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martedì, giugno 29, 2010

Grecia chiama CGIL: sciopero di 24ore

I sindacati greci mostrano una notevole somiglianza con quelli italiani. La reazione ad ogni problema, a quanto pare, è di scioperare: un dirigente sindacale  ha appena annunciato la convocazione di uno sciopero generale ad inizio luglio per protestare  contro la riforma delle pensioni, quellla riforma che porterebbe i greci a non poter più godere di una trentina d'anni di pensione in cambio di un paio di decenni di contributi.  Quello che non vogiono capire, ovviamente, è che le proteste sono inutili : serviranno soltanto ad affossare ancora di più un'economia sull'orlo della bancarotta ed un governo che, non ci stancheremo mai di ripeterlo, non è illiquido, ma insolvente. Il fallimento, pardon la ristrutturazione, è quasi inevitabile a meno di sforzi eroici. Da quel che vediamo, la tragedia si sta già trasformando in farsa, anche se dubitiamo che alcun sindacalista d'ascendenza FIOM e di discendenza comunista riuscirà mai a cogliere l'amara ironia di un sindacato che sta devastando il futuro dei lavoratori.

lunedì, giugno 21, 2010

Il mito californiano delle "tasse troppo basse"

La crisi californiana non si è risolta, ma lo strapotere del complesso sindacal-progressista che l'ha prodotta sta contaminando il quadro nazionale.

La crisi fiscale californiana è uscita dai riflettori, grazie anche ai travagli in Grecia e ad una manovra di bilancio che ha tappato le peggiori falle, ma i problemi rimangono e sono drammatici. La lettura della situazione sposata dai media tradizionali è quella che alla radice del problema vi sia la Proposition 13,  il referendum che negli anni'80 tagliò le imposte immobiliari e rese molto più difficile alzarle di nuovo. Si sostiene, soprattutto da sinistra, che legar ele mani ai politici avrebbe portato alla crisi, perché le entrate statali non sarebbero sufficienti per erogare i servizi essenziali; la crisi è stata anche impiegata come parabola per dimostrare come il supposto estremismo del movimento TEA-Party potrebbe portare al disastro fiscale il governo federale; questa è un'obiezione classica anche in Europa: non si possono ridurre le tasse, perché già così non vi sono sufficienti fondi per garantire il funzionamento della macchina statale. Questo argomento, tuttavia, dimentica che il problema è spesso proprio nelle dimensioni e nell'efficienza di un governo che spende per servizi che che potrebbero essere forniti meglio e con meno costi dal settore privato.
Sul City Journal vi sono due articoli che smontano la falsa accusa alla Proposition 13 e sulla vera causa del disastro fiscale californiano: lo strapotere dei sindacati nel settore pubblico.  
 La California, infatti, non ha né una spesa pubblica né, soprattutto, un livello di entrate fiscali pro-capite inferiore alla media americana o a quella degli stati con la medesima configurazione demografica, come si evince dal grafico riportato qui a lato.
Il governo del "Golden State," teoricamente ala fame a causa della Proposition 13, raccoglie  a vario titolo 12.776 $  da ognuno dei suoi cittadini nel 2007. Tale importo è stato il quinto più alto degli USA e  il secondo tra i dieci stati più popolosi (vedi il grafico sopra). Il carico fiscale che grava sulle spalle dei californiani ha recentemente superato i livelli che avevano scatenato la battaglia culminata nel referendum,   quindi la Proposition 13 ha a malapena impedito che il carico fiscale esplodesse. Il problema è il livello di spesa e la qualità dei  risultati ottenuti: nel caso dell'istruzione, ad esempio,  la California spende come la media nazionale ed ha gli insegnanti più pagati d'America, ma i suoi studenti ottengono risultati pessimi. Gli elettori, per una volta, sembrano razionali a rifiutarsi di pagare di più per pessimi servizi, anche se rimane dubbio se riusciranno a rompere il gigantesco conflitto d'interessi che genra l'apparente schizofrenia politica californiana: una base elettorale che rifiuta di pagare maggiori tasse, ma che poi elegge politici di sinistra e dediti al tassa e spendi. Si tratta di un paradosso che potrebbe essere spiegato dal dominio politico degli stessi corresponsabili del collasso fiscale: i sindacati del settore pubblico.
Lo strapotere sindacale ha innescato un circolo vizioso: salari altissimi,  dipendenti in eccesso,qualità bassa. Grazie alle risorse derivanti dai contributi obbligatori ed alla pratica di esigere prestazioni "volontarie" più o meno retribuite, i sindacati sono diventati i maggiori donatori per le campagne politiche nello stato, sia in termini di denaro che di militanti e sono fra i maggiori acquirenti di spazio sui media. Il risultato è un potere di manovra tale da dominare i politici che dovrebbero controllare la macchina amministrativa l'appoggio dei sindacati viene offerto ai candidati di sinistra più attivi nelle tematiche classiche della sinistra postcomunista, utili a distrarre l'elettorato con slogan alla moda e, poi, a restituire il favore sottobanco nella gestione ordinaria della burocrazia statale.  

