domenica, luglio 25, 2010

Perché Wal-Mart merita il Nobel

- In Bangladesh la condizione femminile migliora grazie al tanto vituperato “sfruttamento capitalista delle multinazionali”. E non è l’unico luogo comune di una certa visione anticapitalista che viene smentito.

Lungi dall’essere un motore di sfruttamento, è noto che le multinazionali tendono a pagare meglio delle aziende locali, a trasferire più competenze e a trattare la forza lavoro in maniera più umana. In Bangladesh, ad esempio, sono un vero e proprio motore di alfabetizzazione e miglioramento della condizione femminile: lo sviluppo dell’industria tessile sta fornendo alle donne in questa nazione musulmana una fonte di reddito indipendente, aiutandone l’emancipazione.

Si sta inoltre smentendo un altro dei luoghi comuni del pauperismo socialista, ossia che l’industrializzazione avverrebbe a scapito della scolarizzazione: nei villaggi dove prospera l’industria tessile le percentuali di scolarizzazione femminile aumentano di molto, nonostante un parziale calo fra le ragazze fra i 16 ed i 19 anni d’età, secondo gli studi di Ahmed Mushfiq Mobarak, accademico di Yale che sta conducendo un rigoroso studio empirico sull’argomento. I motivi non sono del tutto chiari, ma almeno due fattori certamente lo sono. In primo luogo, la maggiore disponibilità di reddito permette alle famiglie di mandare a scuola anche le figlie, di solito svantaggiate rispetto ai maschi; soprattutto, però, conta il vantaggio economico immediato: una operaia scolarizzata viene valorizzata e pagata di più e quindi esiste un forte incentivo finanziario.

Tabella_Walmart

Il terzo luogo comune che viene smentito è quello della necessità di un forte intervento governativo per “correggere” le storture dello sviluppo industriale. L’aumento della scolarizzazione non è merito di sforzi particolari del governo bengalese, ma dell’abilità di individui e famiglie di cogliere le opportunità offerte dallo sviluppo e dal capitalismo: sono i privati, e non lo stato, a promuovere lo sviluppo economico e sociale. Si tratta dell’ennesima dimostrazione del paradosso per cui il bene pubblico viene servito meglio dalla privata “avidità” che dall’interferenza di burocrati con le migliori intenzioni: Wal-Mart e gli altri grandi magazzini che sono i grandi promotori nella globalizzazione del settore tessile stanno dando un contributo involontario ma essenziale allo sviluppo bengalese, un contributo molto più efficiente di quello fornito da decenni di aiuti allo sviluppo della cooperazione internazionale, basato su metodi e sistemi pianificati e gestiti con metodi collettivisti.

E’ articolo di fede tra i media e le caste intellettuali occidentali che il capitalismo sia la fonte di tutti i mali e soprattutto di un aumento dello sfruttamento delle masse lavoratrici, rispetto ai “tempi felici” dell’era preindustriale; unica salvezza per i ceti disagiati sarebbero sempre stati i governi di tendenza collettivista, fossero socialisti o conservatori di stampo paternalistico. Questo approccio è divenuto moneta corrente grazie all’istruzione di stato, amministrata dalle stesse burocrazie che ne vengono esaltate, ed ha alterato la percezione della realtà storica da parte di intere generazioni. La storia economica offre innumerevoli esempi della fallacia di tale approccio; l’esperienza ed i dati in nostro possesso dimostrano ad esempio che, per quanto brutali fossero le condizioni degli operai nell’Inghilterra industriale, esse erano preferibili a quelle delle campagne nei decenni precedenti.

