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lunedì, agosto 30, 2010

Incentivi, il cavallo non beve. Per fortuna

Il cavallo no beve: Dalla cucina agli elettrodomestici per i bonus c'è ancora posto: secondo il Sole24Ore viene utilizzato solo il 58% dei fondi messi a disposizione dal ministero... Per fortuna, ci verrebbe da dire: gli incentivi sono semplicemente uno stratagemma per modificare il profilo di spesa, incentivando il consumatore ad anticipare spese già programmate. Il costo per il bilancio pubblico è occulto e nel futuro, come molte altre manovre a debito ed i benefici sono molto ridotti: gli incentivi avrebbero un senso solo se si credesse che la crisi della domanda sia un fenomeno destinato a finire in pochi mesi e ad essere seguito da una fase di domanda elevata e superiore alle capacità produttive italiane; una traslazione della domanda aiuterebbe a bilanciare il carico produttivo ed anche in questo caso, le spese per questo bilanciamento sarebbero a carico del contribuente, mentre i vantaggi andrebbero alle imprese domestiche, anche se il 24Ore, organo confindustriale, dimentica di farlo notare.
La condizione attuale non ha nessuno di questi prerequisiti: la crisi è strutturale, non temporanea, non si vedono vie d'uscita veloci né rischi di carenza di capacità produttiva nell'immediato futuro; l'unico rischio, semmai, è per un ulteriore aumento dell'indebitamento delle famiglie. D'altronde, si tratta dello stesso errore che porta le banche centrale a riproporre la stessa medicina nonostante la mancanza d'efficacia. Non si vedono quindi le condizioni per cui gli incentivi siano utili a qualcuno di differente da un ristretto numero d'industriali troppo pigri o troppo indebitati per reagire innovando, oppure ad ad una classe politica schiava di palliativi e di dichiarazioni magniloquenti, incapace d' intraprendere serie, dolorose riforme volte a ridurre la mano morta governativa e dei finti capitalisti che protegge.

domenica, settembre 20, 2009

Schumpeter, nome giusto per l'epoca giusta

Il settimanale inglese The Economist ha l'abitudine di chiamare alcune sue rubriche fisse con nomi storici per illa sezione a cui fa riferimento la rubrica. Per la rubrica di commenti sul business e il management si è scelto il nome di Joseph Schumpeter. Scelta estremamente azzeccata, specialmente di questi tempi: Schumpeter coniò il termine "distruzione creativa" per descrivere ed enfatizzare il ruolo dell'innovazione e dell'imprenditore nella crescita economica: senza di essi, non esiste miglioramento del tenore di vita.
Dal mio punto di vista, è azzeccata anche per quelli che l'Economist ritiene difetti: lo scetticismo nell'abilità dei governi di uscire da una recessione a forza di debiti e spese, il pessimismo sulle prospettive della democrazia, il suo liberalismo non adulterato e la sua adesione alla Scuola Austriaca. Se si vuole mischiare Keynes con Schumpeter, si ripeteranno semplicemente gli errori dei "Liberal" socialdemocratici , per l'ennesima volta.

Schumpeter: Taking flight | The Economist

giovedì, settembre 03, 2009

Se Bush non era keynesiano, non lo era neppure lo stesso Keynes

Probabilmente è vero che Bush Junior non era keynesiano, ma in base alla tassonomia economica prevalente,allora neppure Keynes era keynesiano.

"Uno dei capisaldi della dottrina keynesiana era il perseguimento del pareggio di bilancio entro un ciclo economico" , scrive l'ottimo socio. Verissimo, ma venne ignorato da chiunque seguì - ed in parte dallo stesso Keynes. Questo caposaldo non è tenuto in enorme evidenza neppure da Keynes stesso, probabilmente per ragioni storiche: Keynes scriveva in un mondo ossessionato dalla disciplina di bilancio ed alle prese con la Grande Depressione; la necessità dell'azzeramento del deficit veniva data per scontata ed andava reinterpretata per coprire il ciclo e non il mero budget annuale dello stato.
Il suo approccio ha tuttavia permesso alla scuola che proclama di averlo preso a modello, universalmente definita "keynesiana" di indebolire tale requisito sino a renderlo quasi ininfluente. Non cominciamo neppure a discutere della pletora di politici che vi hanno aderito per convenienza, ricordandosi soltanto della parte nel quale si discute di spesa pubblica illimitata e della corte di pseudoeconomisti che hanno fatto loro da coro.
E' questo il grande difetto di Keynes: aver legittimato sul piano intellettuale una pratica deleteria, senza preoccuparsi delle conseguenze. La sua iconoclastia ha messo in ombra anche quella parte della teoria economica che era essenziale anche per la propria stessa teoria, lasciando gioco libero ai suoi epigoni. Un altro esempio della legge delle conseguenze inattese.

martedì, gennaio 06, 2009

Keynes aveva scherzato?

Per metà ironicamente, qualche libertario si chiede se la General THeory di Keynes possa essere stata tutta una gigantesca presa in giro, una provocazione, nello stile dle circolo di BLoomsbury a cui Keynes faceva riferimento.

Era tutto uno scherzo? E' lecito dubitarne. Di certo c'è invece che Keynes stesso dichiarò ad Hayek che gli sarebbe piaciuto avere il tempo di scrivere un altro trattato che stravolgesse la "General Theory".
Se lo avesse trovato, prima della propria, prematura morte. Forse avremmo dovuto ancora sopportare Keynes, ma con un po' di fortuna ci saremmo tolti il fardello peggiore : i keynesiani d'accatto, accademici e politici; molto, ma molto peggio dell'originale. Lord Keynes, perlomeno, aveva il senso dell'umorismo e del ridicolo.

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