mercoledì, maggio 19, 2010

Italia e Germania, la fuga dalla realtà

Le autorità tedesche ed italiane hanno deciso che , se la realtà non è di loro gradimento, deve essere vietata.  Questo è unico risultato utile delle regolamentazioni appena escogitate, tant'è vero che, invece di stabilizzare i mercati, stanno scatenando il panico. 
I divieti implementati in Germania si limitano a nascondere sotto il tappeto i sintomi del problema, vietando ai partecipanti al mercato di prendere una posizione pessimista sull'andamento dell'area euro. Non risolve certo i problemi di bilancio dei governi europei e quelli delle banche del continente, che ne hanno seguito i dettami.  Ricordiamo infatti che i cosiddetti "short" non sono soltanto speculativi: per la maggior parte si tratta di operazioni a copertura di altre operazioni "lunghe", ossia positive su altri rischi. Vietare ad una metà el mercato di funzionare limita l'efficienza dell'intera struttura senza limitare i danni: coloro che hanno rischio Europa hanno infatti reagito vendendo massicciamente l'euro, ovviando così all'impossibilità di coprirsi con strumenti idonei. L'unica possibilità, a questo punto, sarebbe quella di reintrodurre controlli dei capitali, tornando indietro di 30 anni e devastando il commercio internazionale; per punire immaginari "speculatori" , si produrrebbe così un danno  molto maggiore. 

In Italia, invece, abbiamo vietato la contabilità. Alle banche sarà infatti concesso di non contabilizzare le perdite su titoli di Stato. Si tratta di un enorme regalo sia per le banche stesse, che  sono d'altronde piene di titoli di Stato a causa della regolamentazione di vigilanza precedente. In base alla normativa vigente, infatti, detenere titoli di Stato non richiede che si ponga capitale a garanzia di eventuali perdite, mentre ciò deve essere fatto per ogni altro genere di investimento, incluso quello tipico delle banche commerciali. Adesso, alle banche viene concesso anche di non dover riportare perdite sui titoli di Stato scesi di valore, inclusi quelli greci. E' un gigantesco tappeto dietro il quale si nascondono i problemi, invece id affrontarli. Le banche italiane potranno continuare a finanziarsi a tassi quasi zero dalla BCE per poi acquistare titoli di Stato . L'unica preoccupazione in questa operazione era la volatilità dei prezzi dei titoli, una volatilità che da oggi non deve più esser eriportata a bilancio, mentre ovviamente e cedole incassate verrano portate come utili. I governi, soprattutto quello italiano, ringraziano: in questo modo si assicurano un canale per piazzare la quantità sempre maggiore di titoli di stato che dovranno emettere. Il particolare che , visto il meccanismo, sia la BCE a finanziare di fatto i governi stampando moneta,  è l'ennesimo fatto sgradevole da nascondere sotto il tappeto.

La crisi non è responsabilità degli indici sul credito o del mark-to-market nei bilanci bancari. E' colpa delle eccessive spese statali e di una regolamentazione che ha selezionato banche e banchieri non in base alla propria capacità di gestire il rischio, ma di fare gli interessi delle autorità  di vigilanza e della classe politica. Sino a quando non accetteremo la realtà e le sue implicazioni, i sogni collettivisti e solidaristici degli europei si continueranno a trasformare in incubi.

lunedì, maggio 17, 2010

Quando i servizi italiani coprivano le stragi dei palestinesi

Un mattone del muro di gomma a difesa degli atti terroristici palestinesi sta cominciando a crollare disinformazione : Furono i palestinesi ad uccidere i giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo

Il Sismi di allora - dicono i familiari che hanno potuto accedere a parte delle carte segrete dell’Aise, il servizio l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna - con Stefano Giovannone e Giuseppe Santovito fece operazioni di copertura a favore dell’Olp. Non abbiamo però prove sul movente né sul gruppo che effettuò gli omicidi. In sede giudiziaria George Habbash (Fplp) venne indicato come il mandante, ma poi fu assolto per insufficienza di prove" (fonte: LiberaliPerIsraele).


Chissà cosa ne pensano i molti giornalisti italiani e le strutture dell'informazione in Italia, abituate a scambiare la propaganda palestinese per una fonte attendibile, come nel caso dei falsi nella guerra del 2006, che portarono ad un repulisti nelle file di Reuters, oppure per i falsi contenuti in documentari come "Jenin, Jenin". Per troppo tempo i media italiani hanno vissuto in una realtà parallela nella quale i palestinesi sono sempre innocenti, anche quando stanno installando una bomba ,si vantano degli eccidi commessi, prendono di mira i giornalisti , si ingegnano ad usare i civili come scudi umani od impiegano le scuole e le moschee come arsenali e fabbriche d'armi, protestando poi quando vengono bombardate.

giovedì, maggio 13, 2010

I Greci peggio dei nostri fannulloni?

Ecco Altri dettagli sugli sperperi greci (HT La pulce di Voltaire). Paolo si stupisce, ma buona parte di questi comportamenti sono simili a quelli italiani dei bei tempi consociativi andati.

Gli stipendi dei dipendenti pubblici rappresentano il 40% del pil. Questo sarà il primo settore in cui tagliare drasticamente. in alcuni settori, oltre alla tredicesima e quattordicesima, ci sono bonus e premi ridicoli. uno fra tutti: il bonus per chi arriva puntuale al lavoro;

•alcuni extra hanno poi dell'assurdo. i forestali per esempio ricevono un'indennità per lavoro all'aria aperta. ma forse la più clamorosa è la questione delle "zitelle d'oro": le figlie nubili dei dipendenti pubblici hanno diritto a una pensione ereditaria di mille euro al mese. sono 40mila e costano allo stato 550 milioni l'anno;
•per non parlare poi delle pensioni anticipate, fissate a
50 anni per le donne e 55 per gli uomini. Sono previste per 600 categorie ritenute usuranti, tra cui spiccano i parrucchieri, per i danni derivati dalle tinte, i musicisti che suonano uno strumento a fiato, i presentatori televisivi, per gli effetti nocivi dei microfoni sulla salute;
•gli enti inutili non si contano. il più clamoroso è quello per la
salvaguardia del lago Kopais, un lago che si è prosciugato nel 1930. (da


Per chi volesse continuare la poco edificante lista, il Toronto Star sparge altro sale sulle ferite

Potevano almeno innamorarsi di Socrates

Il primo ministro portoghese, non quello spagnolo. Per entrambe le nazioni della penisola iberica, comunque, La festa è finita. Per il Portogallo di Socrates, potrebbe bastare. Per la Spagna di Zapatero, siamo soltanto all'inizio:

C’è da notare che Zapatero pare aver scelto di usare la scure sulla spesa pubblica senza mettere mano alle due aree di crisi dell’economia spagnola: riforme strutturali del mercato del lavoro per innalzare il potenziale dell’economia, e risolvere la bomba di debito contenuto nelle Cajas, le casse di risparmio. Triste destino, quello della sinistra italiana: si innamora sempre delle persone sbagliate, solo per farsi travolgere dalle dissonanze cognitive, di cui notoriamente le corna sono una sottospecie.


(Phastidio.net)

In Cina, finti divorzi per speculare sulle case.

l boom immobiliare in Cina è ormai ufficialmente entrato in fase di bolla speculativa. Se l'evidenza empirica non fosse sufficiente, basterebbero aneddoti come questo per confermare che la situaiozne è siile a quella americana del 2003-2005.
Per  calmare la speculazione, il governo cinese ha imposto limiti alla possibilità di acquistar eseconde case per le famiglie cinesi, imponendo un anticipo minimo più elevato rispetto a quello dell'acquisto di una seconda casa. Pare che, in conseguenza, un numeo crescente di coppie fingano di divorziare, per otere così acquistare una casa a testa a condizioni più favorevoli . I numeri sono ridotti, ma evidenziano la frenesia del momento.

Ruberie sindacali trasversali

Da Giustizia Giusta - Quando il sindacato aiuta a rubare

Secondo una notizia giornalistica di qualche giorno fa, metà dell’affitto (500.000 Lire) della casa che l’allora vice-presidente della Regione Emilia Romagna, Pierluigi Bersani aveva a Bologna, era pagato dallo I.A.L. (Istituto Addestramento Lavoratori) facente capo alla C.I.S.L., ed ampiamente sovvenzionato con fondi C.E.E.
Il fatto è inquietante, al di là della questione, certo non commendevole, del “vizietto” che sembra colpire molti uomini politici, relativo a strani privilegi in fatto di case. Oltre tutto, infatti, la C.I.S.L. era certamente allora (1991) di “area” diversa da quella di Bersani. Misteri della trasversalità di privilegi e generosità di chi maneggia denaro pubblico.

[...]in Commissione Lavoro si stava in gran fretta discutendo (si fa per dire) in sede legislativa una strana legge di “interpretazione autentica della D.L.L. 29 luglio 1947 n. 804 sull’istituzione dei Patronati dei Lavoratori”.
[...]
si intendeva togliere ai Patronati dei lavoratori, che oramai ogni Sindacato aveva istituito come sua emanazione, dopo la scissione di quello unico C.G.I.L. del 1948, e con effetto retroattivo, il carattere di ente pubblico per salvare da un’accusa di peculato, pendente alla Procura della Repubblica di Roma, pressoché tutti i segretari delle Confederazioni sindacali, che avevano fatto, a quanto si diceva, man bassa dei soldi dei “rispettivi” Patronati.
[...]La legge, manco a dirlo, passò, credo all’unanimità.

martedì, maggio 11, 2010

L'Italia deve 81 miliardi di euro per il fondo anticrisi. Ottantuno.

Su di un totale di 660 miliardi di euro che i singoli stati dovrebbero contribuire al fondo di stabilizzazione, Italia e Spagna dovrebbero contribuire rispettivamente per 81 miliardi e 53 miliardi di euro.Il problema è che Madrid e, in misura minore, Roma sono proprio i più probabili beneficiari di un tale fondo. A Bruxelles se ne  rendono conto? 