L'aspetto più inquietante è che l'elezione di Obama sta portando questo modello fallimentare a livello nazionale: i sindacati sono stati i grandi elettori di Obama, che proviene da una città, Chicago, dove la commistione fra attivisti, sindacati e politici è corroborata da un'ancora elevata propensione al voto di scambio e alla corruzione vera e propria. Invece di preoccuparsi degli effetti della Proposition 13, gli americani dovrebbero preoccuparsi dei danni che i collettivisti in salsa californiana hanno prodotto nonostante tutto.

(Illustrazini tratte da City Journal)

giovedì, maggio 13, 2010

Ruberie sindacali trasversali

Da Giustizia Giusta - Quando il sindacato aiuta a rubare

Secondo una notizia giornalistica di qualche giorno fa, metà dell’affitto (500.000 Lire) della casa che l’allora vice-presidente della Regione Emilia Romagna, Pierluigi Bersani aveva a Bologna, era pagato dallo I.A.L. (Istituto Addestramento Lavoratori) facente capo alla C.I.S.L., ed ampiamente sovvenzionato con fondi C.E.E.
Il fatto è inquietante, al di là della questione, certo non commendevole, del “vizietto” che sembra colpire molti uomini politici, relativo a strani privilegi in fatto di case. Oltre tutto, infatti, la C.I.S.L. era certamente allora (1991) di “area” diversa da quella di Bersani. Misteri della trasversalità di privilegi e generosità di chi maneggia denaro pubblico.

[...]in Commissione Lavoro si stava in gran fretta discutendo (si fa per dire) in sede legislativa una strana legge di “interpretazione autentica della D.L.L. 29 luglio 1947 n. 804 sull’istituzione dei Patronati dei Lavoratori”.
[...]
si intendeva togliere ai Patronati dei lavoratori, che oramai ogni Sindacato aveva istituito come sua emanazione, dopo la scissione di quello unico C.G.I.L. del 1948, e con effetto retroattivo, il carattere di ente pubblico per salvare da un’accusa di peculato, pendente alla Procura della Repubblica di Roma, pressoché tutti i segretari delle Confederazioni sindacali, che avevano fatto, a quanto si diceva, man bassa dei soldi dei “rispettivi” Patronati.
[...]La legge, manco a dirlo, passò, credo all’unanimità.

venerdì, settembre 11, 2009

Il conto dei pasti gratis

Su Lakeside Capital, ecco il conto per l'INNSE: Aedes cederà "gratis" il terreno, in cambio del permesso a cementificare altre aree di Milano.

Non esistono pasti gratis. Se a qualcuno sembra che ne esistano, li sta rubando e corre il rischio che qualcuno, prima o poi, consideri il ladro come il suo prossimo pasto.
Sindacalisti e socialisti di vario genere dovrebbero ricordarselo, quando spacciano false speranze ai lavoratori e illudono le masse di poter ottenere il paradiso in terra, rubando ricchezza altrui: quando finisce di divorare i ricchi, la rivoluzione divora i propri figli e degenera in un inferno.

lunedì, giugno 15, 2009

"Gabbie" salariali: da Martino un antidoto alla neolingua

Antonio Martino spiega perché bisogna andare ben oltre le cosiddette "Gabbie salariali" - un termine da abolir:

"E’ la ricchezza del paese a determinare il salario non viceversa; questo vale per nazioni diverse come per le varie regioni di uno stesso paese.

Imporre per un dato tipo di lavoro la medesima retribuzione in tutte le regioni del paese è sbagliato perché ciò che è sostenibile ed adeguato in una zona ricca può non esserlo in una meno fortunata ed il nobile proposito si remunerare allo stesso modo tutti i lavoratori di un certo tipo finisce col determinare disoccupazione nelle zone povere. Le imprese di quelle regioni, non essendo in grado di corrispondere quel salario si astengono dall’assumere: è questa una delle ragioni per cui il tasso di disoccupazione è più alto nell’Italia meridionale che non in quella settentrionale.

