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martedì, settembre 27, 2011

downgrade bancari: l''ultimo dei problemi

Standard &Poor’s ha declassato tre delle maggiori banche italiane e cambiato l’outlook per altre 15; quasi contemporaneamente Moody’s ha ridotto il rating di tre delle maggiori banche USA, CItigroup, Wells Fargo e BAnk of America, che insieme raccolgono un quarto di tutti i depositi negli Stati Uniti. Le Borse di tutto il mondo sono crollate, nonostante la Fed avesse annunciato nelle stesse ore nuove misure straordinarie per sostenere i mercati.
La reazione istintiva è stata, per molti, quella di ricorrere alla teoria del complotto: le agenzie di rating hanno inferto, per oscuri scopi, una improvvisa pugnalata alle spalle alle banche. La vera tragedia è invece che le decisioni delle agenzie di rating sono solo l’ultimo dei problemi per i sistemi bancari di entrambe la nazioni, .

Dal punto di vista meramente tecnico, l’azione di declassamento delle banche italiane era soltanto questione di tempo. I rating di una banca non possono essere superiori, in linea generale, al rating della nazione nella quale ha sede; una volta declassato il merito di credito dell’Italia, il processo di revisione al ribasso si è messo in moto e non poteva avere conclusioni molto differenti. Intesa, Mediobanca e BNL non sono peggiori delle altre, ma al contrario erano fra le poche banche rimaste ad avere un merito di credito così alto da essere sensibili al “tetto” costituito dal rating della Repubblica Italiana. Le altre avevano già rating inferiori e quindi non sono state toccate.
Il declassamento delle tre grandi banche americane è fondamentalmente avvenuto per lo stesso motivo: Moody’s aveva inizialmente risparmiato loro un taglio di rating profondo quanto quello di altri giganti bancari come Goldman Sachs o JPMorgan, ritenendo che avessero unlivello di supporto governativo implicito superiore quello di queste ultime. Visti i recenti sviluppi politici, invece, l’agenzia ritiene ora che non vi siano più particolari differenze.

Perché questa importanza sul supporto statale per un settore economico particolare all’interno di un’economia di mercato che si proclama essere ormai libera, anzi troppo libera? Perché tale libertà dai diktat politici nella realtà non esiste, persino in Occidente, per ampi settori della vita economica. Le banche non sono aziende come la altre, ma vivono all’interno di un “patto col diavolo” che sospende almeno parzialmente il funzionamento del sistema di mercato: per cui da un lato sono sottoposte ad una vigilanza che decide aspetti essenziali della gestione; dall’altro, godono di una forte limitazione della concorrenza, di un accesso privilegiato alla BCE e della presunzione che, in caso di problemi seri, il governo interverrà salvando non soltanto i depositanti, ma tutti i creditori e forse anche gli azionisti. Le agenzie di rating tengono conto di tale situazione, come lo fa l’intero mercato, anche se raramente viene esplicitata chiaramente; laddove il credito del potere politico cala, così deve seguire quello dei propri protetti e si è semplicemente certificato ciò che era già reso evidente dal crollo delle quotazioni. Il problema, semmai, è il rilievo dato ad istituzioni che non sono più in grado di fornire nuove informazini od analisi pregnanti, anticipando i mercati. Le agenzie di rating si sono trasformate da istituti di ricerca a meri certificatori dell’ovvio, burocrazie operative con tempistiche talmente lunghe da arrivare regolarmente in ritardo, esattamente ad immagine delle burocrazie ministeriali che le hanno plasmate, trasformandole nel tempo in monopoli garantiti per legge e sottraendole alla disciplina della concorrenza. Fato comune, d’altronde, alle banche che dovrebbero analizzare.

Crossposted su notapolitica.it

mercoledì, maggio 19, 2010

Italia e Germania, la fuga dalla realtà

Le autorità tedesche ed italiane hanno deciso che , se la realtà non è di loro gradimento, deve essere vietata.  Questo è unico risultato utile delle regolamentazioni appena escogitate, tant'è vero che, invece di stabilizzare i mercati, stanno scatenando il panico. 
I divieti implementati in Germania si limitano a nascondere sotto il tappeto i sintomi del problema, vietando ai partecipanti al mercato di prendere una posizione pessimista sull'andamento dell'area euro. Non risolve certo i problemi di bilancio dei governi europei e quelli delle banche del continente, che ne hanno seguito i dettami.  Ricordiamo infatti che i cosiddetti "short" non sono soltanto speculativi: per la maggior parte si tratta di operazioni a copertura di altre operazioni "lunghe", ossia positive su altri rischi. Vietare ad una metà el mercato di funzionare limita l'efficienza dell'intera struttura senza limitare i danni: coloro che hanno rischio Europa hanno infatti reagito vendendo massicciamente l'euro, ovviando così all'impossibilità di coprirsi con strumenti idonei. L'unica possibilità, a questo punto, sarebbe quella di reintrodurre controlli dei capitali, tornando indietro di 30 anni e devastando il commercio internazionale; per punire immaginari "speculatori" , si produrrebbe così un danno  molto maggiore. 