Nel caso entrambi i paesi sperimentassero difficoltà, le dimensioni del fondo sarebbero immediatamente ridotte  di 130 miliardi, proprio quando ve ne sarebbe maggior bisogno . Nel caso uno dei due entrasse in crisi di liquidità, è improbabile che  potrebbe sborsare decine di miliardi di euro per aiutare l'altro. Se ad avere problemi fosse la sola Madrid, ad esempio, l'ammontare dell'esborso sarebbe tale da richiedere alla Repubblica italiana un pagamento di decine di miliardi di euro, che probabilmente metterebbe a sua volta l'Italia sotto i riflettori dei mercati obbligazionari, alimentando ulteriormente il contagio. Si aggiunga il fatto che non esiste una garanzia congiunta dei governi per le attività del fondo di stabilizzazione:  se un governo nazionale non potesse o volesse contribuire, non esisterebbe alcun obbligo , da parte degli altri governi, di versare la quota dell'inadempiente.

Le perplessità dei mercato riguardo al "salvataggio" cominciano a non sembrare  troppo infondate.

Italian Tea Party: libertà si, stato no. Finalmente.




Arriva anche in Italia il Tea Party: libertà si, stato no: un movimento che si propone di contrastare la pretesa dei gruppi di pressione e della classe politica di disporre del nostro portafoglio come se fosse il loro. Un atteggiamento non soltanto deleterio dal punto di vista economico, ma letale per la libertà individuale: le risorse che vanno allo stato , infatti, riducono le nostre opportunità di perseguire i nostri fini nel modo che più preferiamo. Non importa quanto fintamente libertarie siano le leggi a sfondo etico o sociale: un governo che mette impunemente le mani nel nostro portafoglio, troverà sempre un modo per entrare prima o poi nelle nostre camere da letto, per non parlare del resto della nostra vita.

Primo appuntamento, l'ostica Prato. In bocca al lupo!





Hat tip: Camelot

Ricapitolando

Da Ventinove Settembre un riassunto sintetico delle cause della crisi greca ed europea. Che ha poco a che fare con il capitalismo o con gli speculatori e molto, molto a che fare con i politici. Da Phastidio, si ribadiscono i rischi dell'approccio per cui la soluzione a problemi di eccessivo debito sarebbe altro debito.
Problema identificato in pieno. Complimenti per la sintesi. L'unica, vera soluzione sarebbe stata l'imitazione delle procedure fallimentari, pardon, di concordato preventivo che si sono evolute nel diritto privato, ma questo avrebbe privato i politici di un'ottima occasione di sprecare soldi dei cittadini per accrescere il proprio potere, trovandosi un conveniente capro espiatoriio in fantomatici "speculatori" .

lunedì, maggio 10, 2010

Vota Antonio

FInalmente arrivato per la nostra gioia Il blog di Antonio Martino

La BCE interviene sul mercato , salvando gli speculatori

La Banca Centrale Europea ha iniziato ad acquistare titoli dei paesi della periferia dell'area euro per sostenerne i prezzi. Per evitare che la manovra produca liquidità , l'istituto di emissione ha annunciato che non finanzierà gli acquisti stampando moneta, ma vendendo sul mercato titoli di stato tedeschi e francesi.
Non è sicuro chela BCE riesca a contenere le ricadute inflazionistiche e l'impatto sull'euro. Come minimo, la manovra riduce la qualità del portafoglio della BCE: l'euro verrà garantito da riserve investite in titoli di bassa qualità invece che di massimo merito di credito. Inoltre, buona parte delle banche coinvolte utilizzerà i titoli ricevuti mettendoli a garanzia delle nuove linee di credito a breve termine fornite dalla banca centrale stessa, che da ieri garantisce di fatto liquidità illimitata a chiunque sia detentore di titoli di stato. E la banca centrale non può certo drenare questa liquidità.
L'impatto sui prezzi interni dovrebbe rimanere moderato, sino a quando permane un eccesso di capacità produttiva, ma data la ripresa industriale in alcune aree d'Europa tale eccesso sembra ridursi, anche grazie all'indebolimento dell'euro conseguente prima alla crisi ed ora, forse, alle misure prese per fornire liquidità.
L'impatto sull'euro dipende anche dalle politiche delle altre banche centrali: l'impressione è che le maggiori banche centrali stiano parlando molto di stabilità, ma poi prendano spesso provvedimenti con effetti negativi per la propria divisa, come nel caso giapponese la scorsa settimana, o in quello europeo.

L'effetto positivo della manovra si vedrà sui bilanci bancari: ancora una volta le banche sono state salvate dalle proprie scommesse sbagliate, ma molto utili per i governi che devono batter cassa, con il denaro dei contribuenti e, in questo caso, con il rischio della perdita di potere d'acquisto per i risparmiatori europei. La colpa, ovviamente, è stata addossata a "misteriosi" speculatori, dimenticando che i maggiori di essi hanno speculato proprio sul salvataggio, e non sul fallimento, dell'euro .

Siamo tutti speculatori adesso

I politici europei e la banca centrale si illudono di poter stabilizzare l'euro impiegando le stesse tecniche che hanno affondato i peggiori speculatori: quelli parastatali, che hanno creato la bolla e che adesso siamo chiamati a salvare, con la scusa della stabilità dell'euro. Buona fortuna.
L'aiuto alla Grecia verrà erogato tramite un'entità fuori bilancio, che si indebiterà sul mercato approfittando delle garanzie congiunte dei vari paesi europei. Di fatto, si cerca di risolvere il problema sperando che nessuno testi ili meccanismo di protezione; nel caso avvenisse, si sposterebbe il peso del debito dalle spalle di greci e spagnoli a quelle degli incolpevoli contribuenti del resto d'Europa, salvando nel frattempo la faccia ed il bilancio delle banche e delle assicurazioni spinte dalle regole di vigilanza europea ad acquistare titoli di stato a scapito dei prestiti alle imprese.

Lo strumento rientra nello stesso genere di finanza creativa che ha permesso alle banche commerciali di godere della protezione statale per i depositi e nel frattempo investire in attività rischiose senza doverle imputare a bilancio, creando le condizioni per la bolla finanziaria successiva. Bolla che, ovviamente, è stata apprezzata dai governi, felicissimi di finanziarsi a basso costo ed drogare la crescita economica tramite un eccesso di credito. Gli "speculatori" che vengono attaccati non sono , ovviamente, le banche parastatali che si sono riempite di titoli a prezzi assurdi, ma gli investitori che si sono incaricati di dimostrare l'infondatezza delle sue basi.

Adesso, la classe politica cerca di ricostruire l'edificio della stabilità europea impiegando lo stesso genere di strumenti e sperando che la "speculazione" ricominci , di fatto, a lavorare a favore di una nuova bolla. Il fine giustifica i mezzi, anche se tali mezzi sono controproducenti?


venerdì, maggio 07, 2010

Voci di bailout BCE per tutte le banche europee

Voci sul mercato del credito: la BCE starebbe preparando un piano di prestiti da 600 miliardi di euro all'1 percento per un anno, prestando in garanzia qualsiasi genere di titolo di Stato in possesso delle banche europee. Sarebbe questa la causa del miglioramento dell'umore di mercato.
Quello che lascia perplessi e' la risalita dell'euro, visto che 600 miliardi di euro verrebbero stampati dalla banca centrale per orchestrare la fine della svendita di titoli governativi; il sollievo per ora oscura le menti.
Significa inflazione e svalutazione, ma non sia mai che le banche, acquirenti più' o meno forzati di btp e bond greci, debbano pagare per i propri errori e smettere di finanziare le spese pazze dei governi, invece di sostenere investimenti produttivi privati.

Potenza della tecnologia

Nei giorni del panico più totale, la Borsa di Milano chiude per "problemi tecnici". Complimenti ragazzi, avanti così. I ocmplottisti saranno felici, i nostalgici dell'economia corporativa, che non parla inglese e dove si nasconde tutto sotto il tappeto fino a quando non prende fuoco stanno sicuramente sorridendo. Senza capire, ovviamente, che vivono già nel sistema dei loro sogni, qui in Europa ed è proprio quel sistema che ci sta regalando quest'incubo.

Mercati del credito 7 Maggio 2010: passo falso della BCE, il contagio greco diventa globale « Macromonitor.net

Le ultime speranze di una facile soluzione della crisi del debito sono tramontate dopo che la BCE ha annunciato di non aver preso in considerazione l’acquisto in massa di titoli di stato. I mercati americani ed asiatici hanno proseguito il crollo dopo il bagno di sangue in Europa. I mercati europei aprono di nuovo in pesante ribasso.
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Macromonitor

mercoledì, maggio 05, 2010

Crescita non drogata cercasi

I recenti dati sui consumi confermano un trend preoccupante: la ripresa crescita americana dipende di nuovo soltanto dai consumi individuali, sussidiati tramite i provvedimenti assistenziali del governo.
La crescita dei consumi è infatti più rapida di quella del reddito. Si ricomincia, quindi, con la spirale che ha contribuito alla crisi: il consumatore americano spende denaro che non ha. Solo che questa volta non si tratta di denaro preso personalmente a prestito, ma elargito dallo Zio Sam, ossia dai contribuenti e soprattutto dai creditori che finanziano il deficit federale.
Tremiamo al pensiero di quello che accadrà quando il deficit andrà ridotto: crollo dei consumi, debito ancora fra noi.
Nel frattempo, l'amministrazione Obama può continuare a fingere che le cifre che spende in panem et circenses siano un segno di salute economica e non un sintomo del malessere.

lunedì, maggio 03, 2010

Bailout Song (Trillion Dollar Economy Songs- Ron Paul- Peter Schiff- Jim...

Best line
"Tell the folks who make the laws /Uncle Sam ain't Santa Claus"
Dite a quelli che fanno le leggi / Che lo Zio Sam non è Babbo Natale

Ok, panico.

Metà del debito estero italiano è in mani francesi. La tentazione è forte...
Piigs:Europe’s Web of De

La Grecia e il sacco di Bruxelles

Quello greco non è un fallimento, anche se  forse sarebbe meglio che lo fosse. Politici e "banchieri" parastatali stanno infliggendo al contribuente europeo una replica dell'inutile rapina perpetrata ai danni di quello statunitensi. 