La soluzione migliore sarebbe anche la più semplice: garantire una effettiva libertà di contrattazione salariale in tutto il Paese: la remunerazione adottata dovrebbe essere determinata dall’unico criterio compatibile con le regole di una società libera: l’accordo fra le due parti, datore e lavoratore. Se entrambi convengono che una data remunerazione è conveniente non si vede perché qualcun altro dovrebbe avere titolo ad impedire loro di accordarsi."


Hat Tip: Istituto Bruno Leoni

sabato, giugno 13, 2009

Bersani vede la luce? Vediamo il suo bluff

Secondo il Sole-24 Ore, il criptocandidato alla guida del PD Pierluigi Bersani avrebbe "aperto" alle ipotesi di riforma dello Statuto dei lavoratori portate avanti da Pietro Ichino e Tito Boeri. Il punto più rilevante è la modifica dell'articolo 18, in modo da sostituire il divieto assoluto di licenziamento con l'obbligo di corrispondere al licenziato un risarcimento via via più oneroso all'aumentare dell'anzianità di servizio. La riforma avrebbe un triplice merito: estendere una qualche forma di protezione anche ai neoassunti ed ai precari, da un lato; garantire, tramite il risarcimento, un disincentivo notevole a licenziare dipendenti soltanto per ragioni meramente congiunturali - se devo pagare due anni di stipendio anticipati al licenziando, mi conviene tenerlo a libro paga; lasciare all'azienda la facoltà di liberarsi, seppure a caro prezzo, dei lavoratori improduttivi o inadeguati, senza abbandonarli completamente e liberando spazi per l'assunzione di individui più produttivi.

Non male , per uno che dovrebbe riposizionarsi a sinistra. Ma è tutto oro quello che luccica? Le liberalizzazioni di Bersani, alla fine, si sono rivelate spesso un'operazione di facciata, dietro alla quale gli spazi di libertà non son cambiati in maniera marcata, a meno di non essere una cooperativa possibilmente attiva nelle assicurazioni o nella grande distribuzione, almeno a detta dei più cinici.
Questa volta, tuttavia, il centrodestra ha in mano un'arma in più per vedere il bluff dell'ex ministro ed aspirante leader PD: appoggiare in maniera concreta la proposta di Ichino, che è parlamentare dell'Ulivo. Quale miglior sfoggio di spirito pragmatico e riformista, che conferirgli la presidenza della XI Commissione parlamentare, quella riguardante il Lavoro, che potrebbe lavorare sulla modifica dello Statuto dei lavoratori?
Se si trattasse di un bluff, verrebbe immediatamente smascherato a poco prezzo. Se non lo fosse, avremmo un appoggio bipartisan ad un presidente di commissione in grado di facilitare il percorso di una riforma attraverso il Parlamento. Sempre che il nostro Governo voglia davvero portare avanti una riforma in senso liberale del diritto del lavoro, invece che soccombere alle tentazioni neocorporative ed alla nostalgia di Beneduce e di quella parte del Ventennio ricolma di socialisti e collettivisti.

lunedì, giugno 01, 2009

Americans do it better: il sindacato USA supera quello italiano nella corsa allo sfascio (Giornalettismo crosspost)

Crossposted from Giornalettismo:

I memo sulle procedure del sindacato USA evidenziano un problema fondamentale: il sindacato UAW, fresco azionista di controllo di Chrysler e GM, intende impiegare la propria nuova posizione di azionista per bloccare ogni modifica al contratto di lavoro, uno dei più generosi degli USA. Barack Obama ha ripagato in pieno il suo debito elettorale, ma il conto lo pagheranno i lavoratori dell'azienda di Detroit.

La situazione di General Motors , dopo il fallimento, cambierà drasticamente, ma chi non cambia, negli USA come in Italia, è il sindacato: uno dei maggiori corresponsabili del disastro, che diventerà di fatto il padrone di GM. Le pretese sindacali della UAW sono state una concausa, unitamente alla pessima qualità del management che lo stesso sindacato ha sempre appoggiato, in cambio di aumenti del costo del lavoro e di trattamenti sanitari e pensionistici di tutto rispetto. Non solo: buona parte dell'indebitamento che ha accelerato la fine di Detroit è stato causato direttamente dall'ultimo scellerato patto sindacale, che obbligava l'azienda a versare ad un fondo controllato dai sindacati (non dai lavoratori) miliardi di dollari, mentre ha impedito la ristrutturazione aziendale.

