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giovedì, giugno 10, 2010

Perle da Tea-Party

Dall'intervista de l'Occidentale, "L'Italia del Tea Party vuole meno tasse e più libertà"


A proposito di movimenti, nel Nord-Est le "Tute Bianche" sono contro le tasse che deprimono l'iniziativa e la creatività individuale

Sono contento che Luca Casarini se ne sia accorto. Forse dopo aver fatto l'estremista ha finalmente iniziato a lavorare, provando sulla propria pelle che vuol dire cavarsela da soli.

Anche la Lega si batteva contro un fisco troppo oppressivo

Fino a quando non è diventata forza di governo.



Ricordiamo ai quattro gatti che ci leggono e che possono (al contrario di chi scrive), che a Roma il 26 di Giugno il Tea Party Italia sarà in piazza a protestare per l'eccesso di Stato nella vita dei cittadini e a distribuire i moduli per richiedere al datore di lavoro il proprio stipendio lordo, abolendo quella servitù feudale che è il sostituto d'imposta.

mercoledì, maggio 19, 2010

Italia e Germania, la fuga dalla realtà

Le autorità tedesche ed italiane hanno deciso che , se la realtà non è di loro gradimento, deve essere vietata.  Questo è unico risultato utile delle regolamentazioni appena escogitate, tant'è vero che, invece di stabilizzare i mercati, stanno scatenando il panico. 
I divieti implementati in Germania si limitano a nascondere sotto il tappeto i sintomi del problema, vietando ai partecipanti al mercato di prendere una posizione pessimista sull'andamento dell'area euro. Non risolve certo i problemi di bilancio dei governi europei e quelli delle banche del continente, che ne hanno seguito i dettami.  Ricordiamo infatti che i cosiddetti "short" non sono soltanto speculativi: per la maggior parte si tratta di operazioni a copertura di altre operazioni "lunghe", ossia positive su altri rischi. Vietare ad una metà el mercato di funzionare limita l'efficienza dell'intera struttura senza limitare i danni: coloro che hanno rischio Europa hanno infatti reagito vendendo massicciamente l'euro, ovviando così all'impossibilità di coprirsi con strumenti idonei. L'unica possibilità, a questo punto, sarebbe quella di reintrodurre controlli dei capitali, tornando indietro di 30 anni e devastando il commercio internazionale; per punire immaginari "speculatori" , si produrrebbe così un danno  molto maggiore. 

In Italia, invece, abbiamo vietato la contabilità. Alle banche sarà infatti concesso di non contabilizzare le perdite su titoli di Stato. Si tratta di un enorme regalo sia per le banche stesse, che  sono d'altronde piene di titoli di Stato a causa della regolamentazione di vigilanza precedente. In base alla normativa vigente, infatti, detenere titoli di Stato non richiede che si ponga capitale a garanzia di eventuali perdite, mentre ciò deve essere fatto per ogni altro genere di investimento, incluso quello tipico delle banche commerciali. Adesso, alle banche viene concesso anche di non dover riportare perdite sui titoli di Stato scesi di valore, inclusi quelli greci. E' un gigantesco tappeto dietro il quale si nascondono i problemi, invece id affrontarli. Le banche italiane potranno continuare a finanziarsi a tassi quasi zero dalla BCE per poi acquistare titoli di Stato . L'unica preoccupazione in questa operazione era la volatilità dei prezzi dei titoli, una volatilità che da oggi non deve più esser eriportata a bilancio, mentre ovviamente e cedole incassate verrano portate come utili. I governi, soprattutto quello italiano, ringraziano: in questo modo si assicurano un canale per piazzare la quantità sempre maggiore di titoli di stato che dovranno emettere. Il particolare che , visto il meccanismo, sia la BCE a finanziare di fatto i governi stampando moneta,  è l'ennesimo fatto sgradevole da nascondere sotto il tappeto.

La crisi non è responsabilità degli indici sul credito o del mark-to-market nei bilanci bancari. E' colpa delle eccessive spese statali e di una regolamentazione che ha selezionato banche e banchieri non in base alla propria capacità di gestire il rischio, ma di fare gli interessi delle autorità  di vigilanza e della classe politica. Sino a quando non accetteremo la realtà e le sue implicazioni, i sogni collettivisti e solidaristici degli europei si continueranno a trasformare in incubi.

domenica, settembre 27, 2009

Banche centrali, inciuci nazionali, perdite universali

Le banche privilegiano grandi imprese e titoli di Stato ai prestiti alle piccole e medie imprese. La responsabilità è in buona parte dei governi e dei loro precedenti tentativi di ottenere “giustizia sociale” .

