sarà eccessivamente liberale, ma li ha serviti infinitamente meglio della dittatura comunista. La vittoria del Kuomintang nel 2008 aveva illuso la dirigenza del partito di avere un mandato per negoziare legami sempre più stretti con la "madrepatria", mentre il risultato era probabilmente dovuto ai difetti dell'avversario: il partito indipendentista è stato travolto da un'ondata di scandali e corruzione ed aveva già visto indebolirsi il proprio consenso a causa di politiche troppo socialdemocratiche per un elettorato che preferisce il libero mercato. Una conferma della miopia dei nuovi vertici taiwanesi è giunta dalle urne, dove i nazionalisti hanno appena incassato una bruciante sconfitta. Un monito per chi è stato eletto perché il meno peggio ed ha creduto di poter vendere l'isola ai cinesi; un monito anche all'amministraizone Obama, che troppo spesso sembra orientata ad abbandonare Taiwan al proprio destino per compiacere Pechino.

Hat tip: Pajamas Media

lunedì, gennaio 25, 2010

Vi manco già?



Bush comincia a non sembrarci un caso più unico che raro. L'abbiamo criticato per essere un socialcristiano più che un vero repubblicano, ma dobbiamo ammettere che il suo successore è peggio. D'altronde, fra un finto conservatore liberale che gioca a fare il socialdemocratico ed un vero socialdemocratico, era inevitabile che il popolo americano scegliesse l'originale anziché la brutta copia. Mal gliene incolse, ovviamente; la fine che rischia di attendere gli USA è ben visibile, in Europa e nei romanzi di Ayn Rand.

venerdì, gennaio 15, 2010

Dalle stelle alle stalle: il seggio senatoriale di Kennedy ai repubblicani?

Il Partito democratico rischierebbero di perdere il seggio senatoriale di Ted Kennedy, considerato più che sicuro. La magia di Obama è già terminata?
La morte di Ted Kennedy ha costretto a tenere una elezione suppletiva, che sino a pochi giorni fa era considerata poco più che una formalità Il Massachussets è infatti uno degli stati più a sinistra degli USA, definito scherzosamente "la Repubblica Popolare del Massachussets". E' anche il feudo politico della famiglia Kennedy, veri re senza corona di Boston e dintorni. Nell'anno di Obama, i repubblicani non sembravano avere alcuna speranza di recuperare gli svantaggi storici nello stato. Eppure, l'impossibile sta per avvenire: Secondo i nuovi sondaggi, il repubblicano Brown sarebbe in testa.
Una vittoria dei repubblicani infliggerebbe un colpo devastante al partito democratico, alla vigilia di una elezione di midterm dove il partito del presidente rischia già di trovarsi in difficioltà: i piani di riforma sanitaria sono estremamente impopolari, la gestione clientelare delle manovre di stimolo ed una serie di scandali hanno azzerato la credibilità dei leader parlamentari, mentre anche la reputazione di Obama sta venendo rapidamente intaccata, nonostante la fedeltà canina di gran parte dei mezzi di informazione. La situazione è ababstanza seria da far considerare l'ipotesi di un intervento diretto del Presidente a sostegno della democratica Martha Coakley durante gli ultimi giorni della campagna elettorale. Continuiamo a credere che una vittoria democratica sia il risultato più probabile, ma una sconfitta di misura in un seggio dato per perso sarebbe comunque una mezza vittoria, almeno dal punto di vista tattico.

Un'ultima nota: in caso di morte di un senatore, gran parte degli Stati dell'Unione prevedono cheil governatore dello stato nomini un sostituto che porti a temrine il mandato, senza tenere elezioni. Questa ocnsuetudine è stata recentemente modificata in Massachussets dagli stessi democratici, per impedire che l'allora governatore repubblicano Mitt Romney potesse nominare un compagno di partito ad un seggio rimasto vacante. Questa innovazione si sta ritorcendo contro i propri stessi creatori: una lezione da meditare, per chi considera il fine più importante dei mezzi.


martedì, gennaio 12, 2010

Stimolo? Quale stimolo?