La differenza con l'Italia è che il sindacato americano non ha avuto 40 anni per devastare la nazione con questa mentalità, ma l'amministrazione Obama sta facendo del suo meglio per recuperare il tempo perduto. Invece di pagare insieme ai creditori, al sindacato è stato riservato un trattamento di favore, calpestando i diritti di chiunque altro. Il fatto che la UAW ed in generali i sindacati americani abbiano fornito un contributo fondamentale alla campagna di Obama, di cui sono stati i grandi elettori,, non ha certamente nulla a che fare con questo risultato.
Le conseguenze, come in Italia, non saranno pagate dal sindacato, ma da tutti i cittadini e, a lungo andare, dai lavoratori: che per qualche tempo godranno del congelamento delle proprie condizioni di favore, ma che lavoreranno in un'azienda sempre meno in grado di reggere la concorrenza senza l'aiuto statale, un aiuto reso necessario anche dal trattamento brutale riservato ai creditori, che ha scoraggiato potenziali finanziatori durante la fase di amministrazione controllata.
Benvenuti a Detroit, comune di Arese, distretto di Pomigliano d'Arco.

mercoledì, marzo 18, 2009

Razzismo sindacale

Un'amaraa lezione per i sostenitori del sindacalismo e della regolamentazione a tutti i costi: I sindacati americani sono stati uno dei bastioni del razzismonegli USA, almeno fino agli anni '60. Anche il New Deal ebbe caratteri fortemente discriminatori, mentre per paradosso furono le pratiche "antisindacali" a garantire le uniche possibilità di lavoro per gli afroamericani

Hat tip: Reason Magazine

giovedì, febbraio 26, 2009

Sciopero selvaggio e democrazia fra i lavoratori

Era ora: lo sciopero selvaggio non sarà più possibile. Il progetto di legge presentato dal ministro Sacconi è interessante ed in una sua parte dovrebbe essere estesa, secondo me, alla generalità delle astensioni dal lavoro. Parlo dell'obbligatorietà di un referendum consultivo fra i lavoratori prima dell'approvazione di uno sciopero, in modo che si possa dare una voce anche a coloro che non sono d'accordo con la linea del sindacato dominante.
Si tratta di un istituto presente anche, ad esempio, nelle nazioni anglosassoni, dove i sindacati sono spesso obbligati a consultare i lavoratori prima che venga riconosciuta la liceità di uno sciopero.
L'unica necessità da salvaguardare è quella che il ballottaggio avvenga a scrutinio segreto, in modo da evitare che i fautori dello sciopero possano intimidire i dissidenti.
Non a caso, la prima richiesta del sindacato AFL-CIO al neopresidente Barack Obama è stata proprio l'abolizione dello scrutinio segreto del sindacato. Obama per il momento nicchia, conscio dell'estrema impopolarità della misura presso l'elettorato, ma è difficile resistere ai desideri dell'organizzazione che, al di là della retorica sul rinnovamento, sulle piccole donazioni e sui volontari, ha fornito il maggior contributo in termini di denaro e di personale al partito democratico ed alla campagna elettorale del 2008.

Hat Tip: Camelot

lunedì, novembre 17, 2008

Una prospettiva differente

sciPErosnalment,e ritengo giustificate le maledizioni a chi tiene in ostaggio i cittaidni sfruttando una rendita di posizione, che siano dirigenti di monopoli più o meno sanzionati dallo Stato o sindacati altrettanto privilegiati. Per amor di par condicio (e, lo ammetto, di polemica), tuttavia, ecco una visione differente e non zeccuta sugli Scioperi bianchi e scioperi rossi.

Hat tip: BlacKnights

lunedì, settembre 17, 2007

Soccorso Rosso - crosspost

Dall'Altra Parte, una bella intervista a Giuliano Cazzola ed un po' di pubblicità per una iniziativa meritevole: Cazzola è stato sindacalista per trent'anni e difensore dei lavoratori da sempre. Di fronte alla propaganda reazionaria del sindacato attuale, è necessario che qualcuno si alzi in piedi ed affermi la verità, non solo nelle accademie, ma per le strade: la Legge Biagi è stato un aiuto ai lavoratori più svantaggiati, lavoratori che la sua abrogazione rimetterebbe nuovamente a rischio disoccupazione.
Soccorso rosso