Sino ad ora è stato possibile appigliarsi agli argomenti anticapitalisti sostenendo la limitatezza degli studi storici e dei dati disponibili e la validità della vulgata tradizionale, ma ora studi come quello in Bangladesh forniscono evidenze difficili da confutare. L’impetuoso sviluppo industriale dei paesi emergenti permette, in un certo senso, una “replica della storia” in un contesto dove abbiamo risorse ed opportunità per effettuare studi rigorosi. I risultati, sinora, ribadiscono le potenzialità di un sistema di mercato e l’effetto positivo del capitalismo sulla libertà ed il progresso civile, oltre che economico. Rimane il difficile compito di rompere il muro di gomma dei pregiudizi e dei luoghi comuni.

crossposted su Libertiamo
hat tip: Carpe Diem

lunedì, luglio 12, 2010

Somma zero o negativa

Concordo con JimMomo: sostituire Fini con Casini sarebbe peggio che A somma zero, sarebbe una perdita secca.
Ricordiamoci chi è Casini e di quanto è peggiore del resto della masnada di ex sinistri e centristri imbarcati nel PdL. I Cicchitto, i Bondi e i Bonaiuti sono dannosi loro malgrado, i Verdini sono problematici per il sospetto di abitudini socialiste quali il furto con destrezza; Gianfranco Fini, dal canto suo, sembra soffrire d'essere il secondo e non il delfino, ma vediamo ben poche discrepanze d'ordine ideologico che non siano tattiche: temiamo che le idee siano al servizio dell'ambizione e non viceversa.
Non crediamo che Berlusconi abbia bisogno di un politico che l'ha tradito con gusto, dopo averne pervertito il programma ed averne bloccato la direzione nell'azione di governo, quando ancora ne aveva una. Pierferdinando Casini e l'UdC assommano i difetti di Fini, dei colonnelli berlusconiani più ottusi e sospettabili di cleptocrazia ed un'abitudine al tradimento degna del Bossi annata 1994.

domenica, luglio 11, 2010

La vacanza obamiana

L'ex-Presidente G.W.Bush è stato a lungo preso in giro e criticato per le sue lunghe vacanze. Barack OBama viene osannato, anche se si comporta allo stesso modo: il presidente sta organizzando la terza vacanza dall'inizio dell'emergenza nel Golfo del Messico, dopo aver promesso di "non riposarsi" sino a quando il problema non sarebbe stato risolto. Attendiamo fiduciosi le feroci satire dei media cosiddetti progressisti.

Hat tip Gateway Pundit

giovedì, luglio 08, 2010

Baltic Dry contro Maersk

Il Baltic Dry index è l’indice dell’andamento dei noli, ossia dei prezzi pagati per il trasporto delle merci via mare. E’  storicamente un ottimo indicatore stato uno dei segnali premonitori del grande crollo e,  soprattutto, un indicatore sintetico molto efficace dell’andamento del commercio internazionale: una diminuzione delle esportazioni dall’Asia si riflette immediatamente sulle quotazioni dei prezzi per il trasporto merci. In questo periodo, l’indice ha smesso di correre insieme a quelli di Borsa, ma ha cominciato un ripido calo.  D’altro canto,  oggi il colosso dei trasporti marittimi Maersk ha migliorato le proprie previsioni per il 2010, così come...
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USA: chi è il razzista, il Michigan o l'Arizona?

Lo stato dell'Arizona ha reso l' immigrazione clandestina un reato penale e non più un illecito amministrativo, scatenando le ire dell'amministrazione Obama per quello che viene definito un atto di razzismo. Saremmo cuiriosi di sapere cosa ne pensa suddetta amministrazione riguardo alla brillante idea che ha auto il distratto scolastico di Canton: discriminare le assunzioni degli insegnanti in base alla razza, in modo da garantire una sorta di apartheid a rovescio. Un segnale fantastico da dare, all'interno di una scuola: i vostri insegnanti non vengono selezionati in base al merito, ma in base al colore della loro pelle; fatelo anche voi, in futuro, possibilmente sfruttando le ingiustizie subite alcune generazioni fa, e potrete anche voi sperar ein un trattamento di favore. Alla faccia della democrazia, della promozione del merito e della diversità.
Da notare che non si cerca di aiutare i poveri, o le minoranze in generale: come per altri programmi appoggiati dalla sinistra USA, si vogliono favorire le minoranze preferite, lasciando ai margini i bianchi poveri e quelle minoranze che non vengono percepite come poco aperte alle sirene assistenziali, quali ad esempio gli asiatici, colpevoli di lavorare duro, studiare e cercare d'integrarsi. Al confronto, la legge dell'Arizona sembra decisamente meno razzista: non fa alcun riferimento al colore della pelle, ma si limita a consentire agli agenti di polizia nello stato di chiedere i documenti a chi viene fermato.
I democratici americani sono semplicemente razzisti alla rovescia: vengono identificate alcune minoranze per le quali devono essere garantite delle quote, in base alla lealtà politica od alla mitologia che vorrebbero spacciarci come realtà. Sono passati purtroppo i bei tempi in cui i "progressisti" americani ascoltavano Martin Luther King, che predicava la "cecità al colore" e disprezzava i programmi di aiuti basati sul colore della pelle.  Adesso, esigono un privilegio basato sul colore della pelle, esattamente come i segregazionisti che Martin Luther King combatteva