Il dibattito sull'efficacia delle misure di "stimolo economico" è sicuramente complesso e difficilmente risolvibile in maniera netta, anche perché risulta problematico persino accordarsi su quali sarebbero le caratteristiche di uno stimolo "di successo". Ciò che è sicuro è che non esiste la certezza che funzioni sempre e comunque, nonostante la martellante propaganda degli statalisti sia nostrani che d'oltreoceano. Un esempio dello scarso effetto tangibile viene dalla AP, agenzia ritenuta spesso filogovernativa: uno studio effettuato ha trovato che la situazione occupazionale nei distretti che hanno goduto maggiormente di finanziamenti governativi non è migliore di quella delle aree che non ne hanno goduto. Mentre i benefici sono incerti, è certo invece il conto da pagare nei prossimi anni, tutto a spese del contribuente e dei lavoratori delle aziende non sussidiate dai politici.

Hat tip: Coordination Problem

martedì, novembre 10, 2009

Obamacare, la riforma sbagliata per i motivi sbagliati

I difetti della sanità americana si possono risolvere più rapidamente senza ricorrere ad una riforma è inutilmente statalista e devastante per il bilancio statale e per la libertà individuale.
Su Zuppa di Porro trovate un ottimo riassunto su alcuni dei luoghi comuni riguardo alla riforma sanitaria Obama. Vale la pena di aggiungere un elemento importante: gli obbiettivi della riforma sarebbero stati raggiungibili semplicemente eliminando alcune regolamentazioni e, soprattutto, una distorsione del codice fiscale, senza imbarcarsi in una costosa avventura burocratica ed in una massiccia interferenza governativa nelle scelte individuali.

Una parte consistente dei non assicurati, ad esempio, è costituita da persone che non hanno assicurazione soltanto temporaneamente; si tratta soprattutto di coloro che stanno cambiando lavoro. La perdita dell'assicurazione in caso di disoccupazione deriva dal fatto che la stragrande maggioranza delle polizze sanitarie non sono individuali, ma legate ad un piano definito dal datore di lavoro e spesso gestito in coabitazione con il sindacato. Il codice fiscale permette al datore di lavoro di non pagare tasse sui contributi ai piani sanitari aziendali, mentre non esistono agevolazioni per i premi versati da chi sottoscrive assicurazioni sanitarie individuali. Il lavoratore che volesse ricevere in busta paga quanto versato dall'azienda e poi assicurarsi individualmente, mantenendo la copertura anche in caso di licenziamento, dovrebbe quindi prima pagare le tasse su quell'importo, rimanendo con meno denaro per pagare l'assicurazione.
L'abrogazione di questo vantaggio fiscale, oppure la sua estensione a tutti i tipi di polizze sanitarie ridurrebbe istantaneamente il numero di non assicurati, da un terzo alla metà.
Altre proposte sono relative alla rimozione dei vincoli legali e dettati dall'ordine dei medici, che hanno di fatto permesso a dottori, ospedali e cliniche di stabilire cartelli e monopoli locali in numerose città americane, oltre che dalla rimozione del divieto di vendere assicurazioni di portata nazionale e non soltanto locale.
Se per queste ultime ipotesi di riforma può esistere un margine di controversia, la modifica del codice fiscale non parrebbe avere alcuna conseguenza negativa possibile. Non si tratta di una misura complessa, né costosa, dato che il governo esenta già i premi versati. John McCain, il candidato repubblicano alla Presidenza nel 2008, aveva già proposto un piano del genere. In questo caso, il problema principale è tutto politico: i sindacati preferiscono il sistema attuale, che da' loro potere, prestigio e accesso alla gestione dei fondi sanitari aziendali. La dirigenza democratica e l'amministrazione presidenziale hanno sempre dichiarato di volere minimizzare lìimpatto sulla libertà di scelta ed il bilancio statale, ma poi non hanno neppure preso in considerazione le ipotesi di riforma meno stataliste. Ancora una volta, sorge il dubbio che per Obama l'aumento dell'assistenzialismo e della dipendenza dal governo siano proprio uno dei lati positivi della riforma: un bene in sé, non dei mali necessari.