«È un soccorso rosso, utile alla manifestazione della sinistra reazionaria contro il protocollo del 23 luglio». Giuliano Cazzola, sindacalista nella Cgil dal 1965 al 1993 e ora presidente del Comitato per la difesa e l'attuazione della legge Biagi, vede così il no della Fiom all’accordo su pensioni e welfare, che a suo giudizio «creerà difficoltà nella consultazione alla parte riformista del sindacato». Finirà che «molte grandi imprese, quelle che hanno impatto mediatico, voteranno no, e saranno i pensionati a permettere a Cgil, Cisl e Uil di prevalere», prevede Cazzola. E poiché «il governo non sarà insensibile al grido di dolore della Cgil e dei suoi alleati nella maggioranza, farà ulteriori concessioni all’ala sinistra rinegoziandole con il sindacato. Così saranno tutti contenti». «Ecco perché la nostra iniziativa merita di essere valorizzata, - continua - fino alla fine terremo acceso un faro su queste pratiche, ricordando a chi ha sottoscritto l’accordo il dovere della coerenza».
La vostra è un’iniziativa in difesa della legge Biagi, che si terrà il 20 ottobre, lo stesso giorno della manifestazione della sinistra radicale.
«Può diventare il punto di riferimento per quella parte di opinione pubblica che, a prescindere dalla collocazione politica, vuole distinguersi da una politica fondata sull’odio e la menzogna. Ce la possiamo fare. Con le nostre modeste forze, stiamo raccogliendo sempre nuove adesioni. È importante trovare tanta gente pronta a confutare i luoghi comuni di cui è intessuto il dibattito politico, e non solo quello».
Si riferisce a Beppe Grillo? Al V-Day ha ribadito che la Biagi è all’origine della precarietà.
«Uno scandalo. A stupire ancora di più è stata la reazione dei grandi quotidiani, soprattutto quelli orientati a sinistra, subito pronti a salire sul carro di Grillo, mettendo in campo fior di analisi sociologiche, per interpretare la frustrazione di un elettorato deluso per essere stato privato dell'esibizione dei nuovi Piazzali Loreto che gli erano stati promessi».
Torniamo all’appuntamento del 20 ottobre: come sarà strutturato?
«Faremo un convegno centrato su tre panel: uno di giuristi ed economisti, uno di rappresentanti delle forze sociali, uno di esponenti politici. Avremo la partecipazione di alcuni tra i maggiori esperti del Paese. Nel caso delle forze sociali ci rivolgeremo alle organizzazioni che sottoscrissero il Patto per l’Italia del 2002. Quanto ai politici, le adesioni sono state bipartisan».
Rispetto a qualche mese fa sembra che l’opera di Marco Biagi non sia più patrimonio esclusivo del centrodestra.
«Certo, perché il tema del lavoro è il solo in cui vi sia stata una certa continuità tra maggioranze diverse. Il merito è proprio di Biagi: stretto collaboratore di Tiziano Treu, portò nella collaborazione con Roberto Maroni quelle stesse elaborazioni messe a punto con Treu, ma che non erano riusciti a far passare. Per questo fin dall'inizio abbiamo chiarito che non pensavamo a una contromanifestazione, con tanto di corteo e comizi, che avrebbe limitato il campo delle possibili adesioni».
Lei si è schierato anche a favore dell’intesa governo-sindacati di quest’estate. Se ne discuterà nel corso della sua iniziativa?
«Sì, perché non vogliamo solo difendere tutta la legislazione innovativa che dal ’97, con il pacchetto Treu, ha contribuito a dimezzare la disoccupazione, ma anche contrastare il peggioramento dell’accordo del 23 luglio. Tra l’altro, proprio le pensioni, contenute nell’accordo, hanno innescato il dissenso della Fiom. Ma se salta il mix "scalini" più quote (già di incerta copertura), sono guai anche per i conti pubblici e per la stessa finanziaria».



Crossposted from: Dall'Altra Parte

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martedì, maggio 01, 2007

Primo Maggio, dalla padella nella brace

Ogni Primo Maggio si osserva la preponderanza dei rappresentanti di partiti e tradizioni intellettuali che si rifanno al marxismo ed al comunismo, in forma più o meno confusa. Il lupo non solo divora l'agnello, ma si permette anche di dargli lezioni di vita.