Il piano di salvataggio per la Grecia presenta numerose zone d'ombra. Anche se fosse perfetto, tuttavia, sarebbe  controproducente almeno per uno degli obbiettivi che si prefigge:  quello di scoraggiare i comportamenti che ci hanno portato a questo punto.  
 La severità delle condizioni imposte alla Grecia potrebbe risolvere uno dei punti critici di cui si era già parlato:  scoraggiare gli stati più indebitati dell'Unione a cercare il salvataggio a spese europee. Impieghiamo il condizionale perché il piano di rientro greco è severo, ma non certo eccezionale e, quindi, potrebbe non essere un deterrente sufficiente. L'Irlanda ha tagliato del 12% per cento le retribuzioni pubbliche, senza avere chiesto aiuti all'estero. La Lettonia ha attuato misure paragonabili , quando  l'anno scorso ha chiesto aiuto ad IMF ed Unione Europea. Rimane quindi da vedere se altri governi non troveranno politicamente più accettabile passare il conto a Bruxelles, invece di tagliare e riformare per conto proprio. Il denaro dell'IMF arriva immediatamente, le promesse di riforme economiche possono essere poi trattate come promesse elettorali, quando la nazione debitrice è sufficientemente importante da minacciare di trascinare il sistema con sé in caso d'insolvenza. 

Il punto cruciale, al momento, è il gigantesco regalo ai creditori di Atene.  Nel piano di salvataggio, infatti, pagano tutti, con una eccezione. I contribuenti dell'Unione europea forniranno il denaro fresco; i greci pagheranno rinunciando a parte del tenore di vita di cui hanno sinora goduto a credito. Chi non paga, per il memento, sono gli investitori che si sono illusi potesse esistere rendimento senza rischio; quegli investitori, che hanno acquistato debito greco solo perché rendeva di più di quello tedesco ed era denominato nella stessa divisa, preferendo dimenticarsi di analizzare a fondo le differenze fra le varie nazioni e sperando che la Germania, garante politico dell'Unione, sarebbe divenuto anche garante economico in caso di problemi. Una speculazione che è andata bene agli stessi politici tedeschi, fino al punto che i maggiori creditori esteri di Atene sono proprio banche ed istituzioni finanziarie francesi e tedesche, in gran parte d'origine parastatale. 

Per evitare una magra figura ai politici lottizzati che gestiscono le Landesbanken, o agli amici degli amici nel giro delle grandi scuole francesi, si preferisce invocare l'emergenza assoluta e la maligna speculazione tipica dei mercati selvaggi del capitalismo anglosassone. Peccato che qui,  di mercato, se ne veda poco: gli attori sono tutti o quasi politici, o politicizzati. Il mercato bancario è tutto, fuorché un mercato libero: la politica, nella sua accezione pura o in quella mediata dalle autorità di vigilanza, impone i propri obbiettivi, decide i partecipanti al mercato e decide il prezzo e la quantità della liquidità disponibile, attraverso l'attività della  Banca Centrale. In un mercato più libero, come quello degli hedge fund, chi si comporta in maniera tanto sconsiderata di solito salta, lasciando spazio a concorrenti più abili nella gestione del rischio. In quello bancario, invece, la classe politica corre al salvataggio, a spese del contribuente, come sta avvenendo in Grecia e come già avvenuto nel caso delle banche USA, dove i creditori sono stati inutilmente salvati. 

Nei giorni precedenti all'intervento del FMI si era cominciato a discutere di un'opzione che avrebbe obbligato i creditori a sopportare parte del peso della ristrutturazione: estendere la scadenza dei titoli di stato, riducendo il peso immediato delle scadenze più imminenti dal bilancio statale greco. Una ristrutturazione  del genere avrebbe causato una perdita economica di circa il venti percento del valore dei titoli, allineandolo ai prezzi di mercato, prevalenti; al contrario di una dichiarazione di fallimento vera e propria, avrebbe permesso di continuare a  impiegare i titoli greci come garanzia per i prestiti in banca centrale e di non realizzare immediatamente a bilancio le perdite accumulate. Si tratta di una manovra analoga alle proposte di John Taylor per la riforma finanziaria americana: niente bailout, ma un regime di amministrazione controllata che allinei le procedure legali  alla realtà finanziaria, permettendo di risolvere le insolvenze bancarie in maniera analoga a quelle industriali senza per questo danneggiare l'intero sistema economico e lasciando che le perdite vengano ripartite fra gli investitori.


Nel caso di uno stato sovrano, esistono paralleli con la situazione attuale.  Il più recente  è quello dell'Uruguay nel 2003, che  poco dopo un intervento del FMI ha proposto uno scambio simile a quello discusso nei riguardi della Grecia. La differenza è che i creditori non erano creature politiche della nazione che fornisce la maggior parte dei fondi e che non vuole rivelazioni sul pessimo funzionamento del proprio sistema bancario che non parla inglese. Fra due anni, forse, anche noi arriveremo ad una soluzione simile, ma nel frattempo i cittadini europei, greci o meno, avranno pagato e sofferto molto più del necessario.


Update: ci segnalano che, per una volta,  anche i media italiani si sono accorti che esistono soluzioni diverse dal salvataggio a spese nostre. Ode a Luigi Zingales.

Delirante per chi?

Dispiace vedere baruffa fra due blogger che si apprezzano.  1972 accusa  altri di avere "coda di paglia" ,  a causa di un post phastidioso colpevole di aver fatto notare come il quotidiano Il Fatto parrebbe essere un successo anche economico, laddove i "nostri" giornali non possano essere certo considerati paragoni di oculata gestione. Diciamo che si è caduti in un equivoco: non ci pare che far notare come un quotidiano possa funzionare senza sussidio pubblico significhi sposarne le idee; la miglior performance economica non è una manifestazione di superiorità culturale della propria parte politica, altrimenti a Repubblica non avrebbero parteggiato per una lunga serie di perdenti cronici. Siamo certi che non sia questo il senso del post e quindi ci pare difficile interpretarlo, come fa 1972, come una accusa alle idee di centrodestra.

E'  sicuramente un'accusa a Vittorio Feltri, ovviamente: si tratta di una oggettiva prova a sfavore della retorica feltrina, teoricamente liberista che si abbevera alla fonte dei sussidi pubblici tanto retoricamente disprezzati; la tesi per cui sarebbe l'unico modo di fare giornalismo è smentita dai fatti, anzi, dal Fatto. Un colpo di fortuna, forse, o una momento transitorio derivante dalla novità e dal progresso tecnologico; tuttavia rimane il sospetto che si potrebbe fare di più per non dover predicare bene e razzolare male. Personalmente si vorrebbe che i conti del Fatto li potessero mostrare Il Giornale o Libero, visto che qui si continua a sposarne le idee, al di là delel campagne ad personam; l'equilibrio economico sarebbe un forte sostegno alle idee liberali che teoricamente sposano. In mancanza di coerenza, si potrebbe adottare maggior buon gusto e far notare le giravolte finiane senza ricorrere ad argomenti degni di Novella 2000, visto che mancano sia i numeri che l'innocenza. Forse anche le vendite milgiorerebbero ed in alternativa il direttore avrebbe più tempo per trovarsi un amministratore degno di questo nome: l'esperienza insegna che ottimi direttori possono essere pessimi manager.

1 Maggio - miglior aforisma

Far fare la festa del lavoro ai sindacati è come far fare la festa della salute al virus HIV. 29Settembre

Quanti spifferi nel PdL

Di fatto nel PdL, oltre a quella di Fini, ci sono almeno altre 9 correnti. Senza contare quelle sommerse, come quella vaticana. Fini ha gravi colpe nella gestione della polemica, ma la sostanza è evidente. Meglio riconoscerla e accettare il dibattito, invece di pugnalarsi nell'ombra.

Barack, impara da Clemente (Mastella)

La spese pazze dell'Amministrazione non convincono gli elettori. Molti elettori democratici stanno festeggiando tutti quei grassi assegni arrivati grazie al buon Barack nel loro distretto: non è un segreto che lo "stimulus" sia stato ritagliato a misura di aree ad elevata densità Democrat. Per loro lo stimolo funziona, alla faccia di chi pagherà il conto. Il problema è che il resto della popolazione non si lascia abbindolare tanto facilmente.

Secondo l'ultimo sondaggio di Pew Research, il 62% dei cittadini americani (contro il 33%) pensa che lo “stimulus” non abbia avuto alcun effetto positivo sull'occupazione. Di questa opinione sono il 79% dei repubblicani, il 69% degli indipendenti e il 42% dei democratici. (The Right Nation)

Barack Obama dovrebbe studiare meglio l'esempio di Clemente Mastella, quando si tratta di assistenzialismo: ha cominciato bene, imitando l'IRI dello sfascio italiota e le ultime stupidaggini rottamatorie, ma per arrivare ad eguagliare i maestri del voto di scambio ci vuole parecchio tempo e molto più impegno nel lavaggio del cervello dell'elettore medio. L'unica speranza per i democratici è che i repubblicani perdano di nuovo la testa e ritornino a comportarsi come nell'era Bush. ossia ad imitare i nostri democristiani: spesa pubblica e ipocrisia sociale a sfondo pseudoreligioso.

mercoledì, aprile 28, 2010

Salvataggio greco, autolesionismo europeo

Un salvataggio senza una ristrutturazione del debito che scarichi parte del costo sui creditori di Atene sarebbe il peggior segnale possibile per l'Europa.

Il pacchetto di  salvataggio greco dovrebbe, se possibile, imitare il procedimento di mercato per gestire un fallimento, senza però rischiare gli effetti collaterali che potrebbero estendere il contagio ad altre nazioni. Le dichiarazioni provenienti da Bruxelles volte a calmare i mercati contengono invece segnali preoccupanti, che segnalano l'imitazione dello sciagurato meccanismo di "bailout" bancario.Se pare ormai indispensabile un intervento europeo per scongiurare una crisi sistemica, è anche vero che a subire buona parte del costo dovrebbero esser egli investitori che, incautamente, hanno acquistato obbligaizioni greche. Se questo non avvenisse, verrebbe inceppato uno dei principali meccanismi di mercato, ossia  la penalizzazione di coloro che prendono scelte sbagliate; verrebbe anche perversameente confermata la teoria per cui  conviene comprare titoli di Stato di pessima qualità, perché se va tutto bene si guadagna una cedola maggiore che su invesitmenti di migliore qualità;  nel caso poi e cose si mettano male, esiste la garanzia implicita che le nazioni più forti interverranno e salveranno  l'investimento. E' quanto è accaduto nel caso del settore finanziario: i pacchetti di aiuti non hanno soltanto salvato le banche, ma anche premiato la speculazione, ponendo le basi per un'ulteriore bolla.. In questo modo,  il tasso d'interesse a cui si finanziano governi poco disciplinati converge verso quello dei paesi più virtuosi, impedendo ai mercati di svolgere il proprio tradizionale ruolo di "vigilantes" nei confronti dei governi. Questo è tanto più vero quanto più  sono enti statali e parastatali ad approfittare di questa situazione, come è avvnuto per la Grecia: ricordiamo che fra i maggiori detenotri di titoli greci vi sono le banche statali tedesche.