E’ passata alla camera usa la riforma sanitaria americana. Ora tocca al senato.
1. Finalmente ogni americano avrà il diritto alla salute. Falso. Ricordate che nella migliore delle ipotesi ci saranno sei milioni di immigrati che non avranno diritto ad un bel niente.
2. Meglio dei 47 milioni di poveracci che oggi sono fuori da ogni assistenza. Conviene ricordare al vostro interlocutore che ci sono già oggi vari programmi di sostegno ai più deboli. Medicare per i tutti gli over 65 e il Medicaid per famiglie a reddito basso e disabili: coprono 75 milioni di amnericani.
3. Prima non c’era solidarietà pubblica. In Italia la spesa sanitaria pro capite è di 2686 (dollari a parità di potere di acquisto) rispetto ai 3280 (solo pubblici) spesi in america. Insomma riescono ad essere più spendaccioni anche di noi. Il che non è necessariamente una cosa buona, come è facile capire. E’ semplicemente un fatto.
4. Se passa la riforma Obama lo Stato offrirà polizze in concorrenza con i privati, così da calmierare i prezzi. Bene, perfetto. L’abbiamo già vista questa storia. Vi ricordate Freddie e Fannie hanno offerto mutui a tassi competitivi. Sono fallite e hanno alimenato la bolla subprime. Ma certo le loro intenzioni originali erano davvero buone: dare un a casa in proprieatà a tutti gli americani. Attenzione dunque a questa follia americana di mettere in concorrenzxa stato e mercato. per poi far pagare il fallimento dello Stato sul primo, ma a distanza di anni.
5. Generosi con la cure plastiche, ma con l’aborto no. parlatene con i nostri salottieri progressisti. Le polizze di Obama coprono molto, ma non l’aborto (di qualsiasi tipo). Sulla vicenda c’è stato uno scontro furibondo che ha visto vincere la Chiesa. Se una polizza sanitaria di tipo pubblico dovesse coprire l’interruzione di gravidanza, verrebbero subito meno i sussidi pubblici. Insomma Obama progressista, ma non troppo.
6. Ma molti non vogliono alcuna assicurazione. L’economista Feldstein calcola che nei prossimi dieci anni ci saranno ancora 30 milioni di non coperti. Molti degli attuali no coperti infatti semplicemente non vogliono essere tutelati. Da domani pagheranno le multe previste per coloro che non si assicurano obbligatoriamente: costano meno di una polizza. E secondo la nuovo riforma potranno assicurarsi solo al momento di un’eventuale malattia. Come dire mi assicuro l’auto solo quando faccio un incidente e prima pago una piccola multa. Mica male.
Prime riflessioni su una riforma che è stata universalmente salutata come un grande passo avanti. Le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni, diceva qualcuno.

Cosa sono 16 miliardi fra amici?

Fannie Mae e Freddie Mac continuano a stupire. Il contribuente, soprattutto. Dopo circa 100 miliardi di perdite nell'ultimo anno, Fannie Mae ne perde altri diciannove questo trimestre e chiede l'ennesima ricapitalizzazione al Tesoro, questa volta per 15 miliardi. Dobbiamo ammettere almeno l'onestà della nuova dirigenza, che ha smesso di fingere che questi saranno gli ultimi dollari del contribuente che verranno bruciati sull'altare dell'allucinazione immobiliare.

La storia di Fannie Mae e Freddie Mac, definite GSE, è tristemente nota: si tratta di aziende che in Italia sarebbero state definite parastatali anche nei momenti migliori, un ibrido pubblico-privato che sembrava prendere il peggio di entrambi i mondi: due istituzioni il cui azionariato era privato, , ma che godevano di uno status nebuloso e di una garanzia "implicita", mai formalizzata ma spesso ribadita da parte del ministero del Tesoro e il cui consiglio di amministrazione era però di fatto deciso dai politici in Congresso. Il ruolo istituzionale dei due colossi era di fatto quello di sfruttare la garanzia implicita per finanziarsi a tassi fuori mercato ed impiegare tale liquidità per acquistare mutui, acquistandoli dalle banche che li erogavano; il risultato netto era un gigantesco sussidio all'acquisto della prima casa, un elemento che ha giocato un ruolo non secondario nella nascita della bolla immobiliare americana: perché preoccuparsi della qualità dei debitori, quando un ente statale si prendeva carico dei mutui erogati? Lo schema sembrava a costo zero: il debito delle due società non rientrava nei conti del debito pubblico americano.