mercoledì, luglio 07, 2010

Ancora meglio del Tea Party?

Perché la politica deve essere noiosa? A sinistra si abusa delle sagre di paese e dei concerti per propagandare un'allucinazione collettiva.
E' ora di controbattere, senza scendere al livello dei collettivisti. I Tea Party sono un inizio interessante, ma si potrebbe prendere ulteriore spunto dagli USA, dove viene organizzato da ormai 8 anni organizzato il party ATF: Alcool, Tabacco, & armi da fuoco, un deliberato sberleffo all'agenzia americana che vorrebbe regolamentar e se possibile estirpare tutte e tre le cose, senza preoccuparsi di cosa ne pensino i comuni mortali.
Facciamo incavolare gli adoratori dello stato-mamma assistenziale: la libertà è anche divertirsi in un poligono con alcool, carabine e stecche di Marlboro, per poi passare ad un ottimo pranzo e poi parlare di politica. Per una importazione italiana, bisognerebbe forse sostituire le armi da fuoco con qualcos'altro; dato l'enorme numero di divieti imposti dalla nostra casta politica a quello che essi ritengono il popolo bue, abbiamo soltanto l'imbarazzo della scelta.

L'assemblea degli sfrattati

Ottima definizione di un ipotetico terzo polo , data da Davide Giacalone

Più che un movimento politico, quello dei terzi, sembra un’assemblea degli sfrattati. Rutelli è stato eletto sindaco dalla sinistra, è stato candidato della sinistra contrapposto a Berlusconi, ha cofondato il partito della sinistra, ma, ad un certo punto, s’è scoperto una vocazione da terzo incomodo. Dice che, per soddisfarla, ha rinunciato alla poltrona. Non è che, per la precisione, sia stata l’assenza della medesima ad avergli solleticato lo spirito critico? Lo stesso Fini ha tutte le ragioni quando sostiene il diritto al dissenso e al mettere a confronto idee politiche diverse. Solo che, se entrasse in una macchina del tempo e potesse incontrare il sé stesso nel corso degli anni, potrebbe utilmente dibattere con sé medesimo, accusandosi da sé solo di estremismi contrapposti: dal duce (minuscolo, proto, minuscolissimo) più grande statista del secolo a male assoluto, dai maestri che non siano froci ai diritti degli omosessuali, dall’Europa nazione e la legge sull’immigrazione al venite, integriamoci e votate. Posto che, senza l’entusiasmo del neofita, tendo a condividere gli approdi e detestare le sponde da cui salpò, prima di aprire il dibattito si deve fare come per i vini: stabilire l’annata di riferimento.

mercoledì, giugno 30, 2010

Clown e agenzie di rating

 La migliore della nottata: l'agenzia di rating Standard And Poor's ha posto in osservaizone il rating di Moody's, l'altra  grande societò di rating USA.  Il motivo: "Crediamo che vi saranno rischi aggiuntivi per Moody's e per le agenzie basate negli USA, dopo la recente legislazione statunitense che  potrebbe portare ad una riduzione dei margini  ed aumentare i costi legali per i futuri contenziosi . In pratica, S&P sminaccia di declassare Moody's per esattamente i  problemi che stanno entrambe avere, dato che si trovano nella medesima situazione. Un commentatore l'ha paraagenzia, è retrocessione Moody's, una agenzia di rating del credito, sulla regolamento preoccupazioni finanziarie, si comprometta di rating del credito agenzie. E 'come quella vecchia scenetta dove un clown si punta una  pistola alla testa e urla "Smettetela o sparo!"