Un salvataggio senza ristrutturazione significherebbe quindi un inutile dispendio di denaro del contribuente ed una dimostraizone del predominio degli interessi della classe politica. Lungi dal correggere una presunta inefficienza del mercato, contribuisce a perpetuarne una, di origine statale.

martedì, aprile 27, 2010

S&P taglia il merito di credito della Grecia a BB+

La Grecia è ufficialmente un junk bond: Standard & Poor's ha declassato Atene a BB+ , allo steso livello di nazioni "emergenti" come la Turchia. L'accesso alla liquidità Banca Centrale per le banche greche rischia di essere compromesso, dato che non si possono dare in garanzia titoli di questo tipo.

Asta Bot , la paura greca arriva in Italia?

Brutte notizie dall'ultima Asta Bot, appena coperta . Mentre di norma la domanda supera notevolmente l'offerta, questa volta è stata a malapena superiore all'ammontare a disposizione.
E' arrivato il momento di preoccuparsi per un contagio greco? Non esattamente. La paura per gli eventi in Grecia riduce la domanda estera per strumenti di debito delle nazioni meno solide in Europa, ma l'Italia è , in un certo senso, la migliore delle nazioni peggiori; questo non implica scetticismo sui conti italiani, ma una più generica avversione al rischio nei momenti più acuti di una crisi. Il segnale è negativo, ma non tragico né imprevisto.
D'altro canto, i rendimenti quasi a zero non invogliano certo ad investimenti massicci in reddito fisso: il problema ha colpito persino la Germania, dove l'ultima asta bund è andata male a causa dei miseri rendimenti assoluti.

La condanna dei maestrini importati

Chiunque è libero di cambiare idea, ma molti di coloro che sono passati da destra a sinistra hanno hanno cambiato bandiera senza cambiare mentalità: hanno portato con loro, più o meno consciamente, i difetti congeniti nella cultura collettivista nella quale sono cresciuti. Ziggurat li definisce giustamente maestrini dalla ex penna rossa in un post tutto da leggere; sono la condanna della nostra parte politica nel medio e lungo periodo: non hanno alcun incentivo a lasciare rifiorire la cultura liberale e conservatrice, ma a trapiantare a destra la malapianta socialista.

Province inutili? Anzi, facciamo una nuova regione : la Romagna

Mentre si discetta di province da abolire, la Lega ed uno spezzone di PdL alzano il tiro e propongono addirittura la creazione di una nuova Regione: la Romagna. Ci sia consentito il sospetto che l'eventuale secessione non sarebbe a costo zero.

Gino, sono ancora partigiani?

I Talebani attaccano una scuola , a colpi di gas asfissiante. Ci piacerebbe sapere cosa ne pensa Gino Strada, ma soprattutto cosa ne pensano i partigiani italiani nella Seconda Guerra mondiale, visto che Strada ne abusa il nome per difendere barbari di questo genere.

lunedì, aprile 26, 2010

Se Putin è liberale, Fini è Cavour

Il termine liberale, si sa, è merce rara che ha sempre attirato numerosi scippatori: in America è stato ormai sequestrato e pervertito dai socialdemocratici, che hanno il vezzo di definirsi "liberal"; analoga sorte rischia di fare nel Regno Unito, dove il girotondino Clegg sta facendogli fare la stessa fine. In Italia, pare, ci stiamo adeguando.
Gianfranco Fini non è mai stato un liberale DOC, ma ci chiediamo che razza di liberale stia diventando Silvio Berlusconi, se si rallegra di avere Vladimir Putin come docente dell'Università del pensiero liberale. Un liberale come l'antisemita e protezionista Zhirinovsky, probabilmente: di nome, ma non certo di fatto.

Hat tip: Phastidio, La Sentinella

La cattiva lezione del salvataggio greco: solo i peggiori verranno aiutati

La Grecia riceverà decine di miliardi, dopo aver falsificato i conti e promesso una manovra che probabilmente non attuerà, prendendo a pretesto la rivolta di piazza dei sindacati. L'Irlanda ha già tagliato  le retribuzioni dei dipendenti statali e ridotto drasticamente la spesa pubblica e si ritroverà oltretutto a dover contribuire al salvataggio greco. Alla prossima difficoltà, perché Dublino (oltre a Lisbona o Madrid) non dovrebbe fare marcia indietro ed affidarsi alle stesse tattiche della Grecia, visto che essere virtuosi non paga?

Numerosi opinionisti, competenti o meno di economia, si stanno affrettando a declamare la necessità di un salvataggio della Grecia, colpita dalla "speculazione". Si tratta dell'errore più recente in una catena di decisioni politiche nelle quali i comportamenti più irresponsabili sono stati sempre ignorati o addirittura premiati, scoraggiando così comportamenti virtuosi, rendendo più probabile proprio la crisi che si vorrebbe evitare.

Il caso dell'Irlanda, comparato con quello greco, è un paragone interessante. Di fronte alla crisi, il governo di Dublino ha impugnato l'ascia: le retribuzioni dei dipendenti pubblici sono state tagliate del 7 percento a Febbraio 2009 e di nuovo  ad ottobre. Non un euro è stato chiesto agli altri paesi membri e la piccola nazione sta facendo di tutto per rientrare verso i parametri del patto di stabilità.

Atene, al contrario,ha sprecato il dividendo dell'accesso all'euro per gonfiare la propria spesa pubblica a livelli insostenibili, coccolare ogni categoria ipersindacalizzata e mantenere viva e vegeta quella cultura sindacal-corporativa che ha devastato il Regno Unito prima della signora Thatcher e che ha  deistrutto il miracolo eocnomico italiano, trascinandoci nel medio periodo nella melma di Tangentopoli e delle crisi valutarie.  Inoltre, ha sistematicamente falsificato i propri conti, ingannando gli investitori. Le istituzioni europee hanno di fatto chiuso un occhio sulle ripetute violazioni del patto di stabilità, soprattutto grazie alle pressioni di Francia e Germania, che per vantaggi di breve periodo hanno minato alla base l'euro ed il trattato di Maastricht

Si agggiunga che la crescita del PIL irlandese non è stata sostenuta soltanto dall'esplosione della spesa pubblica e della speculazione immobiliare, come in Grecia. Dublino ha riformato drasticamente la propria legislazione e il proprio sistema fiscale e pensionistico a partire dagli anni '80, innalzando drasticamente la produttività in numerosi settori chiave; è ragionevole pensare che prezzi e redditi siano stati gonfiati da una bolla a partire all'incirca dal 2004, ma questo non nega gli enormi progressi compiuti nei 15 anni precedenti. L'economia greca, al contrario, è ancora ingessata ed in preda ad uno stato rapace, assistito da sindacati pervasivi e da un assetto legislativo e regolamentare che premia le aziende che eccellono nell'aggiudicarsi favori e non nella competizione sul mercato.

Di fronte a questa disparità,  l'Unione Europea ha sempre dichiarato a parole di volere rispettare le sagge linee guida del Trattato di Maastricht, che vorrebbero imporre penalizzazioni agli stati meno virtuosi; e che cvietano, per questo motivo, di garantire il debito di un altro stato; nei fatti, invece, si è corsi in aiuto della Grecia,  nazione cicale e traditrice dello spirito e della lettera dei trattati; si è lasciata sola invece la virtuosa Irlanda; per aggiungere il danno alla beffa, ora si chiede a Dublino di contribuire al salvataggio di Atene.  La lezione, per qualsiasi politico di una nazione in difficoltà, è identica a quella tratta da ogni banchiere dopo un salvataggio a spese del contribuente: perché doversi affannare per rimettere in sesto i conti, quando basta minacciare l'insolvenza per essere aiutati dal Pantalone di turno?

Perché il governo portgohese o irlandese dovrebbe sforzarsi di risolvere i propri guai varando impopolari misure di austerità, quando è sufficiente dichiarasi area disastrata e pretendere che sia l'Unione Europea, in barba alel clausole di Maastricht, a levar loro le castagne dal fuoco? La risposta è semplice:  non accadrà. A meno di una miracolosa ripresa economica, il salvataggio greco sarà soltanto il primo di una serie, esattamente come se nulla si fosse fatto, a questo stadio. La differenza è che tutti noi pagheremo il conto, invece di lasciarlo pagare agli acquirenti di debito greco. La natura di tali investitori è, d'altronde, una delel chiavi per comprendere il comportamento apparentemente contraddittorio  dei politici tedeschi.

L'accusa rivolta agli "speculatori" è infatti patetica: il maggiore danno lo hanno fatto le politiche monetarie delle banche centrali, enti statali , e gli investimenti di enti parastatali  tedeschi e francesi. I mercati hanno reagito come era prevedibile: scoppiata la bolla finanziaria, i titoli greci hanno cominciato a declinare e la Grecia ha dovuto pagare tassi sempre più alti. Alla scoperta delle manipolazioni di bilancio e con  i nuovi dati che dientificavano una situazione finanziaria insostenibie,  il problema è letteralmente esploso, ma qualunque investore sapeva che la Grecia era comunque un investimento rischioso e per questo tanto remunerativo, rispetto ai titoli tedeschi  o persino italiani.  Nulla di strano, quindi , che chi abbia preso il rischio senza saperlo valutare adesso si trovi costretto a soffrire: nel mercato finanziario, come in ogni mercato, chi sbaglia dovrebbe pagare, e solo i concorrenti più avveduti sopravvivono e prosperano.  Purtroppo, i "mercati finanziari" sono invece uno dei mercati meno liberi che si possano immaginare, vista la preponderanza dell'intervento statale, nascosto dietro la politica monetaria delle banche centrali e le barriere all'entrata imposte dalle autorità di vigilanza.