La crisi immobiliare ha dimostrato la fondatezza delle numerose critiche a questo sistema. Quando i valori immobiliari hanno cominciato a scendere, la due società sono entrate in crisi ed il governo americano si è trovato costretto ad onorare la propria garanzia e a renderla implicita. Le due società hanno già bruciato 121 miliardi di capitale, 51 dei quali erogati dal Tesoro soltanto nell'ultimo anno. La spinta dell'amministrazione Obama per attutire la crisi del mercato immobiliare ha portato ad una ulteriore distorsione del sistema: le GSE erogano al momento i tre quarti dei nuovi mutui, di nuovo a tassi inferiori a quelli di mercato. Il risultato sono tassi di insolvenza in salita e nuove perdite. Anche la venerabile FHA, la Federal Housing Administration, è stata impiegata in questo schema ed ha accumulato, secondo alcune fonti, un passivo superiore ai 50 miliardi di dollari. Il resto del sistema bancario non è ovviamente in grado di operare in maniera atuonoma e si limita spesso ad agire da semplice cinghia di trasmissione: i tassi offerti sono troppo bassi per poter essere remunerativi per un operatore non finanziato dal governo. Non sapremmo come chiamare un sistema di questo genere, ma "libero mercato" non è certo il termine adatto per per un sistema del genere, nel quale prezzi e quantità del servizio offerto sono di fatto decisi da agenzie parastatali, che lavorano in perdita e finanziano il disavanzo con denaro del contribuente. A questo punto non stupisce neppure più molto il fatto che l'amministrazione Obama cerchi di risolvere una crisi da eccesso di debito, generato da un'interferenza governativa, con ulteriore debito ed una distorsione ancora più massiccia dello stesso genere , continuando nel contempo a parlare di un "capitalismo senza vincoli" introvabile nel settore.


martedì, ottobre 27, 2009

La censura di Obama fa bene agli ascolti di Fox

Nei giorni scorsi l'amministrazione Obama aveva bollato l'emittente conservatrice Fox News come "un partito politico" ed aveva annunciato che sarebbe stata trattata come una parte politica ostile. Una strategia mai vista negli USA . La strategia si è rivelata un boomerang: non soltanto l'autorevole Washington Post l'ha deifnita "bambinesca", ma ha anche causato un aumento considerevole negli asoclti di Fox News . Avanti così, presidente.

lunedì, ottobre 26, 2009

Il Compagno Obama non ha tempo per il muro di Berlino.

Barack Obama volerà ad Oslo per ricevere il premio Nobel per la Pace. Non avrà tempo, invece, per presenziare ai festeggiamenti per il crollo del Muro. Evidentemente il Compagno Presidente non trova nulla da festeggiare nella maggiore vittoria della libertà e degli USA, allineandosi a molti altri ex-comunisti, collettivisti e compagni di strada assortiti.

Il sospetto che l'attuale Presidente americano sia molto più a sinistra di quanto si creda è sempre stato presente. Fra i propri maggiori consiglieri spiccano figure quali l'ex terrorista Bill Ayers, il comunista dichiarato Van Jones e la "maoista" Anita Dunn; il sostegno alle cause antiamericane e l'odio per la difesa della libertà individuale sono una costante nelll'ambiente delle associazioni no-profit e ONG come ACORN, che prosperano distribuendo denaro pubblico in cambio di appoggi clientelari; questo è l'ambiente dove Obama è cresciuto professionalmente e che lo hanno sostenuto durante la campagna elettorale.
Poche settimane fa, il Presidente aveva deciso di festeggiare l'anniversario dell'invasione sovietica della Polonia con l'eliminazione dello scudo missilistico sopra l'Europa del'Est: il presidente di quello che una volta era il mondo libero marcava i settant'anni dall'inizio della riduzione in schiavitù di metà del continente europeo con un gesto di acquiescenza verso le mire espansionistiche della Russia, uno stato al cui vertice segue un apologeta del tiranno Stalin. Alla luce delle preferenze culturali dei suoi collaboratori e delle scelte in questi mesi, non ci si sorprende di chi si diverte a disegnare Barack Obama come un nostalgico del socialismo. Un motivo in più per essere amato da quei nostalgici che in fondo non si danno ancora pace per la fine del più tirannico e criminale dei regimi moderni e che preferivano la bugia di un mondo di eguali nella miseria, rispetto alla promessa di una libertà in cui ognuno è responsabile delle proprie scelte.

giovedì, ottobre 15, 2009

South Park ed ACORN

A South Park hanno deciso di fare una sana pernacchia ad ACORN:




Lo scandalo ACORN è l'ennesimo scheletro nell'armadio dell'AMministraiozne Obama che nessuno voleva raccontare: la brutta storia di una associazione filantropica che paga la campagna elettorale di Obama in violazione delle leggi sul finanziamento ai partiti, ma lo nega; che ottiene miliardi di dollari dal pacchetto di stimolo dell'economia e viene beccata ad impiegare quel denaro per finanziare inquilini morosi da anni, immigrati illegali, delinquenti e, dulcis in fundo, due attivisti travestiti da sfruttatori della prostituzione ansionsi di aprire un bordello con minorenni importate dal sudamerica. Il Presidente Obama, pur avendo lavorato per un'organizzazione affiliata ad ACORN ed averne elogiato il lavoro in numerosi comizi, nega ora di conoscerli. Un po' come Veltroni, che nega di essere mai stato comunista dopo aver passato vent'anni ad elogiare il comunismo mondiale dai vertici delle Botteghe Oscure. Ovviamente, i grandi giornali americani hanno cercato di insabbiare ripetutamente la storia. Se non ti chiami Bush, al New York Times non interessi, esattamente come in Italia: ai nostri santoni della libertà di stampa, la tua vita interessa soltanto se sei di centrodestra. Altrimenti, puoi tranquillamente stuprare ragazzine ed essere applaudito.

Hat tip:Hot Air

lunedì, ottobre 12, 2009

Obama fra i perdenti, lo scivolone di Repubblica sul Nobel

Se la migliore ironia è quella involontaria , il quotidiano La Repubblica ha fatto la battuta migliore sul Nobel a Barack Obama.

Il primo titolo alla notizia era : “Obama come Carter e Gore”. Siamo perfettamente d’accordo, anche se alle orecchie di chi bazzica gli USA non suona certo come un complimento E’ forse per questo che il titolo sembra scomparso dalle pagine del sito. Il Presidente americano toccherebbe probabilmente ferro, sapendosi accomunato a due dei più clamorosi perdenti della storia del Partito Democratico. Jimmy Carter fu uno dei pochi presidenti in carica a rischiare di essere battuto alle primarie del proprio stesso partito e venne trombato a furor di popolo dopo un solo mandato ; si è trasformato in mediatore dai dubbi risultati , in un apostolo dell’antisemitismo soft e nel certificatore della vittoria di Chavéz in un referendum talmente dubbio che l’Unione Europea si rifiutò di monitorare, citando gli enormi vincoli sotto cui cui avrebbero dovuto lavorare . Al Gore venne sconfitto di misura in un’elezione presidenziale che in teoria avrebbe dovuto vincere con percentuali di vantaggio a due cifre, visto che partiva come vicepresidente del popolarissimo Bill Clinton; dopo anni passati nell’ombra, si è riciclato come cineasta e propagandista ambientalista ed è stato talmente fortunato da aver organizzato a New York una conferenza sul riscaldamento globale durante la peggior bufera di neve della storia moderna.

Certo, suona certamente singolare l’idea di un Nobel “preventivo”, dato sulla fiducia e in segno d’incoraggiamento, che potrebbe suonare come la sufficienza ad un alunno indisciplinato, ma promettente. IL Messia democratico merita soltanto lodi e quindi non ci permetteremo di suggerire una simile interpretazione. Non ci scandalizziamo neppure per l’assegnazione del Nobel per la Pace ad un Presidente che ha bombardato il Pakistan più volte di quante si sia dimenticato delle frodi e degli insabbiamenti perpetrati dai suoi più vicini collaboratori. In fondo, quel Nobel è già andato a Yasser Arafat, terrorista per una vita e incarnazione delle pulsioni autodistruttive della classe dirigente palestinese.

martedì, settembre 22, 2009

Obama: censuriamo i blog, sussidiamo i giornali (amici, ovviamente)

In relazione a quanto scritto poco fa. Nel caso qualcuno credesse che Obama non condivida gli istinti da censura degli avvocati che lui stesso ha nominato, ecco le sue precise parole:

«Sono molto preoccupato per il tipo di informazione che circola nella blogosfera - spiega - dove si trova ogni sorta di informazioni e opinioni senza che vengano verificate, con il risultato di portare gli uni a gridare contro gli altri, rendendo più difficile la comprensione reciproca»

Ossia: "Non mi piace quelo che dite, quindi troverò un modo per tapparvi la bocca, alla faccia della Corte Suprema".
COme se poi non bastasse,ecco il "Newspaper Revitalization Act": sussidi ai giornali in crisi. Immaginiamo la maniera in cui tali sussidi verranno accordati: come in Italia, ossia agli amici degli amici.
Interessante l'esercizio descritto da Random Bits: sostituire "Berlusconi" con Obama e immaginare la cagnara da sinistra, confrontandola con l'assordante silenzio dalle redazioni nostrane.