martedì, giugno 29, 2010

Grecia chiama CGIL: sciopero di 24ore

I sindacati greci mostrano una notevole somiglianza con quelli italiani. La reazione ad ogni problema, a quanto pare, è di scioperare: un dirigente sindacale  ha appena annunciato la convocazione di uno sciopero generale ad inizio luglio per protestare  contro la riforma delle pensioni, quellla riforma che porterebbe i greci a non poter più godere di una trentina d'anni di pensione in cambio di un paio di decenni di contributi.  Quello che non vogiono capire, ovviamente, è che le proteste sono inutili : serviranno soltanto ad affossare ancora di più un'economia sull'orlo della bancarotta ed un governo che, non ci stancheremo mai di ripeterlo, non è illiquido, ma insolvente. Il fallimento, pardon la ristrutturazione, è quasi inevitabile a meno di sforzi eroici. Da quel che vediamo, la tragedia si sta già trasformando in farsa, anche se dubitiamo che alcun sindacalista d'ascendenza FIOM e di discendenza comunista riuscirà mai a cogliere l'amara ironia di un sindacato che sta devastando il futuro dei lavoratori.

Debacle dei titoli di stato periferici e BCE

Ulteriori segnali di fragilità del mercato: La BCE conferma la chiusura di uno dei programmi di finanziamento straordinario per le banche ed il mercato vira al peggio.

Continua

lunedì, giugno 28, 2010

Un Tea (party) a Roma

Veni, vidi , vici? La strada è lunga, ma i primi passi sono stati fatti: sabato abbiamo avuto la soddisfazione di vedere il primo Tea Party a Roma, nonostante una meteorologia inclemente con tanto di pioggia monsonica ed una burocrazia altrettanto capricciosa (e per fortuna che, nominalmente, siamo tutti a destra).  In fondo, il semplice fatto che si sia tenuto un Tea Party a Roma, normalmente considerata città-simbolo dello statalismo, non può che essere di buon auspicio.
Oltre a Roma, questa settimana ha visto i Tea Party di Aversa  ed Alessandria. Avanti così, per ricordare alla nostra classe politica un fatto  semplice quanto scomodo: i livelli attuali di esazione fiscali non sono soltanto immorali e deleteri per i cittadini, ma anche dannosi per gli stessi politici. Una volta rovinati i contribuenti, di cosa pretenderà di nutrirsi l'ipertrofica macchina statale?

Italian American


Su CafePress

Pere di saggezza

Non siamo mai stati dei fan sfegatati di Marcello Pera, laico fulminato a suo tempo sulla via di San Pietro, ma l'analisi che presenta nella sua intervista sul La Stampa (via Clandestinoweb) è centrata, anche se pessimista: gli italiani non vogliono una rivoluzione liberale e Berlusconi si è adeguato, non essendo né un Reagan né una Thatcher e valutando la popolarità nel breve periodo al di sopra di ogni considerazione da statista. Rimane il problema: le scelte alternative a Berlusconi sono apparse, nell'ultimo quindicennio, persino peggio dell'uomo di Arcore. Faute de mieux...

Per una vera destra d'impronta liberale in senso classico ci servirebbe qualcuno come Margareth Thatcher, in grado di accettare una temporanea impopolarità mentre dimostra che il mercato può fornire la soluzione che, erroneamente, si ritiene possa essere fornita soltanto dallo statalismo. Essendo questa l'Italia, non credo sarebbe impossibile, come pensa Pera, ma certamente difficile. Il periodo d'impopolarità non sarebbe brevissimo e vi sarebbe molto da spiegare: come ha ben detto Camelot, questa nazione ha conosciuto in un secolo una sola politica economica, quella statalista e corporativa. Purtroppo per noi, è ormai evidente che il termine "impopolare" è bestemmia nel vocabolario berlusconiano e si preferisce galleggiare, a destra come a sinistra, accanandosi a mantenere in vita quello che Antonio Martino ha precisamente  definito lo stato sociale catto-comunista.A spese nostre, s'intende.