Non è un caso che i maggiori detentori di titoli greci siano maniera sproporzionata da banche di proprietà statale in Germania e da assicurazioni francesi: due tipologie di investitori di fatto riparati dalla disciplina di mercato, grazie ai propri appigli politici. E, non per caso, la reazione alla crisi greca e la maggiore retorica "solidaristica" viene proprio dai governi tedesco e francese, terrorizzati all'idea di dover versare miliardi di euro per aiutare direttamente istituzioni finanziarie domestiche, di quelle che "non parlano inglese" e che non possono  essere accusate di capitalismo rapace, essendo legate a filo doppio agli stessi politici. La soluzione scelta, ossia far pagare il contribuente europeo, non ha nulla di inevitabile, se non per i politici che hanno contribuito a crearla e che voglino a tutti i costi evitare di pagarne le conseguenze.

Un altro antisemita alla corte di Obama

Aggiungiamo James Jones, consigliere per la sicurezza nazionale, all'elenco di membri o aspiranti membri dell'enoturage di Obama con un punto di vista  molto chiaro sugli ebrei: una manica di avidi commercianti. Perlomeno Jones non nega l'Olocausto, sostiene la necessità di eliminare Israele dalla cartina geografica o lo compara al Sudafrica dell'apartheid, ma si limita a cominciare un discorso sul Medio Oriente con una barzelletta a tinte antisemite. E' un miglioramento, dalle parti della corte di Barack, dove certe razze e certe religioni sembrano essere molto, molto più uguali di altre: ricordiamoci le reazioni inferocite della Casa Bianca per episodi molto meno gravi di questo.
Forse lo stato dell'Arizona avrebbe dovuto sostenere che la sua nuova legge sugli immigrati era diretta agli ebrei e non agli ispanici, se la sarebbe probabilmente cavata senza problemi.

venerdì, aprile 23, 2010

Umberto Bossi minaccia un nuovo ribaltone

L'intervista di Umberto Bossi non brilla per chiarezza, salvo che per gli insulti a Fini e l'annuncio dello sganciamento dal PdL. Basta poco per rinverdire i fasti del ribaltone e ringraziare della desistenza di fatto al Nord.

Le parole di Bossi al Corriere, una volta ripulite dalla propaganda pseudofederalista, sono inequivocabili: caro Silvio, grazie di averci lasciato campo libero al Nord e di avere azzerato l'opposizione interna. Adesso che non ci servi più e che non sei più una minacci aletale, siamo pronti a sostituirti con il PD, in modo da poterlo cannibalizzare, come abbbiamo cannibalizzato anche il PdL, ormai troppo debole per smascherare agli elettori la nostra sbandata a sinistra:

Saremo soli - conclude il leader leghista - senza Berlusconi. Berlusconi quindi diventerà il vero e unico baluardo anticomunista del Paese e prevedo che raccoglierà molti consensi.
E , nel caso qualcuno se ne accorgesse, ecco che il Senatùr riparte con il secessionismo:


"Finita la stagione del federalismo, un concetto abbandonato, dobbiamo iniziare una nuova stagione, un nuovo cammino del popolo padano. Purtroppo oggi non ha più senso parlare di federalismo alla nostra gente che potrebbe sentirsi tradita da ciò che non siamo riusciti a fare. Una nuova strada ci aspetta e sarà una strada stretta, faticosa, difficile ma che potrebbe regalarci enormi soddisfazioni"

La "nuova strada" è ultimamente simile a quella vecchia, del 1994-1995, con l'aggiunta del totale abbandono della rivolta fiscale e della riduzione del peso dello Stato. A noi pare evidente il rischio di un incrocio fra Udeur mastelliana e craxismo in forma istituzionalizzata, la costituzione di un feudo politico dove il controllo degli enti locali permette ad una Lega finalmente ritornata al socialismo il controllo assistenziale del territorio e la pacifica spartizione delle spoglie fra i favoriti, in cambio dell'appoggio a questo o a quel partito nazionale.
Ai cittadini, il solo ruolo da sudditi, in balìa di una classe politica che si sente "unta dal popolo" come una volta era "unta dal signore".

I nostri complimenti a Silvio Berlusconi , protagonista della resurrezione leghista, e a Gianfranco Fini, attore non-protagonista,  per l'ennesimo, meraviglioso regalo al socialismo reale in salsa tricolore.

Ottima analisi dello stato dell'arte del PdL in un'ottica di medio periodo su Ventinove Settembre.
La chiosa è la parte che qui si preferisce, ma consigliamo la lettura integrale


è facile fare intellettualmente meglio della nostra classe dirigente, essendo dei matusalemme senza né idee né principi. Il difficile è fare in modo che queste idee vengano poi realizzate, cosa che purtroppo richiede o l'eliminazione del potere, quando impedisce la realizzazione di queste idee, o il suo utilizzo per realizzarle, cosa che è possibile solo se l'elite di potere pensa che quelle idee siano nel suo interesse. L'Italia si sta avvicinando al punto in cui le cose si faranno così gravi che le elite avranno interesse a fare qualcosa di intelligente - contro le loro naturali attitudini - pure di conservare il sistema che ne garantisce la sopravvivenza. Questo non è liberalismo (la soluzione, anche solo parziale, del problema del potere), ma è reaganismo/thatcherismo: che in un paese in via d'estinzione è sempre meglio di niente.

Il popolo lo serve tua sorella

Vorremmo tanto conoscere il background dello sciagurato ghostwriter pidiellino che ha inserito la frase "servire il popolo" nel documento Pdl di ieri, uno slogan prontamente ripreso dal Corriere della Sera. Ci piacerebbe poter dire che lo slogan più celebre del genocidio maoista sia stato ripreso con perfidia dai titolisti del Corriere per tirare una frecciatina ad un partito in teoria di destra, ma profondamente infettato dai peggiori cascami della sinistra, ma temiamo che sia semplicemente passato inosservato.
Rimane il fatto che, con destrorsi così ( o così, o così), l'egemonia culturale della sinistra non ha purtroppo nulla da temere: a destra si continuano a barattare pochi anni di sottogoverno in cambio della lobotomizzazione d'intere generazioni.

Amnesia della memoria storica

Si può definire correttamente Gianfranco Fini in molti modi, spesso poco lusinghieri, ma Umberto Bossi riesce a trovare l'unico inesatto , quando lo chiama "gattopardo democristiano". Con tutti i suoi difetti, Fini non è mai stato democristiano o di sinistra. Al contrario di Bossi e Maroni, ex-comunisti che , dopo vent'anni di "basta tasse", appena arrivati vicino alla cassaforte hanno scoperto le gioie dell'assistenzialismo e della "redistribuzione" dei soldi altrui a scopo di potere.

Update: Qui un'opinione meno ironica dell'intervista di Bossi.

giovedì, aprile 22, 2010

Belle speranze

Obama: «Ci sarà una nuova crisi senza la riforma finanziaria» . Avrebbe potuto anche dire ch e"ci sarà un altro uragano senza una riforma delle assicurazioni danni", avrebbe avuto lo stesso senso logico.

Il punto dolente è che la riforma sponsorizzata dal presidente non riduce il rischio di una crisi finanziaria: si limita a rendere il sistema americano simile a quello europeo, nel quale ai grandi banchieri viene garantito l'aiuto statale in caso di difficoltà, in cambio dell'acquiescenza ai voleri della classe politica. Come bonus, di solito, vengono concessi nel tempo il diritto alla rapina del risparmiatore e, soprattutto, la garanzia implicita delle rendite di posizione acquisite.
Non c'e' male, come change

Liquefazione greca

Finale di partita per la Grecia? I tassi a due anni toccano il 9.75% , il nuovo bond a 5 anni greco rende ormai sopra al 9% sulle notizie delle ultime rivelazioni sul baratro fiscale greco. Si avvicina il momento in cui i governi europei dovranno decidere: gettare altro denaro nella fornace ellenica, o accettare finalmente che la manipolazione delle regole di Maastricht e dei mercati non può più nascondere la realtà dell'insolvenza greca, diretta conseguenza di scelte politiche.




In tutto questo, ci preme ricordare che nelle scorse settimane gli speculatori e i malefici trader di CDS non hanno scommesso su una crisi, ma al contrario hanno chiuso le posizioni corte, rivelando una volta di più la futilità delle teorie del complotto tanto amate dai socialisti di destra e di sinistra. Il grafico sottostante indica l'ammontare di posizioni corte chiuse fra il 5 ed il 9 di aprile:


In realtà , non ci sarebbe neppure stato bisogno di monitorare i dati di DTCC. Uno studio del BaFin, l'autorità di vigilanza tedesca, aveva già evidenziato come sia i volumi che le posizioni aperte sui CDS fossero una percentuale trascurabile, rispetto a ai movimenti sul tradizionale mercato dei titoli di Stato.
Allora come oggi, il crollo attuale è tutto attribuibile a chi ha titoli greci in portafoglio e deisdera disfarsene. Speriamo che nessun eurocrate francese si faccia venire in mente di vietare di vendere quello che si è comprato da un governo: oltre al danno, anche la beffa no, per favore.

Qui si è convinti che non si prenderanno iniziative chiare: se dovessimo scommettere, lo faremmo su di un piano di salvataggio che metta una toppa  temporanea ai problemi di liquidità di Atene, rimandando alle calende greche ogni soluzione politicamente fastidiosa. Il calendario elettorale tedesco potrebbe creare complicazioni, ma Francia e Germania non vogliono assumersi la responsabilità di scoperchiare il verminaio delle propprie responsabilità passate.  L'attuale innalzamento dei tassi sta paradossalmente facendo il gioco di Atene, che può sostenere la favoletta di una crisi di cui sarebbe vittima e chiedere l'aiuto europeo, che in teoria potrebbe scattare soltanto di fronte all'impossibilità greca di finanziarsi sul mercato. Et voilà.

mercoledì, aprile 21, 2010

Ma quale rIforma finanziaria USA


"Le società farmaceutiche hanno usato i Repubblicani per eliminare la "Public option" prima di usare i Democratici per sovvenzionare l'acquisto di farmaci e obbligare ad assicurarsi; adesso le grandi banche stanno manipolando i Repubblicani per sconfiggere una tassa sulle banche, mentre usano i democratici per proteggere le proprie rendite di posizione, rendere obbligatori i salvataggi bancari e ricostruire la fiducia in Wall Street; il tutto, ovviamente, a spese del contribuente."



Montezemolo scalda i motori?