In Italia, le banche hanno ridotto drasticamente i prestiti a piccole e medie imprese, mentre hanno ampliato marginalmente quelli alle grandi imprese e, soprattutto, gli acquisti di titoli di Stato, usando i fondi generosamente prestati dalle Banche Centrali. Una strategia controversa e contraria agli scopi dei governi, ma derivante proprio dalle politiche governative che avevano come scopo la tutela dei risparmiatori e l’espansione, anche drogata del credito. Le politiche di tassi a zero hanno, soprattutto, gettato benzina sul fuoco dei mercati finanziari, generando quella che somiglia all’ennesima bolla. Non parliamo soltanto di speculazioni di Borsa, ma anche e soprattutto del cosiddetto carry trade di tasso: le banche prendono a prestito a brevissimo e a tassi quasi nulli dalla Banca Centrale Europea ed investono in titoli di Stato a lungo termine, lucrando la differenza. La sola Banca Intesa, ad esempio, ha incrementato di 18 miliardi di euro il proprio portafoglio titoli, mentre riduceva di circa 8 miliardi i prestiti alla clientela. Il trucco è conosciuto, ma poco citato da governi e banche centrali. I governi devono collocare quantità sempre maggiori di debito e quindi accettano volentieri qualsiasi aiuto, anche quello di banche che prendono a prestito da un ente statale (la BCE) per prestare ad altri (i governi). Le banche centrali desiderano un aumento delle riserve di capitale delle banche; il carry trade fornisce notevoli utili che possono essere messi a riserva. Il rischio è che, quando ariverà l’inevitabile rialzo dei tassi, le banche non siano in grado di scaricare le proprie posizioni e quindi comincino ad accumulare perdite rovinose. Sino ad allora, siamo di fronte all’ennesimo sussidio, pagato dal contribuente, che aiuta a nascondere il nocciolo del problema bancario: il vero padrone, in un istituto di credito regolamentato,non è soltanto l’azionista, che conta poco rispetto ad una dirigenza teoricamente vigilata e perennemente sostenuta da coloro che la dovrebbero controllare. La stessa autorità di vigilanza si arroga parzialmente il ruolo degli azionisti; gode di poteri d’intervento inauditi in ogni altro segmento di un’economia di mercato, ma preferisce dimenticarsene quando la stampa ed i politici aggrediscono un “capitalismo selvaggio” che nel settore bancario non è mai arrivato.

PRESTITI E DOLORI- Per quanto riguarda i prestiti alle grandi imprese, gettiamo uno sguardo negli USA, dove per almeno alcune categorie di prestiti le banche sono ancora obbligate e riportare il reale valore dei prestiti e non il valore “storico”. Ebbene, secondo uno studio annuale ufficiale, le perdite sono triplicate nel corso del 2009 , arrivando ai 53 miliardi di dollari. Le illusioni riguardo il basso rischio dei prestiti alle blue chip ed alle mega-operazioni societarie si è rapidamente rivelata fallace, come invano avevano ripetuto per anni gli stessi analisti che adesso vengono accusati, paradossalmente, di “liberismo selvaggio”. I dirigenti delle banche commerciali faranno probabilmente spallucce: si tratta di ulteriori munizioni nella battaglia per ottenere ancora più aiuti di stato, espliciti o impliciti. Le banche nostrane dovrebbero prestare attenzione: le grandi aziende possono essere tranquillamente accompagnate al mercato obbligazionario, invece d’impiegare capitale bancario prezioso prestando loro a tassi poco redditizi: le nostre banche prestano normalmente a tassi tropo ridotti ai grandi gruppi, rifacendosi poi su tutti gli altri clienti. L’unica eccezione sono le operazioni rischiose, i prestiti forniti a società grandi, ma fragili, il cui maggior pregio è la capacità relazionale del proprietario. I nomi di Zunino e di altri “capitani coraggiosi”, del presente e del recente passato, tornano alla mente. Se il nostro premier smettesse di parlare di ciò che non conosce e rivolgesse gli occhi verso casa, troverebbe “speculatori” ben più meritevoli di sanzione. Purtroppo, sia l’attuale governo, come il precedente e l’opposizione, sembrano soddisfatti con posizioni demagogiche ed autolesionistiche. Le normative seguite al caso Parmalat hanno chiuso il mercato del credito per quasi tutte le aziende italiane, bloccandone lo sviluppo; nel frattempo, invece, il mercato obbligazionario aziendale cresceva d’importanza in tutta Europa. Tale chiusura non ha portato alcun vantaggio alla tutela dei risparmiatori, lasciati in balia di strumenti ancora meno trasparenti ed ha lasciato le banche come uniche interlocutrici delle grandi aziende, regalando loro un business molto politico, ma non molto redditizio, che sottrae capitale e talenti che potrebbero essere impiegati per sostenere la vera spina dorsale dell’economia: le piccole e medie imprese. La soluzione non è una ulteriore camicia di forza, ma la rimozione dei vincoli che garantiscono alle banche la propria rendita di posizione.


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