Obama cerca di censurare blog e video ed i media tacciono

Una querela, in Italia, infiamma stampa e televisioni, ma una legge che permette al governo di censurare a volontà libri e cinema viene a malapena menzionata.

Vi piacerebbe che Berlusconi avesse il diritto di vietare la pubblicazione di un libro, soltanto perche’ parla di un politico? O che il quotidiano Repubblicapotesse scrivere sul governo, anche senza tener conto dei fatti, ma fosse illegale trasmettere un documentario che parla di politica? Benvenuti nella Nuova America: l’amministrazione Obama sta interpretando la legge in questo modo e cercando di passarne altre simili. In Italia, nessuno ne parla. Sui nostri media, impegnati ed imparziali, dove ogni starnuto di Bush veniva considerato al pari dell’invasione nazista della Polonia, il puro e semplice tentativo di vietare la pubblicazione di libri e documentari passa sotto silenzio. Negli USA, nel frattempo, si è scomodata la Corte Suprema, mentre giornali e TV tacciono. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è la censura governativa scattata sul documentario “Hillary: The Movie“. Si tratta di un lungometraggio prodotto da Citizens United, un’associazione non-profit conservatrice; è estremamente critico di Hillary Clinton e non esistono molti dubbi sullo scarso affetto che la produzione riserva alla ex-first lady. Sembra, in sintesi, una versione di destra dei capolavori propagandistici di Michael Moore. La differenza è che Moore non ha mai avuto problemi con le autorità federali, mentre la “nuova ” Casa Bianca ha minacciato la galera per i produttori del video, se avessero osato proporlo sulla TV via cavo. Ad inizio 2008 gli spot sul documentario erano già stati vietati in televisione dalla commissione elettorale, perché vennero ritenuti “propaganda elettorale non autorizzata” che avrebbe potuto interferire con le primarie del partito democratico. In seguito, la comissione elettorale e il governo federale hanno minacciato 5 anni di galera ai produttori, se il documentario fosse stato trasmesso via cavo, in pay-per-view. Il fatto sarebbe stato già grave e discriminatorio di per sé e la causa sembrava , ma ad Aprile 2009 il dream team obamiano è riuscito in un clamoroso autogol. Malcolm Stewart, il nuovo Solicitor General (avvocato generale) nominato da Obama, non ha trovato di meglio che sostenere che il governo ha il pieno diritto di bandire e censurare ogni pubblicazione che ritenga di natura politica. Ora, il Primo Emendamento della costituzione è una delle architravi della libertà americana, il primo dei diritti civili ed è molto chiaro: il diritto di parola, soprattutto nella sfera politica, è intangibile, per quanto abominevoli sano le opinioni espresse. Il Primo Emendamento è spesso servito a coprire numerosi abusi, ma la Corte Suprema non ne ha tollerato il ripudio esplicita ed ha preso un provvedimento eccezionale. Ha ordinato ai legali della difesa di ridefinire il caso; in questo modo, invece di chiarire la costituzionalità dei limiti di una sezione della legge elettorale, la Corte intende ristabilire il principio generale della libertà di parola anche in periodo elettorale. Malcolm Stewart non è più Solicitor general, ma la bomba è esplosa.