IN attesa di sapere se lo spin off di FIAT sarà un'ardita mossa di creazione di valore o l'ennesimo pacco rifilato a banche e risparmiatori, una cosa è certa: Montezemolo ha le mani più libere per alzare il proprio profilo politico.  Speriamo trovi un bravo Marchionne anche in quest'ultimo campo, perché  la sua storia da manager è simile a quella di Lapo Elkan senza i trans.

lunedì, aprile 19, 2010

Libertiamo, Fini e la deriva leghista

Su Libertiamo, alcune precisazioni sul supporto del gruppo a Gianfranco Fini, su cui qui si concorda ampiamente. Avrei solo una nota aggiuntiva: il problema con la Lega non è che ha "completamente derubricato dalla sua agenda la questione meridionale", visto che non l'ha mai avuta in agenda. E' che un partito liberale può collaborare strettamente con chi è nato "con l’obiettivo di liberare il Nord dall’eccesso di statalismo ed assistenzialismo", visto che è un obbiettivo comune. Diventa molto più difficile farlo con un partito che si è completamente dimenticato le proprie origini e rischia una visione etnoassistenzialista, nociva per sé, per il territorio dove è egemone e per il resto d'Italia.
Per concludere, è da sottoscrivere in pieno il suggerimento di Antonluca: per chiarire quale sia la radice del problema per l'intero PdL, al di là di Fini, basterebbe rileggersi il programma del 1994 e provare a rtenerlo a mente, nel futuro prossimo.

Cameron, un Fini di successo?

Lo so, è ingiusto sia per Fini che per Cameron, ma è la prima reazione che mi viene alla domanda di Freedomland. Con un'aggravante: Fini, con tutti i suoi gravissimi errori tattici e strategici, ha perlomeno cercato di modernizzare la destra italiana, sbandando paurosamente nel tentativo. David Cameron, che partiva da un'eredità almeno ideale molto più solida come quella thatcheriana, rischia di trasformare i Conservatori nella parodia del Labour, lo stesso errore di cui è accusato il presidente della Camera.

Copy & Paste giacaloniano

Letto sottoscritto e copiaincollato:

Come è possibile, allora, che un sistema così vuoto non crolli? Regge, finché regge, perché l’Italia è ricca. E perché Berlusconi è stato capace di dare un’interpretazione originale dei tempi e della situazione, offrendo a tutti, e principalmente agli avversari, una ragione per continuare a esistere. Credo noi si abbia ancora molte forze, da mettere in gioco, ma ce le giochiamo, se non si esce da questo stagnare di furibonda inconcludenza.
Gianfranco Fini ha delle ragioni, dalla sua parte. Anche nei sistemi presidenziali, anche in quelli spiccatamente leaderistici, la politica è il frutto del sommarsi d’idee e sensibilità diverse. La ricerca culturalmente libera, come anche l’iniziativa politica indipendente (ma coerente), devono essere viste come un bene, non come un fastidio. Una forza politica non può non avere sedi di collegialità e discussione. Ma ha accumulato anche torti non indifferenti. Non puoi passare mesi a far solo il controcanto, non puoi pensare di differenziarti su tutto, non puoi concentrarti nella gara a una successione che non c’è e non ci sarà, non puoi pensare di spingere il trasformismo al punto di smentire te stesso su quasi tutto, indossando i panni dell’opposto. Essersi accorto che Mussolini non era il più grande statista del secolo e che le leggi razziali furono un’infamia vergognosa è cosa buona e giusta, ma continuare a cercare di scandalizzare i radicali per eccesso di disinvoltura libertaria rischia di buttare tutto in farsa.
Lo scontro fra Berlusconi e Fini terrà banco ancora per un po’, ma è meno interessante e rilevante di quel che appare. Il tema vero è: porre fine all’agonia e restituire effettività ai ruoli e poteri istituzionali. Non sembra vi sia la consapevolezza di questa necessità, e il cielo non voglia che, in queste condizioni, i morsi della crisi rivelino a troppi che la nostra ricchezza non è un diritto acquisito nascendo nella parte giusta del mondo, ma un risultato conquistato con il rischio, il lavoro e il buon governo.

Vigilanza bancaria: i pompieri con il napalm

Krugman sostiene che la Fed sarebbe come i vigili del fuoco, ma nessun vigile ha mai regalato del napalm a un piromane e poi ha chiesto poteri eccezionali per domarne l'incendio.
(continua)

venerdì, aprile 16, 2010

Vianello e i doppi standard della sinistra

Per anni la sinistra ha glorificato artisti ed intellettuali di area, nonostante la loro adesione alle peggiori nefandezze dei regimi comunisti ed il loro supporto attivo alle campagne propagandistiche di partito. Adesso, tuttavia, si vorrebbe infangare la memoria di
Raimondo Vianello per alcune dichiarazioni di supporto a Silvio Berlusconi e di comprensione (non di appoggio) per i ragazzi arruolatisi a Salò.
Guttuso non può essere criticato per aver fatto da pittore servo delle campagne elettorali del PCI in epoca staliniana, quando erano ben noti i crimini sovietici; Sartre andrebbe idolatrato senza pensare al proprio lavoro al soldo del PCF; intere legioni di artisti ed artistoidi di sinistra vanno giudicati cancellando ogni riferimento adorante al maoismo, o alle contraddizioni dell'appoggio alla causa gay ed insieme a Cuba, uno dei regimi più omofobi del pianeta; i firmatari di infamie come l'appello-istigazione al linciaggio di Calabresi e le loro cheerleader di Lotta Continua vanno rispettati indipendentemente dalle loro colpe e mai deve essere ricordato il loro "erroruccio" di quegli anni.
Una delle leggende dell'intrattenimento italiano, che ha condotto una vita irreprensibile per decenni, deve essere invece bruciato in effige per aver detto che avrebbe votato Forza Italia, oppure per avere sostenuto che fra i ragazzini volontari a Salò molti avevano intenzioni oneste, anche se sbagliarono nello scegliere quella parte politica - errore che fecero, ad esempio, Scalfari, Bocca e Dario Fo in varie fasi delle propria esistenza. Sono l'unico a sospettar el'impiego di due pesi e due misure?

Gilioli è un ipocrita, oppure uno smemorato ignorante della storia e della cronaca della consorteria alla quale aderisce. Scelga lui.


Hat tip Il Fazioso

Tasse, gli USA somigliano sempre più all'italietta

Il 15 aprile era la data ultima per la presentazione dell'equivalente statunitense del nostro 730 e le cose stanno andando di male in peggio. Anche senza considerare il livello assoluto della tassazione, la pura complessità del codice tributario rivaleggia con quello italiano: secondo The Economist, è passato da 400 pagine nel 1913 alle 70mila attuali. L'ottanta per cento della popolazione è costretto a ricorrere ad un aiuto professionale, includendo il capo dell'IRS, l'agenzia federale delle entrate. Il Presidente Obama, che ha promesso di semplificare il codice fiscale, ha appena creato un'intera nuova sezione da compilarem come corollario alla controversa riforma sanitaria.
Mal comune, in questo caso, non è mezzo gaudio, ma solo l'ennesimo segnale del rischio che gli USA si incamminino sulal strada italiota.

Fini giusti, strategia e tattica miserrimi

Qui si è sempre stimato e difeso Gianfranco Fini, senza mancare di criticarlo per alcune sue sbandate. La sbandata di ieri, tuttavia, sembra fuori misura, sempre che le indiscrezioni siano corrette. Non tanto per la sua durezza, ma per i suoi motivi: il governo Berlusconi ha sinora tradito la promessa di una riforma liberale del ruolo dello stato, ma Fini sembra avere eletto a cavallo di battaglia soprattutto tematiche care alla sinistra e di importanza relativamente minore, quali quelle cosiddette "etiche", oltre ad aver lanciato quella che sembra essere una pura guerra personale. Bene sintetizza Il fazioso, quando sostiene che sono la strategia (e la tattica, agigungerei io) ad essere sbagliate, non le critiche di Fini di per sé:

"Immaginiamo Fini aprire crepe puntando su riduzione tasse, liberalizzazioni, privatizzazioni, meno burocrazia, via le caste, riduzione dei costi della politica con l’abolizione delle province ecc Si sarebbe preso metà dell’elettorato del Pdl in poco tempo e sarebbe popolarissimo…. Un errore incredibile di avvicinamento alla rottura."
Il rapporto parassitario della Lega nei confronti del PdL va sicuramente messo in luce, ma l'elettorato lo avrebbe capito di più se fosse stato inquadrato in un'ottica linerale di destra: puntando ossia il dito sullo slittamento a sinistra della Lega, sulla sua fame di poltrone, il suo neoconsociativismo ed il tradimento del suo elettorato in tema di tasse e liberalizzazioni adesso che può godere dei frutti del potere. La semplice acredine antibossiana svilisce invece l'intero dibattito ed impedisce ai cittadini di comprendere il nocciolo del problema, ammesso e non concesso che il nocciolo sia questo: ricordiamoci il ruolo di freno sul fronte liberale che ebbero AN e l'UDC nel precedente governo Berlusconi.

PS: si ricorda che, per il momento, si discute sulla base di indiscrezioni e "fonti" interne alla maggioranza e non di posizioni ufficiali. Un brutto segno, in ogni caso.

giovedì, aprile 15, 2010

La vera lezione del decreto salvaliste

La totale disattenzione alla tecnica della politica si è ritorta clamorosamente contro il premier: il decreto salvaliste, su cui Berlusconi si era speso personalmente non è passato alla Camera.
Il risultato, più che di uno sgambetto, sembra dovuto ad un'evidente incompetenza da parte dei capigruppo: basterebbe fare i conti e imporre maggiore disciplina, ma evidentemente qualcuno, a Montecitorio, tratta la carica di capogruppo come una sinecura senza alcuna reale funzione. E' inaccettabile che Fabrizio Cicchitto si ricordi dei suoi doveri di capogruppo parlamentare con due anni e mezzo di ritardo e che si ricordi soltanto adesso di dovere imporre disciplina. Suona anche meschino che si cerchi di addossare tutta la colpa su Bocchino, supplente in assenza di Cicchitto: è implausibile che i parlamentari ragionino come un branco di studentelli, che fa chiasso quando c'è il supplente e non il professore di ruolo. Nel caso lo facessero, ci si dovrebbe chiedere perché pensano di poterlo fare impunemente: forse perché sono abituati a farlo, visto l'andazzo corrente, dettato dallo stesso capogruppo che adesso fa la voce grossa?