Mi torna alla mente un film di Paolo Villaggio, nel quale Fantozzi "scopre" il marxismo e si alza trionfante dalla sedia, urlando "ma allora mi hanno sempre preso per il culo!". Serviva essere marxisti, per vedere i problemi del capitalismo di Stato o dei "soliti noti"? Come era possibile credere che la soluzione marxista, ossia ancora più irreggimentazione ed ancora più Stato, fossero la soluzione?
L'atteggiamento del culturame italiano sembra essere rimasto profondamente "fantozziano": i problemi esistono, ma la soluzione adottata è esattamente l'opposto di quella necessaria per cominciare a risolverli.

Che sia passato troppo poco tempo dalla caduta del Muro, dalla definitiva e schiacciante dimostrazione pratica e totale delle sofferenze inflitte ai lavoratori, come ad ogni individuo, da quei regimi "amici del popolo"?
Immagino sia difficile cambiare la propria mitologia, anche quando finisce spazzata via; è comprensibile quanto sia più dolce cullarsi nell'illusione e nella nostalgia, nell'Italia della censura linguistica, dove ciò che non è approvato dagli orfani dell'egemonia culturale rosso-bianca non viene ristampato, nemmeno se va esaurito in pochi giorni e all'estero vende da generazioni; ma davvero gli artisti italiani e gli intellettuali italiani pensano che i crimini storici del comunismo ed i continui fallimenti del socialismo siano dovuti soltanto ad un errore di applicazione pratica del sistema, quando la confutazione teorica del marxismo sul terreno scelto da Marx, l'economia, è vecchia di quasi un secolo?
Quando cominceranno a smetterla di comportarsi come tanti Fantozzi e capiranno che pretendere l'intervento dello Stato, magari con soldi estorti a qualcun altro, non fa altro che perpetuare le ingiustizie e le tragedie di cui tanto si sdegnano?

Nel frattempo, mentre si cantano le lodi di gente che, se avesse potuto, avrebbe trasformato il Primo Maggio in qualcosa di simile a questo, il sindacato mette i bastoni fra le ruote all'applicazione delle leggi per la sicurezza sul lavoro.

martedì, aprile 17, 2007

Sindrome di Arese

Il segretario della CISL Raffaele Bonanni ha commentato positivamente l'uscita di AT&T dalle trattative:
(ANSA) - ROMA, 17 APR - ''E' un fatto buono, dovranno essere gli italiani gli acquirenti, magari insieme a qualche europeo''. Cosi' il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, commenta la rinuncia da parte degli americani di At&t all'offerta per acquisire un terzo di Olimpia, la holding che con il 18% controlla Telecom Italia.
Bonanni ricorda certi sindacalisti di Arese, la fabbrica-simbolo dell'Alfa Romeo. L'argomento dell'italianità, insieme ad un certo anti-americanismo strisciante, fu impiegato anche nel 1986, ai tempi della trattativa per la privatizzazione della casa automobilistica di stato, praticamente fallita.
Pietro Ichino, nel suo "A che cosa serve il sindacato?", racconta la parabola della fabbrica: l'Alfa rimase in mani italiane, soltanto per essere di fatto smantellata in un vortica di tagli selvaggi da parte di FIAT e di richieste sindacali sempre più irrealistiche. Arese passò da 19mila operai a zero. Siamo sicuri che non sia questo il futuro che Bonanni desidera per Telecom Italia, ma il leader sindacale dovrebbe ricordarsi che chi non conosce la Storia è condannato a ripeterla. Sulla pelle dei lavoratori.


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lunedì, febbraio 19, 2007

Fiat e sindacati, marchette e sussidi: l'eterno ritorno

In Italia esistono cose che fanno dubitare della direzione del fluire del tempo; che essa sia circolare e non lineare e noi intrappolati in una pessima replica del "Giorno della marmotta".

Uno dei tratti peculiari della non compianta Prima Repubblica post-sessantottina e post-autunno caldo era la posizione peculiare della FIAT nel panorama economico italiano: anche dopo aver cessato di essere la più grande azienda privata italiana, il colosso di Torino aveva mantenuto una straordinaria preminenza, evidenziata in due comportamenti particolarmente odiosi a chi vorrebbe un'Italia più liberale.
Il primo era l'atteggiamento adulatorio dei media italiani e soprattutto della televisione, attenti a non mettere mai in cattiva luce gli Agnelli e la loro azienda principale. Gianni Agnelli divenne, anzi, il "re senza corona" d'Italia anche dal punto di vista mediatico: come un monarca, non venne quasi mai criticato apertamente dalla grande stampa e dalle televisioni.
Il secondo, la valanga di favoritismi di cui godeva FIAT, in cambio di una gestione delle risorse umane di fatto concordata con il neo-caporalato del sindacato metalmeccanici: il sindacato faceva ed otteneva cio' che voleva, almeno sul piano economico; il governo, in cambio, sovvenzionava FIAT: cassa integrazione e mobilità per gonfiare i livelli occupazionali, politiche fiscali, di trasporto e doganali che sembravano fatte apposta per favorire l'unico grande polo automobilistico italiano.