sabato, giugno 26, 2010

Basta debito: come tutte le droghe, sta smettendo di funzionare

La ripresa sembra indebolirsi. Significa che la Fed dovrebbe ricominciare ad acquistare debito pubblico e privato, pompando liquidità e sostenendo i livelli attuali di debito e tassi? Da Annaly Capital Management ecco un'ottima sintesi dei motivi per cui sarebbe un errore devastante, simile a quello già compito dai giapponesi. Non soltanto si tratta di un'operazione dannosa nel lungo periodo, ma l'efficacia della droga debitoria diminuisce ad ogni successivo stimolo e quindi rischierebbe di risultare inutile anche nel breve termine.


(Hat tip: PragCap)


By Annaly Capital Management:

Some recent economic data (like today’s downwardly-revised “final” reading on 1Q 2010 GDP) have suggested that the economic recovery is waning. Not surprisingly, talk of additional stimulus has started to show up. A widely circulated column from today’s UK Telegraph titled “Ben Bernanke Needs Fresh Monetary Blitz as US Recovery Falters” theorizes that the Fed is debating further asset purchases. The rationale is that since there is reduced appetite for further fiscal stimulus, the Fed will pick up the baton and expand its balance sheet, possibly to $5 trillion.


Our modest proposal? Don’t.


The Fed should certainly do its part to facilitate the orderly functioning of financial markets, through the various lending facilities it has already set up (and in some cases shut down). But more asset purchases? What is the point? The 10-year Treasury is already approaching 3%, and corporate borrowing rates are more than reasonable on an absolute basis. 30-year fixed mortgage rates are already at brand new lows, and this is after the Fed concluded its Agency MBS purchase program.


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There is an iron-clad law in economics called the law of diminishing marginal returns, which usually refers to labor. The more workers you continue to add, holding all other inputs constant, the less productive are those additional new workers. As we’ve already seen by looking at the money multiplier, the Fed’s balance sheet is also subject to diminishing marginal returns. The Fed’s expansion of the monetary base is having a smaller and smaller effect on the overall money supply. We believe further growth of the Fed’s balance sheet will have an even smaller effect than the first expansion, which seems to have only given us a ripping year-long rally in risk assets.


In the light of calls for new government stimulus, we should point out that the same law of diminishing marginal returns applies to total debt outstanding in the economy. As the total amount of debt to GDP has grown, the marginal return of an additional dollar of debt has shrunk dramatically. The chart below breaks out by decade the addition to GDP per each additional dollar of credit market debt outstanding.


Click Here to Enlarge Chart


To construct this chart, we looked at the nominal growth in GDP and divided it by the nominal growth in total credit market debt outstanding. As you can see, in the 1960s each additional dollar of debt created just over $0.65 of GDP. The 1980s saw this ratio cut in half to $0.34 dollars of marginal GDP per $1 of marginal debt, and we have since cut that in half again to $0.18 of GDP per $1 of debt created. We seem to be quickly approaching a level of total debt outstanding where additional indebtedness doesn’t add to economic growth at all. And the Fed has already reached a level in its Federal Funds Rate where it can’t cut any lower.


Attempts to stop a deleveraging economy with quantitative easing and government deficit spending have reached a point of no (marginal) return. Recessions, though painful, have the effect of purging the economy’s excesses and setting the stage for future growth. Preventing this process often causes more problems than it solves. Just ask the Japanese.

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Obiettivo Lavoro e gli azzurri

Uno degli sponsor della Nazionale è Obiettivo Lavoro, una ex-cooperativa attiva nel collocamento, lavoro interinale e formazione, il cui motto è "Il lavoro sicuro e giusto"
Piacerebbe a tutti noi che dovessero occuparsi del ricollocamento di una dozzina abbondante di brocchi di ritorno dal Sudafrica: il loro lavoro non è stato giusto e speriamo non sia sicuro.