RIMEDIO PEGGIORE DEL MALE? La radice del problema è la serie di recenti leggi di riforma dei finanziamenti elettorali. La principale è il Bipartisan Campaign Reform Act del 2002, meglio noto come il McCain-Feingold Act. Il senatore repubblicano McCain ed il liberal, ossia socialdemocratico, Russ Feingold sono stati gli sponsor di un nobile tentativo di limitare l’influenza delle lobby aziendali e dei sindacati nelle campagne elettorali. Sono stati imposti limiti ai finanziamenti elettorali ed è scattato il divieto, per aziende e sindacati, di finanziare messaggi diretti ad attaccare o a sostenere candidati alle elezioni, per un periodo fra i trenta ed i sessanta giorni. L’autorità di specificare quali messaggi costituiscano propaganda politica è stata affidata ad un’agenzia governativa, la Federal Electoral Commission (FEC). Gli avversari della legge e sostennero che si stava concedendo a politici e burocrati il potere di censurare determinati gruppi di persone, quando il materiale riguarda i politici stessi, mentre i limiti alla spesa e le nuove regolamentazioni avrebbero favorito i grandi interessi, con le risorse per affrontare la burocrazia, ed i politici già al potere, che godono di “pubblicità gratuita sui media. Vennero definiti lacché delle corporations. Dopo soli sette anni, i difetti della norma sono evidenti: i limiti ai finanziamenti elettorali si sono rivelati fallimentari ed hanno paradossalmente favorito gli individui molto ricchi, le grandi aziende e le organizzazioni di massa, scoraggiando chiunque altro dall’intervenire. Adesso emergono anche gli effetti perversi dei limiti alla propaganda politica. La parte più contestata è il divieto di pubblicare materiale che sia finanziato in tutto od in parte da una “corporation”, ossia un’azienda. Il problema è l’inevitabile l’interpretazione data da politici e burocrati. In senso stretto, ad esempio, quasi ogni libro che non sia pubblicato a spese dell’autore viene finanziato da una corporation: la casa editrice. Ogni film ed ogni documentario hanno una pletora di finanziatori che non sono persone fisiche: la casa di produzione, il distrbutore che ha dato anticipi, il conglomerato dei media che ne acquista i diritti per l’uscita in DVD. Di conseguenza, la FEC è libera di considerare ogni lavoro che parli di un politico, soprattutto sotto elezioni, come una potenziale fonte di contributi elettorali non controllabili e di conseguenza si arroga il diritto di autorizzare o vietarne la pubblicazione. A decidere cosa sia una forma di espressione esente da censura e cosa sia invece propaganda, inoltre , è la FEC stessa, con l’eventuale copertura dell’amministrazione. I documentari sono ad esempio teoricamente esenti dalla legge; si tratta di una scappatoia impiegata abbondantemente da Michael Moore e che è stata invece preclusa dalla FEC ai produttori del documentario su Hillary Clinton. Una legge che si proponeva di migliorare la democrazia ha quindi fornito al governo i mezzi per minare la libertà di stampa. Mentre l’amministrazione Bush, con tutte le sue colpe, non ha mai fatto uso della norma, l’Amministrazione Obama ha dimostrato di non avere alcun problema a censurare le voci non gradite.

OBAMA PEGGIO DI ALFANO? – Il caso getta una luce ancora più inquietante sulla libertà di espressione su Internet. Un impiego estensivodelle leggi vigenti metterebbe a rischio l’attività politica su Internet, dove il confine fra informazione e attivismo non è mai stato lungo le linee tradizionali. Il governo Obama e la FEC hanno già sostenuto che le norme darebbero loro il diritto di intervenire e censurare blog e siti colpevoli di attività politica a ridosso delle elezioni; considerando che negli USA il ciclo elettorale è pressoché continuo, si comprende la gravità di una simile affermazione, su cui di recente si sta cercando di effettuare una precipitosa retromarcia. I media americani, in teoria sempre pronti ad insorgere contro ogni violazione della libertà di parola, hanno reagito soltanto debolmente. In parte, si tratta del pregiudizio positivo nei confrontidi Barack Obama, ma esistono motivazioni più sostanziose. Innanzitutto radio, televisioni e giornali registrati sono infatti esenti dalle regolamentazioni del McCain-Feingold; godono quindi di un privilegio concesso loro dalla legge, a scapito di chiunque altro. Questo significa che i media sono ancora liberi di spendere qualsiasi somma, appoggiando o dando l’assalto ad un candidato, senza che la commissione elettorale possa intervenire. Chiunque abbia avuto il piacere di una trasmissione con Santoro o Bruno Vespa quali conduttori dovrebbe accoglier econ una sana dose di scetticismo l’idea che i media siano naturalmente imparziali. Un’ipotetica stretta amministrativa di Obama su Internet libererebbe i media tradizionali da concorrenti temibili. Al confronto, il Decreto Alfano sembra decisamente materia per dilettanti. Concedere potere ad una burocrazia governativa si è rivelato un rimedio peggiore del male. Ancora una volta, la legge delle conseguenze inattese smentisce l’efficienza dell’approccio interventista ad un problema: norme nate con le migliori intenzioni vengono sistematicamente applicate per gli scopi peggiori. Non si capisce perché insistiamo a chiamarla “legge delle conseguenze inattese”: dopo decenni, le conseguenze dello statalismo dovrebbero essere quasi scontate.


Crosspost con Giornalettismo

giovedì, settembre 10, 2009

Lockerbie-Megrahi, la piccola Caporetto di Obama e Clinton : Giornalettismo

Crosspost da Giornalettismo.

La sinistra del Partito Democratico americano ha sostenuto per anni che dietro la guerra in Iraq vi fosse soltanto il petrolio. Quando è stato il loro turno, pare che siano riusciti a fare di peggio.