La crisi di Fiat ne ha ridotto drasticamente il peso specifico nel sistema economico e politico italiano, ma non lo ha mai del tutto eliminato, come paradossalmente esemplificato dalla vicenda di Lapo Elkann: mai sarebbe finita in pasto ai media, una generazione fa; mai sarebbe risorto tanto rapidamente, se non avesse avuto ancora le spalle abbondantemente coperte.

Con la ripresa industriale di cui Fiat è almeno temporaneamente protagonista, potremmo assistere ad una riedizione della "Monarchia" piemontese? Due di piccole cose, avvenute rispettivamente oggi e sabato, sembrano riportarci direttamente in quegli anni tutt'altro che formidabili e riproporre entrambi i fastidiosi comportamenti di cui si parlava.

Gianni Riotta, fresco direttore del TG1, ha imparato perfettamente come funzionano certi meccanismi e ce ne ha data una magistrale interpretazione. L'ex-ragazzo prodigio del Manifesto avrebbe dovuto essere un inflessibile fustigatore di ogni deviazione dal sacro dovere di cronaca, l'epuratore dell'epidemia di sicofanti berlusconiani; con un'agile capriola, il suo Tg1 ha propinato agli spettatori di TV7 una intervista a Sergio Marchionne nello stile da inginocchiatoio tipico delle interviste ai vertici Fiat degli anni di massima gloria. Una "marchetta" in piena regola: panegirico sulle immense doti del nuovo team di management, magnifiche sorti e progressiva di Fiat, elegante glissagigo sui motivi delle difficoltà precedenti. Sul finale, la rivendicazione di aver tagliato manager, ma quasi mai "colletti blu", come li ha definiti Marchionne, perché il problema non sarebbe stato di efficienza industriale, ma di cattiva leadership e mancanza di spinta commerciale e creativa.

Le parole di Marchionne suonano profondamente ironiche, di fronte alla seconda notizia, di oggi: 2mila operai in mobilità, a spese di Pantalone, a seguito di un accordo fra Fiat e Governo che ratifica quello fra Fiat e sindacati metalmeccanici. Ha un bello strillare Epifani, che prima usa i soldi del contribuente per colmare la differenza fra richieste sindacali e quelle dell'azienda, e poi si atteggia a Thatcher in trentaduesimo: è uno dei colpevoli, non un testimone impotente, di questo ennesimo assalto alla diligenza, guidata da un Romano Prodi, che alla FIAT e al sindacato ha fatto ben altri favori, in linea con la propria visione della società, tranquillamente definibile come "feudalesimo industriale".
Il documento recepisce le richieste del Gruppo e dei sindacati facendo riferimento "alla misura indicata" nell'accordo raggiunto tra Fiat e le confederazioni il 18 dicembre scorso. "Poi Fiat non chieda più nulla", ha commentato il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani.
Chi scrive ha un enorme rispetto per le doti dell'attuale AD di Fiat, doti dimostrate anche in altre occasioni tutt'altro che semplici. Eppure, rimane un sottile retrogusto amarognolo: che bisogno c'era, con una bella, vera storia di risanamento e rinascita industriale da raccontare, di ricorrere a certi mezzucci? Le cattive abitudini sono tanto dure a morire?


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mercoledì, febbraio 14, 2007

Terrorismo di lotta e di Governo

Il terrorismo rialza la testa. Il Governo reprime. Un bisticcio in famiglia, perché i reduci, del '77 prima e quelli degli anni di piombo poi hanno ormai conquistato lo Stato che tanto odiavano e lo hanno trasformato in una greppia da cui estrarre una comoda rendita.

Per anni abbiamo assistito allo spettacolo di ex fiancheggiatori della violenza extraparlamentare assumere ruoli sempre più rilevanti, in troppi ambiti della vita civile italiana, incistandosi nella politica dell'egemonia culturale portata vanti del PCI, arrivando a spadroneggiare nell'industria culturale ed ai vertici RAI come in Mediaset; abbiamo goduto del piacere di centinaia di "reduci" che, a frotte, operavano come sindacalisti; dulcis in fundo, abbiamo avuto ex-BR al Viminale e un'aula del Parlamento intitolata ad un baldo giovane, degno erede di tali signori, morto mentre cercava di ammazzare un carabiniere. Un numero impressionante di brigatisti e terroristi di varia risma lavorano in enti statali o sovvenzionati dallo Stato.