A margine, è singolare la lieve ipocrisia di una società che proclama di essere "il Gruppo italiano specializzato in Qualità dell'offerta e Responsabilità sociale" e che impiega però la stessa retorica di coloro che vorrebbero eliminare anche le poche libertà recuperate al mercato del lavoro. La responsabilità sociale di un imprenditore è quella di portare ottimi prodotti a prezzi competitivi e di svolgere bene il proprio lavoro, non di scusarsene e foraggiare chi nega loro cittadinanza sociale. Con imprenditori tanto coraggiosi ed orgogliosi del proprio lavoro, a chi servono gli apologeti del collettivismo?

giovedì, giugno 24, 2010

Tea Party per la libertà

Perché manifestare contro le tasse, nonostante la crisi economica e le  "necessità di bilancio" che ci vengono smepre spacciate come essenziali e imprescindibili? Come ogni liberale dovrebbe credere, la libertà non è vera libertà se non puoi disporre liberamente di ciò ch ehai guadagnato o se devi ottenerle approfittando dele estorsioni a danno di qualcun altro. Da oggi cominciamo a poterci tenere i frutti del nostro lavoro invece di doverli cedere al Moloch statale, ma gli effetti del conttinuo drenaggio di risorse che vengono spesso sprecate si fa sentire tutto l'anno: la macchina statale è quasi  priva di quasi ogni vincolo alla spesa grazie alla retorica per cui ogni attività gestita dalla burocrazia è essenziale e quindi la nuova spesa viene sempre finanziata con nuove tasse, senza valutare la razionalità di tale spesa e senza pensare di tagliare i livelli di spesa pregressi. 


Per questo è ora di dire basta: non siamo il gregge, da tosare a piacimento del pastore. Siamo individui, ed è giusto che chi pretende di governarci sappia che non può mettere impunemente le mani nelle nostre tasche. Possiamo farlo Sabato a Roma, o Domenica ad Alessandria .


lunedì, giugno 21, 2010

Il mito californiano delle "tasse troppo basse"

La crisi californiana non si è risolta, ma lo strapotere del complesso sindacal-progressista che l'ha prodotta sta contaminando il quadro nazionale.

La crisi fiscale californiana è uscita dai riflettori, grazie anche ai travagli in Grecia e ad una manovra di bilancio che ha tappato le peggiori falle, ma i problemi rimangono e sono drammatici. La lettura della situazione sposata dai media tradizionali è quella che alla radice del problema vi sia la Proposition 13,  il referendum che negli anni'80 tagliò le imposte immobiliari e rese molto più difficile alzarle di nuovo. Si sostiene, soprattutto da sinistra, che legar ele mani ai politici avrebbe portato alla crisi, perché le entrate statali non sarebbero sufficienti per erogare i servizi essenziali; la crisi è stata anche impiegata come parabola per dimostrare come il supposto estremismo del movimento TEA-Party potrebbe portare al disastro fiscale il governo federale; questa è un'obiezione classica anche in Europa: non si possono ridurre le tasse, perché già così non vi sono sufficienti fondi per garantire il funzionamento della macchina statale. Questo argomento, tuttavia, dimentica che il problema è spesso proprio nelle dimensioni e nell'efficienza di un governo che spende per servizi che che potrebbero essere forniti meglio e con meno costi dal settore privato.
Sul City Journal vi sono due articoli che smontano la falsa accusa alla Proposition 13 e sulla vera causa del disastro fiscale californiano: lo strapotere dei sindacati nel settore pubblico.  
 La California, infatti, non ha né una spesa pubblica né, soprattutto, un livello di entrate fiscali pro-capite inferiore alla media americana o a quella degli stati con la medesima configurazione demografica, come si evince dal grafico riportato qui a lato.
Il governo del "Golden State," teoricamente ala fame a causa della Proposition 13, raccoglie  a vario titolo 12.776 $  da ognuno dei suoi cittadini nel 2007. Tale importo è stato il quinto più alto degli USA e  il secondo tra i dieci stati più popolosi (vedi il grafico sopra). Il carico fiscale che grava sulle spalle dei californiani ha recentemente superato i livelli che avevano scatenato la battaglia culminata nel referendum,   quindi la Proposition 13 ha a malapena impedito che il carico fiscale esplodesse. Il problema è il livello di spesa e la qualità dei  risultati ottenuti: nel caso dell'istruzione, ad esempio,  la California spende come la media nazionale ed ha gli insegnanti più pagati d'America, ma i suoi studenti ottengono risultati pessimi. Gli elettori, per una volta, sembrano razionali a rifiutarsi di pagare di più per pessimi servizi, anche se rimane dubbio se riusciranno a rompere il gigantesco conflitto d'interessi che genra l'apparente schizofrenia politica californiana: una base elettorale che rifiuta di pagare maggiori tasse, ma che poi elegge politici di sinistra e dediti al tassa e spendi. Si tratta di un paradosso che potrebbe essere spiegato dal dominio politico degli stessi corresponsabili del collasso fiscale: i sindacati del settore pubblico.
Lo strapotere sindacale ha innescato un circolo vizioso: salari altissimi,  dipendenti in eccesso,qualità bassa. Grazie alle risorse derivanti dai contributi obbligatori ed alla pratica di esigere prestazioni "volontarie" più o meno retribuite, i sindacati sono diventati i maggiori donatori per le campagne politiche nello stato, sia in termini di denaro che di militanti e sono fra i maggiori acquirenti di spazio sui media. Il risultato è un potere di manovra tale da dominare i politici che dovrebbero controllare la macchina amministrativa l'appoggio dei sindacati viene offerto ai candidati di sinistra più attivi nelle tematiche classiche della sinistra postcomunista, utili a distrarre l'elettorato con slogan alla moda e, poi, a restituire il favore sottobanco nella gestione ordinaria della burocrazia statale.  