Ben vengano la gogna pubblica e l'esclusione dalle liste dei parlamentari assenteisti, ma siamo due anni in ritardo: il governo è finito in minoranza troppe volte, per illudersi che si tratti di un caso isolato. Insieme all'immondo pasticcio sulle candidature, sembra più la dimostrazione di una colpevole di attenzione alla qualità dei quadri dirigenti del partito. Ci sono ancora due anni e mezzo per dimostrare che ci sbagliamo, ma non vorremmo aspettare tanto a lungo.

mercoledì, aprile 14, 2010

Zaia il ciociaro: Al 24ore Riottizzato saltano anche geografia e cronaca






al Sole 24Ore , i tagli e il riallineamento ideologico del compagno Gianni si cominciano a sentire. Prima abbiamo avuto edizioni domenicali degne dell'inserto culturale del Manifesto, poi difese a spada tratta di Gino Strada spacciate per reportage. Adesso, ci godiamo un trafiletto nel quale Luca Zaia diventa governatore del Lazio.
Lapsus freudiano o semplice, crassa ignoranza? In fondo si sa che, per lorsignori, chiunque non sia compagno è fascio per definizione.

A small reply

Un modesto commento al post di Oscar Giannino, che parte con le migliori intenzioni, ma mi sembra arrivi semplicemente a sanzionare la solita, trita linea sulla crisi: intanto salviamoli, poi vi promettiamo che da oggi cambierà tutto. Sappiamo quanto cambia, ossia nulla.

Il problema tedesco è che si sono comportati come dei levantini, ossia nel modo approvato da questo articolo.

Ragionando soprattutto come nell'ultimo paragrafo, non sarà mai tempo di lasciare chi sbaglia al proprio destino; per colpa di questa stessa mentalità si è lasciato che il Trattato di Maastricht fosse reso lettera morta dalle violazioni di tutti i paesi membri, ponendo le basi per la speculazione sulla Grecia. La speculazione al rialzo, intendo, in atto da 15 anni, non quella al ribasso, di cui si parla soltanto perché impedisce alla classe politica di avere la botte piena e la moglie ubriaca.


Potrà sembrare un paradosso, ma coloro che hanno scommesso contro la Grecia non sono gli speculatori: sono gli unici che hanno espresso una posizione basandosi sui fondamentali economici. I veri speculatori sono coloro che hanno scommesso sulla retorica politica. Per dieci anni, infatti, nessuno si è mai preoccupato della speculazione di coloro che hanno acquistato debito greco ad ogni prezzo, scommettendo sulla dimostrata codardia dei politici, incapaci di prendere decisioni dolorose sino a quando non è troppo tardi.
E' stato questo ragionamento che ha creato la bolla sui titoli di stato della periferia europea, se di bolla si può parlare. Dal punto di vista degli acquirenti, è perfettamente razionale: infatti, il Pantalone tedesco adesso è costretto a pagare per i propri errori ed il lassismo nell'imporre disciplina di bilancio. Salvare la Grecia non aiuterà nessuno: permetterà soltanto di continuare a fingere che tutto vada per il meglio, sino all'ennesima crisi.

Esiste un unico modo per far fare al mercato il proprio lavoro: lasciarglielo fare, da subito. Altrimenti, torneremo sempre in situazioni simili a quella che stiamo vivendo adesso.

lunedì, aprile 12, 2010

Il salvataggio greco è una condanna per l'Europa

Il piano di salvataggio greco, nella sua ultima incarnazione è una sciagura per l'Unione Europea, sia che abbia successo sia che fallisca. La bozza di accordo mina il principio alla base del patto di stabilità, permettendone la violazione negli anni a venire, in cambio di una partecipazione al salvataggio greco. Per un piatto di lenticchie si gettano a mare le basi dell'euro e uno dei pochi motivi per cui la moneta comune aveva una utilità economica e sociale.

Non si vuole discutere qui delle obiezioni di principio o giuridiche al salvataggio greco. Lasciamo da parte i dubbi sull'esplicito divieto da parte della BCE di salvare un governo inadempiente; non discutiamo dell'equità di un accordo che imporrà ai tedeschi, che vanno in pensione a 67 anni e reduci da un decennio di moderazione salariale, di salvare i dipendenti pubblici greci, felici pensionati a 61 e responsabili di una esplosione della spesa pubblica ed assistenziale degna di una cleptocrazia del Terzo Mondo.

Potremmo anche dimenticarci del pessimo segnale inviato alle nazioni in difficoltà: invece di tagliare le spese, indebitatevi pure, perché qualcun altro pagherà per tutti. Il problema è che, stavolta, questo segnale è quasi diventato politica ufficiale della UE: Olli Rehn, il commissario europeo all'Economia, ha infatti suggerito che il costo del pacchetto d'aiuti verrà distribuito proporzionalmente fra gli stati membri, ma che ai più deboli verrà riconosciuto un "credito" quando si tratterà di valutare i rispettivi deficit. Come nel Medioevo era sufficiente versare un obolo e venivano rimessi i peccati, così pare che ora sia sufficiente contribuire al salvataggio di un'altra nazione per poter delinquere impunemente.
Immaginiamo la lezione che ne trarranno Irlanda e Spagna: gli irlandesi hanno applicato rigorose politiche di risparmio e taglio dei costi, gli spagnoli al momento stanno sperperando decenni di prudenza fiscale. Se la ricompensa per la rettitudine di bilancio è quella di ritrovarsi a pagare per gli altri e se basta fingere di contribuire al salvataggio di un altra nazione in difficoltà per potersi comprare l'immunità da ogni sanzione, perché sforzarsi? Perché non trasformarsi tutti in piccole Atene, aspettando che Berlino alla fine, paghi il conto?

La disciplina di bilancio di Maastricht è probabilmente uno dei pochi risultati inequivocabilmente dell'intera costruzione europea: ha costretto sino ad ora delle classi politiche incapaci di disciplina a limitare ruberie e l'acquisto di voti senza rovinare in maniera irreparabile i propri sudditi, pardon contribuenti, in maniera suicida. Da questo momento in poi, è chiaro che abbiamo scherzato, con buona pace degli sforzi italiani per non sbracare e di quelli tedeschi per mantenere un minimo d'ordine. Non che questo faccia particolare differenza per la Grecia: lo spreco in spesa pubblica, e assistenzialismo anziché in infrastrutture e riforme, delle condizioni uniche generate dall'euro degli ultimi dieci anni rende quasi inevitabile una ristrutturazione del debito, o un crollo delle condizioni di vita. Il dubbio è soltanto sulle modalità in cui questo avverrà e quanta parte di tali costi verranno fatti sopportare ai contribuenti di altre nazioni, invece che ai greci che si sono goduti la festa.

Da notare, per inciso, come ai nostri media cosiddetti "economici" sia del tutto sfuggito questo particolare. Capita, quando si difende il diritto al sussidio più della libertà d'impresa, ma si ha il coraggio di chiamarlo "capitalismo".

Fannie Mae e Freddie Mac, l'eredità di Clinton avvelena Obama

Le cattive politicihe di Bill Clinton nascevano forse dalle migliori intenzioni, ma questo non ha evitato una politica di favoritismi che ha posto degli incompetenti al cuore della bolla immobiliare americana, con conseguenze che rischiano di impedire all'amministrazione Obama ogni seria riforma di due dei pilastri finanziari dell'industria immobiliare americana.

Due delle vittime più illustri, ma in un certo senso più prevedibili , della crisi finanziaria sono state Fannie Mae e Freddie Mac, i due giganti parastatali dei mutui, affondati sotto il peso delle perdite accumulate; la garanzia governativa implicita ha permesso per anni alle due agenzie di finanziarsi a tassi simili a quelli governativi ed impiegare questi fondi per acquistare mutui, distorcendo in maniera rilevante il mercato e fornendo un sussidio implicito che ha giocato un ruolo rilevante nella bolla immobiliare.

Su Pajamas Media è uscito oggi un pezzo interessante sulle modalità con cui l'amministrazione Clinton utilizzò il consiglio d'amministrazione di Fannie Mae e Freddie Mac come parcheggio per amici e sostenitori. Il problema è che alcuni di questi sono attualmente alle dipendenze di Barack Obama, a partire da Rahm Emanuel, capo di gabinetto del Presidente. Il risultato è che ogni driforma delle due GSE incontra un muro di gomma.

Per fare un breve elenco:

- Rahm Emanuel, capo di gabinetto di Obama, ex responsabile della raccolta fondi della campagna elettorale di Clinton, poi suo senior adviser. Fu fra i principali sostenitori del progetot di riforma sanitaria che quasi affondò la prima presidenza Clinton. Ha ricevuto 320mila dollari per essere stato consigliere d'amministrazione di Fannie Mae per 14 mesi.

– Dennis DeConcini, ex senatore degli Stati Uniti, accusato di corruzione in relazione allo scandalo bancario delle Savings and Loans nel 1989; il comitato etico del Senato stabilì ch esi era comportaot in maniera impropria ed avevano abusato della propria posizione per interferire nelle operazioni della Federal Home Loan Bank Board, l'autorità di vigilanza; non venne mai tuttavia deferito al tirbunale ordinario. Bill Clinton lo ricompensò per il suo appoggio nominandolo consigliere d'amministrazione di Freddie Mac.

– Jamie Gorelick, amica intima di Hillary Clinton. Gorelick, avvocatoo venne nominata nel consiglio di Fannie Mae, e si licenziò nel 2003 , per essere assunta lo steso giorno da WilmerHale, lo studio legale che rappresentava la società.

– Harold Ickes, definito “l'uomo della spazzatura di Bill Clinton” perisno dalle pagine del progressista New York Times. Vicecapo di gabinetto, implicato nello scandalo in cui Clinton venne accusato di avere illegalmento accettato denaro da stranieri e di aver venduto l'accesso alla Casa Bianca al miglior offerente. Ickes si assunse tutta la responsabilità.

– Jack Quinn , il capo di gabinetto di Al Gore.

- Neil Hartigan, ex proocuratore generale dell'Illinois.

– Maynard Jackson, il sindaco democratico di Atlanta.

– Jose Villarreal, vicedirettore della campagna presidenziale del 1992 di Bill Clinton e "sneior adviser" di Hillary Clinton nella sua campagna per l anomination presidenziale del 2008.

– Garry Mauro, il fedelissimo dei Clinton in Texas , nominato dopo aver perso le elezioni a governatore dello Stato contor George W. Bush.