In Italia, invece, abbiamo vietato la contabilità. Alle banche sarà infatti concesso di non contabilizzare le perdite su titoli di Stato. Si tratta di un enorme regalo sia per le banche stesse, che  sono d'altronde piene di titoli di Stato a causa della regolamentazione di vigilanza precedente. In base alla normativa vigente, infatti, detenere titoli di Stato non richiede che si ponga capitale a garanzia di eventuali perdite, mentre ciò deve essere fatto per ogni altro genere di investimento, incluso quello tipico delle banche commerciali. Adesso, alle banche viene concesso anche di non dover riportare perdite sui titoli di Stato scesi di valore, inclusi quelli greci. E' un gigantesco tappeto dietro il quale si nascondono i problemi, invece id affrontarli. Le banche italiane potranno continuare a finanziarsi a tassi quasi zero dalla BCE per poi acquistare titoli di Stato . L'unica preoccupazione in questa operazione era la volatilità dei prezzi dei titoli, una volatilità che da oggi non deve più esser eriportata a bilancio, mentre ovviamente e cedole incassate verrano portate come utili. I governi, soprattutto quello italiano, ringraziano: in questo modo si assicurano un canale per piazzare la quantità sempre maggiore di titoli di stato che dovranno emettere. Il particolare che , visto il meccanismo, sia la BCE a finanziare di fatto i governi stampando moneta,  è l'ennesimo fatto sgradevole da nascondere sotto il tappeto.

La crisi non è responsabilità degli indici sul credito o del mark-to-market nei bilanci bancari. E' colpa delle eccessive spese statali e di una regolamentazione che ha selezionato banche e banchieri non in base alla propria capacità di gestire il rischio, ma di fare gli interessi delle autorità  di vigilanza e della classe politica. Sino a quando non accetteremo la realtà e le sue implicazioni, i sogni collettivisti e solidaristici degli europei si continueranno a trasformare in incubi.

lunedì, maggio 03, 2010

La Grecia e il sacco di Bruxelles

Quello greco non è un fallimento, anche se  forse sarebbe meglio che lo fosse. Politici e "banchieri" parastatali stanno infliggendo al contribuente europeo una replica dell'inutile rapina perpetrata ai danni di quello statunitensi. 

Il piano di salvataggio per la Grecia presenta numerose zone d'ombra. Anche se fosse perfetto, tuttavia, sarebbe  controproducente almeno per uno degli obbiettivi che si prefigge:  quello di scoraggiare i comportamenti che ci hanno portato a questo punto.  
 La severità delle condizioni imposte alla Grecia potrebbe risolvere uno dei punti critici di cui si era già parlato:  scoraggiare gli stati più indebitati dell'Unione a cercare il salvataggio a spese europee. Impieghiamo il condizionale perché il piano di rientro greco è severo, ma non certo eccezionale e, quindi, potrebbe non essere un deterrente sufficiente. L'Irlanda ha tagliato del 12% per cento le retribuzioni pubbliche, senza avere chiesto aiuti all'estero. La Lettonia ha attuato misure paragonabili , quando  l'anno scorso ha chiesto aiuto ad IMF ed Unione Europea. Rimane quindi da vedere se altri governi non troveranno politicamente più accettabile passare il conto a Bruxelles, invece di tagliare e riformare per conto proprio. Il denaro dell'IMF arriva immediatamente, le promesse di riforme economiche possono essere poi trattate come promesse elettorali, quando la nazione debitrice è sufficientemente importante da minacciare di trascinare il sistema con sé in caso d'insolvenza. 

Il punto cruciale, al momento, è il gigantesco regalo ai creditori di Atene.  Nel piano di salvataggio, infatti, pagano tutti, con una eccezione. I contribuenti dell'Unione europea forniranno il denaro fresco; i greci pagheranno rinunciando a parte del tenore di vita di cui hanno sinora goduto a credito. Chi non paga, per il memento, sono gli investitori che si sono illusi potesse esistere rendimento senza rischio; quegli investitori, che hanno acquistato debito greco solo perché rendeva di più di quello tedesco ed era denominato nella stessa divisa, preferendo dimenticarsi di analizzare a fondo le differenze fra le varie nazioni e sperando che la Germania, garante politico dell'Unione, sarebbe divenuto anche garante economico in caso di problemi. Una speculazione che è andata bene agli stessi politici tedeschi, fino al punto che i maggiori creditori esteri di Atene sono proprio banche ed istituzioni finanziarie francesi e tedesche, in gran parte d'origine parastatale. 