L'aspetto più inquietante è che l'elezione di Obama sta portando questo modello fallimentare a livello nazionale: i sindacati sono stati i grandi elettori di Obama, che proviene da una città, Chicago, dove la commistione fra attivisti, sindacati e politici è corroborata da un'ancora elevata propensione al voto di scambio e alla corruzione vera e propria. Invece di preoccuparsi degli effetti della Proposition 13, gli americani dovrebbero preoccuparsi dei danni che i collettivisti in salsa californiana hanno prodotto nonostante tutto.

(Illustrazini tratte da City Journal)

sabato, giugno 19, 2010

Praticamente una vittoria nel regno della palla ovale

Tralasciando il calcio e parlando di cose serie, Il Sudafrica è l'attuale detentore della Coppa del Mondo di rugby . Considerando che i blasonatissimi francesi si sono fatti asfaltare 42-17 pochi giorni fa, si può dire che L'Italia del rugby ha fatto un figurone con il nostro 29-13 . Siamo arrivati a vincere un tempo, per la prima volta, contro gli Springboks
Avanti così!

venerdì, giugno 18, 2010

91 Banche USA non pagano il Tesoro

L'amministrazione Obama ha sempre sostenuto che il TARP, il programma di assistenza alle banche, sarebbe stato un successo finanziario per il contribuente. Si sono celebrati con rande fanfara le prime vendite di azioni e warrant con un utile per il Tesoro, ma si continua a trascurare l'andamento delle banche e degli investimenti che non si riesce a liquidare. Che vi siano problemi, risulta evidente anche da piccoli segnali, come ad esempio il fatto che 91 banche hanno mancato i pagamenti degli interessi al Tesoro nell'ambito del TARP. Di fatto, sono di nuovo inadempienti e non riescono o non vogliono neppure pagare gli interessi sul debito contratto con il governo. Siamo sicuri che tutto stia davvero andando come previsto?

Liberali, liberal e socialisti italioti

Spiace contraddire Enzo, ma purtroppo i liberali pro-spesa pubblica non sono una specie tutta italiana. Si chiamano "liberal" e sono socialisti che si nascondono dietro un termine che hanno violentato dopo averlo scippato ai veri liberali, esattamente come sta succedendo in Italia. Pirla noi liberali veri che abbiamo lasciato fare dai tempi di Zanone, passando per d'Alema per arrivare a Tremonti prime ed agli innumerevoli socialisti non pentiti che infestano la destra italiota.

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