– William Daley, fratello del chiaccherato sindaco di Chicago Richard Daley Jr. e figlio del famigerato Richard Daley Senior; presidente della campagna presidenziale di Al Gore , segretario al commercio di Clinton , consigliere del team di transizione del President eObama.

Nessuno di loro ha alcuna competenza specifica in materia finanziaria. Nessuno di loro ha mai avuto alcun sentoore del marcio che si annidava nelle GSE, ma tutti hanno compreso i vantaggi, elettorali ed assistenziali , del programma.

Non si vuole qui negare la responsabilità enorme del partito repubblicano: per otto anni, Bush ed il leader parlamentari hanno permesso che le proposte di riforma rimanessero lettera morta e , soprattutto, non hanno mai toccato il feudo deocratico che le GSE erano diventate. Le centinaia di milioni di dollari che Fannie Mae e Freddie Mac hanno generosamente versato nelle casse della classe politica sono andate quasi completamente al partito democratico, ma sospettiamo che qualche rivolo abbia trovato la via dei repubblicani che hanno insabbiato i ripetuti tentativi di cambiare lo statu quo prima che fosse troppo tardi.

venerdì, aprile 09, 2010

La Grecia arriva alla crisi bancaria?

La crisi greca sta passando dal settore pubblico, dove il rischio d'insolvenza rimane presente, a quello privato. Il sistema bancario deve affrontare adesso lo spettro di una crisi di liquidità. Sperando non si tratti invece di insolvenza.
I dati sull'evoluzione dei depositi bancari in Grecia sono preoccupanti: sono in calo e il calo sta accelerando, in una "corsa agli sportelli" silenziosa. Sino ad ora, il buco derivante dalla differenza fra i depositi e i prestiti erogati dalle banche è stato colmato dalle operazioni con cui la BCE ha pompato liquidità in tutto il sistema bancario europeo, tamponando il problema. Tuttavia, le banche nel resto dell'Eurozona hanno incrementato la quota dei depositi sul totale delle fonti di copertura, riducendo il ricorso al mercato dei capitali; le banche greche, invece, stanno perdendo depositi ed insieme non riescono ad emettere obbligazioni. La BCE (tramite la Bank of Greece, la Banca Centrale Nazionale) è di fatto la loro unica fonte di liquidità, come si evince anche dal grafico qui sotto:




Il calo dei depositi è in parte stagionale, ma l'andamento degli ultimi mesi è decisamente anomalo - e preoccupante. Il piano di austerità deciso dal governo rischia di aver contribuito alla fuga dei capitali all'estero, dato che si è concentrato più sull'aumento delle imposte che sui tagli ad una spesa pubblica cresciuta in maniera eccessiva negli ultimi anni.

Sui mercati, il panico è diventato palpabile, con i tassi d'interesse sui titoli greci tornati ai livelli precedenti all'euro; la Grecia non ha di fatto le risorse per rifinanziarsi a questi tassi, rendendo inevitabile una ristrutturazione o un'uscita dall'euro. In maniera perversa, questo gioca a favore del governo greco: per ottenere il pacchetto di prestiti a tassi politici promesso dai partner UE e dal FMI, Atene deve dimostrare di non poter più prendere a prestito sui mercati e giornate come quella di ieri potrebbero far apparire un intervento inevitabile anche agli occhi dell'opinione pubblica tedesca, ancora graniticamente contraria.


mercoledì, aprile 07, 2010

Forza Volpe

La sinistrorsa CNN viene superata dalla repubblicana Fox News, almeno per quanto riguarda gli ascolti degli show di punta.
"Questi i dati ,nudi e crudi: -40% di audience nel primo trimestre 2010 per CNN con un picco di -42% per lo show dell’anchorman con le bretelle.Contestualmente il pirotecnico Beck incrementa del 50% gli ascolti della sua striscia quotidiana mentre Hannity sfonda quota 2 milioni di telespettatori."
Aspiranti Glenn Beck italiani, fatevi avanti - e speriamo che Piersilvio e Rupert comincino a fare quello che Murdoch, anni addietro, ha già portato avanti negli USA: un canale TV liberale e conservatore. Allora ci fu chi disse che non solo non esistevano gli acoltatori, ma neppure i contenuti e le personalità necessarie per un simile canale; abbiamo visto come è finita. Sappiamo che in Italia esiste l'audience, siamo certi che si potrebbero trovare i professionisti giusti. Sempre che il padrone ne avesse voglia, invece di affidarsi sempre e comunque alle stesse cordate di ex-sessantottini. Ci piacerebbe vedere un editore che finalmente facesse sentire la propria voce, invece di comportarsi da neodemocristiano e barattare un supporto ottuso e formale con la licenza a perpetuare i miti e le menzogne collettiviste che minano, nel lungo periodo, tutto ciò che un politico anticomunista dovrebbe temere. Le accuse di censura e partigianeria arriverebbero comunque, tanto vale meritarsele, non credete?

Vi ricordate l'Islanda?

Ricordate la crisi islandese? Non è finita, è stata soltanto eclissata da ben altri problemi, come previsto.
Mentre attenzione della stampa è concentrata sulla Grecia e nel mercato si pondera nervosamente il fato delle nazioni iberiche, l'agenzia di rating Moody's ha declassato di nuovo la piccola nazione scandinava. La crisi continua, anche quando i riflettori si muovono altrove ed il risultato è tutt'altro che assicurato. Per il momento il governo di Rejkyavik si sta rifiutando di assumere il debito delle consociate estere delle proprie banche, dove è collocata la maggior parte del debito e paradossalmente, la legge potrebbe essere dalla parte degli islandesi. Le banche islandesi hanno infatti raccolto depositi e acquistato attività soprattutto all'estero, comportanti di fatto come degli hedge fund; un cavillo nella normativa di vigilanza europea ha permesso loro di evitare buona parte dei controlli normali per le banche domestiche sia in Islanda che nelle nazioni in cui hanno operato. Non esiste un particolare incentivo per le autorità islandesi per salvare i creditori esteri e soprattutto per salvare la faccia alle autorità di vigilanza inglese e olandese, che hanno trascurato di supervisionare i rischi presi dalle banche islandesi nelle proprie nazioni.

venerdì, aprile 02, 2010

Master of Muppets

SE vi piacciono i Muppets e i Metallica, questo è imperdibile

giovedì, aprile 01, 2010

Lega: libertaria ieri, balena verde oggi, laburista domani?

Il partito di Bossi è stato la grande speranza di chi voleva allentare la morsa delle burocrazie statali sulla libertà individuale. Mostra purtroppo segni di trasformazione in una versione regionale della DC ed in prospettiva rischia di finire come quel partito, sbarcando armi e bagagli a sinistra, degenerato nel socialismo campanilista più netto.

La Lega, negli anni '90, cercava di pescare in due serbatoi elettorali su cui era tagliata a pennello l'allora Forza Italia, almeno al Nord: il popolo delle partite IVA e la cosiddetta borghesia produttiva. La propaganda leghista illustrava la secessione come una soluzione ai problemi derivanti dal peso eccessivo della tassazione e della regolamentazione burocratica, che limitavano la libera scelta individuale e il rinnovamento del tessuto produttivo. Il tema più generale della libertà individuale veniva ignorato, ma le conseguenze delle politiche leghiste potevano ampliarla. La Democrazia cristiana ed il pentapartito in generale avevano invece convogliato i voti di tali ceti verso politiche collettiviste, sfruttando la minaccia comunista e millantando l'assenza di possibili alternative ad una deriva socialista.

Buona parte della base leghista, dopo quindici anni, potrebbe ancora avere a cuore tali temi, come vorrebbe l'amico Mondopiccolo. La sua dirigenza, tuttavia, sembra averli abbandonati, esattamente come fece la Democrazia Cristiana: una volta scoperto quanto semplice sia comprarsi i voti con un apparato clientelare e con un'apparato propagandistico adeguato, è facile sbandare a sinistra; ai produttori non rimane che la scelta fra il male minore,ossia una Lega - ed un PdL, purtroppo - che almeno non paiono programmaticamente ostili.

Il programma di Zaia e la sua definizione di "partito Laburista" data della Lega, sono per ora ambigui, ma si ricollegano alle note simpatie di sinistra di esponenti leghisti quali Maroni. La prudenza fiscale, presupposto di una riduzione delle imposte e dell'intrusione statale, è in contraddizione con un programma economico composto di sussidi per tutti i gruppi sociali favoriti, a spese del contribuente che si ritrova a pagare il conto, oltre che le spese per l'intermediazione politica di tali trasferimenti . Il tema della sicurezza serve per sviare l'attenzione generale, mentre quello federalista appare sempre più uno strumento per diminuire la fetta di estorsione fiscale spartita con il governo centrale, non un mezzo per ridurre tale estorsione. Anche se a parole i leghisti sono rivoluzionari, la Lega rischia di diventare una Balena Verde, dove l'attenzione forse involontariamente liberale all'individuo viene sostituita dall'irreggimentazione burocratica, devastante nel lungo periodo anche quando efficiente nel breve termine.

Viene aiutata, in questo, dall'insipienza di un PdL che non può o non vuole, a livello dirigenziale, mostrare che il re è nudo, ossia che la Lega rischia di danneggiare il proprio elettorato storico pur di sfondare a sinistra. L'unico modo per mantenere entrambi i partiti fedeli alle proprie promesse liberali e conservatrici sarebbe quello di una sana competizione per la parte centrale del proprio elettorato; al contrario, l'impressione è quella di un patto scellerato, dove entrambi i maggiori partiti di destra si dedicano all'elettorato del'altra sponda, privando di rappresentanza i ceti che li hanno portati alla ribalta.

Per colpa delle proprie mancanze e, forse, per inseguire le nostalgie di troppi suoi dirigenti ex-socialisti, il PdL si sta lasciando cannibalizzare dalla Lega, più abile anche in questo esercizio di schizofrenia politica. Il rischio è che quando le partite IVA comprenderanno l'errore di continuare a credere alla retorica leghista, che ormai cerca di conciliare elementi opposti, il PdL sarà screditato quanto il partito di Umberto Bossi, che nel frattempo sarà tuttavia riuscito a trasformarsi principale partito "di sinistra" nel Nord Italia. Lasciando, di nuovo, una delle parti migliori del paese priva di rappresentanza politica adeguata; lasciando, di nuovo, l'intera nazione priva delle riforme liberali tanto disperatamente necessarie per riprendere il sentiero dello sviluppo.

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