Adesso, alcuni degli esclusi da tanto ben di Dio hanno deciso di riprendere l'attività di quei "formidabili" anni.
Qualcuno a sinistra ha avuto un soprassalto di decenza; la maggior parte ha scatenato un uragano di distinzioni e teorie del complotto. Abbiamo parlamentari e leader di partito che neppure fingono di non sapere, ma giustificano apertamente i neo-brigatisti. Abbiamo compagni che fanno a gara a consolare, accorrere e soccorrere. Abbiamo una federazione della stampa che minaccia scioperi antiberlusconiani (continuando a mangiare nel piatto dove sputano, ovviamente), ma che non riesce a produrre che una stitica noterella anodina quando si tratta di difendere giornalisti dalle intenzioni omicide dei "compagni che sbagliano".

Ascoltiamo sindacalisti come Giorgio Cremaschi, pronto a declamare il proprio "garantismo" nei confronti dei sindacalisti latitanti, ma incapace di accettare le responsabilità del sindacato, di riconoscere come le "infiltrazioni" siano in realtà una conseguenza della ideologia dominante nel sindacato , della sua tolleranza per qualsiasi estremismo non solo verbale, in nome della "unità a sinistra", non certo il prodotto di fantomatici "complotti".

Credo che abbia centrato il punto Oggettivista, che sostiene che siamo moralmente indifesi rispetto al terrorismo. Questa sinistra quasi priva di un anticorpi verso la seduzione della violenza è il prodotto finale della resa politica e culturale italiana al collettivismo, la cui natura contraddittoria e totalitaria porta anche troppo spesso alla scelta dell'illusione data da una soluzione di forza.
L'unico modo per uscirne è comprendere quanto il terrorismo sia davvero un sintomo e non la causa; non si tratta di un qualche malessere curabile con lo statalismo, ma di un male generato dallo stesso delirio di onnipotenza collettivista, vera malattia che pretende d'essere panacea. Finché non abbandoniamo tali illusioni, saremo un manicomio dove i pazzi pretendono di curare i sani.

Hat tip: Phastidio, Krillix, Joyce, Freedom-land, Oggettivista, JimMomo, The Right Nation, Chris

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martedì, dicembre 26, 2006

Fra compagni ci s'intende: la RAI rompe gli indugi e cala le braghe

Il compagno Presidente Petruccioli e il Gran Boiardo Direttore Generale Cappon hanno comunicato la resa ai ricatti della cosca - scusate, del sindacato dei giornalisti. I compagni dell'USIGRai ringraziano e cominciano ad adocchiare la cassaforte.
Per diplomazia, o magari per non perdere l'ultimo brandello di dignità, i vertici RAI non cedono immediatamente alle richieste sul contratto principale, non volendo abbandonare del tutto la linea della FNSI: a naso, lo faranno finito lo sciopero. Nel frattempo hanno annunciato che tratteranno sul "secondo livello", ossia sul contratto integrativo aziendale, senza neppure attendere l'esito di quello nazionale; livello al quale immaginiamo verrà concesso di tutto e di più, come sostiene il motto aziendale.
Una vera e propria pugnalata alla schiena per le altre aziende del settore, costrette a fare maggiormente i conti con le necessità di bilancio, non rimpinguato per tutti da freschi aumenti del canone. A Petruccioli ed al resto del Politburo ovviamente di questo non frega nulla: tanto, non sono soldi loro, ma del contribuente ormai abituatosi ad essere munto.

Ecco dove finirà l'aumento del canone, ecoc dove finisce il tentativo di ammodernare le pratiche del settore:
(ANSA)-ROMA, 26 DIC-La Rai,malgrado lo stallo nelle trattative per il contratto dei giornalisti,discutera' con l'Usigrai il rinnovo del Patto integrativo aziendale. Il Presidente Petruccioli e il Direttore Generale Rai Cappon hanno visto il Presidente della FIEG Biancheri cui hanno espresso l'intenzione di proporre alle rappresentanze sindacali aziendali dei giornalisti Rai l'apertura di un tavolo negoziale relativo al cosiddetto 'secondo livello di contrattazione'. L'Usigrai ha accolto l'iniziativa con soddisfazione.


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