Alcuni giorni fa, il governo scozzese ha deciso di liberare il mandante dell’attentato di Lockerbie, il dignitario libico Abdelbaset Al Megrahi, che stava scontando una condanna all’ergastolo; il terrorista, una volta rientrato in Libia, ha ricevuto una accoglienza da eroe. La liberazione ha scatenato uno scandalo enorme sulle due sponde dell’Atlantico: il perdono di un noto terrorista, responsabile della morte di 270 persone e per nulla pentito delle sue gesta, non poteva non infuriare l’opinione pubblica angloamericana.
La mossa si è trasformata in un gigantesco boomerang, che sta devastando l’immagine pubblica del governo autonomo scozzese, diretto dal partito indipendentista e socialista SNP, quella del governo laburista di Gordon Brown ed ora, pare, quella dell’amministrazione Obama, sempre che l’aura di santità obamiana presso i media non riesca ad arginare il danno. Il rilascio è stato giustificato inizialmente per ragioni umanitarie: Megrahi è malato di cancro alla prostata; il ministro della giustizia scozzese si è assunto la piena responsabilità, ha dichiarato di non essersi consultato con nessuno e ha sostenuto che la clemenza mostrata non aveva nulla a che fare con le negoziazioni che l’inglese BP stava conducendo con il regime libico di Gheddafi. Con il passare dei giorni, tuttavia, questa versione comincia a mostrare delle crepe. Il primo di settembre, il governo scozzese e quello inglese hanno rivelato la corrispondenza che rivela come la Libia avrebbe avvisato Londra che la liberazione di Megrahi era essenziale per un miglioramento delle relazioni (leggi: i contratti petroliferi di Shell e BP). Jack Straw, segretario alla giustizia inglese, ha immediatamente scritto alla controparte scozzese per perorare la causa della liberazione del terrorista. Il governo di Gordon Brown avrebbe quindi scambiato un terrorista condannato per strage in cambio della benevolenza del raìs di Tripoli. Peggio ancora, sembrava che fosse avvenuto violando gli accordi con gli USA al riguardo, che prevede la consultazione fra i due governi in questi casi. Oltre, quindi, al tradimento dell’etica e della giustizia, che il moralista Brown non manca di omaggiare a parole, vi sarebbe stato anche il tradimento dell’alleato americano, che ha perso 189 cittadini nell’attentato di Lockerbie. Le reazioni dell’Amministrazione Obama sono state immediate e violente, con un crescendo di dichiarazioni scandalizzate e di prese di posizione smepre più decise.

Washington sostiene quindi di essere stata tenuta all’oscuro di essere stata ingannata dai laburisti. Purtroppo, anche questa parrebbe essere una menzogna, imbastita allo scopo di non imbarazzare Obama ed il suo ministro degli esteri, Hillary Clinton. Secondo il quotidiano inglese Daily Mail, infatti, autorevoli fonti del ministero degli esteri inglese sostengono che gli accordi fra Regno Unito e Stati Uniti siano sem stati rispettati: Hillary Clinton e Barack Obama sarebbero stati tenuti al corrente durante ogni fase della vicenda e non avrebbero mai posto obiezioni. Se fosse vero, si tratterebbe dei un esempio devastante d’incompetenza, o peggio, di una resa nei confronti del primo satrapo mediorientale di turno. Incompetenza, petrolio o volontà di pace a tutti i costi, anche a costo di sacrificare giustizia e dignità sull’altare del rapporto con il mondo arabo? L’amministrazione Bush, invadendo l’Iraq, aveva perlomeno l’alibi delle armi di distruzione di massa, della detronizzazione di un dittatore e dell’esportazione della democrazia. I feroci critici di tale intervento, i democratici, hanno sempre sostenuto che fosse soltanto per il petrolio. Adesso, l’amministrazione democratica si sarebbe invece resa complice dell’abdicazione alla volontà di un altro dittatore, pur di ottenere vantaggi petroliferi. Un bel passo avanti.

martedì, settembre 01, 2009

Crosspost of the day: i profitti di carta dello Zio Sam

Crosspost con Giornalettismo
Leggendo i quotidiani finanziari, i governi sono seduti su miliardi di dollari di utili derivanti dai salvataggi delle banche in difficoltà. Tutto vero? Dobbiamo ringraziare i nostri illuminati politici? Se ci credete, ho una fontana da vendervi. A Trevi

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