Per evitare una magra figura ai politici lottizzati che gestiscono le Landesbanken, o agli amici degli amici nel giro delle grandi scuole francesi, si preferisce invocare l'emergenza assoluta e la maligna speculazione tipica dei mercati selvaggi del capitalismo anglosassone. Peccato che qui,  di mercato, se ne veda poco: gli attori sono tutti o quasi politici, o politicizzati. Il mercato bancario è tutto, fuorché un mercato libero: la politica, nella sua accezione pura o in quella mediata dalle autorità di vigilanza, impone i propri obbiettivi, decide i partecipanti al mercato e decide il prezzo e la quantità della liquidità disponibile, attraverso l'attività della  Banca Centrale. In un mercato più libero, come quello degli hedge fund, chi si comporta in maniera tanto sconsiderata di solito salta, lasciando spazio a concorrenti più abili nella gestione del rischio. In quello bancario, invece, la classe politica corre al salvataggio, a spese del contribuente, come sta avvenendo in Grecia e come già avvenuto nel caso delle banche USA, dove i creditori sono stati inutilmente salvati. 

Nei giorni precedenti all'intervento del FMI si era cominciato a discutere di un'opzione che avrebbe obbligato i creditori a sopportare parte del peso della ristrutturazione: estendere la scadenza dei titoli di stato, riducendo il peso immediato delle scadenze più imminenti dal bilancio statale greco. Una ristrutturazione  del genere avrebbe causato una perdita economica di circa il venti percento del valore dei titoli, allineandolo ai prezzi di mercato, prevalenti; al contrario di una dichiarazione di fallimento vera e propria, avrebbe permesso di continuare a  impiegare i titoli greci come garanzia per i prestiti in banca centrale e di non realizzare immediatamente a bilancio le perdite accumulate. Si tratta di una manovra analoga alle proposte di John Taylor per la riforma finanziaria americana: niente bailout, ma un regime di amministrazione controllata che allinei le procedure legali  alla realtà finanziaria, permettendo di risolvere le insolvenze bancarie in maniera analoga a quelle industriali senza per questo danneggiare l'intero sistema economico e lasciando che le perdite vengano ripartite fra gli investitori.


Nel caso di uno stato sovrano, esistono paralleli con la situazione attuale.  Il più recente  è quello dell'Uruguay nel 2003, che  poco dopo un intervento del FMI ha proposto uno scambio simile a quello discusso nei riguardi della Grecia. La differenza è che i creditori non erano creature politiche della nazione che fornisce la maggior parte dei fondi e che non vuole rivelazioni sul pessimo funzionamento del proprio sistema bancario che non parla inglese. Fra due anni, forse, anche noi arriveremo ad una soluzione simile, ma nel frattempo i cittadini europei, greci o meno, avranno pagato e sofferto molto più del necessario.


Update: ci segnalano che, per una volta,  anche i media italiani si sono accorti che esistono soluzioni diverse dal salvataggio a spese nostre. Ode a Luigi Zingales.

mercoledì, aprile 21, 2010

Ma quale rIforma finanziaria USA


"Le società farmaceutiche hanno usato i Repubblicani per eliminare la "Public option" prima di usare i Democratici per sovvenzionare l'acquisto di farmaci e obbligare ad assicurarsi; adesso le grandi banche stanno manipolando i Repubblicani per sconfiggere una tassa sulle banche, mentre usano i democratici per proteggere le proprie rendite di posizione, rendere obbligatori i salvataggi bancari e ricostruire la fiducia in Wall Street; il tutto, ovviamente, a spese del contribuente."



lunedì, aprile 19, 2010

Vigilanza bancaria: i pompieri con il napalm

Krugman sostiene che la Fed sarebbe come i vigili del fuoco, ma nessun vigile ha mai regalato del napalm a un piromane e poi ha chiesto poteri eccezionali per domarne l'incendio.
(continua)

domenica, settembre 27, 2009

Banche centrali, inciuci nazionali, perdite universali

Le banche privilegiano grandi imprese e titoli di Stato ai prestiti alle piccole e medie imprese. La responsabilità è in buona parte dei governi e dei loro precedenti tentativi di ottenere “giustizia sociale” .

In Italia, le banche hanno ridotto drasticamente i prestiti a piccole e medie imprese, mentre hanno ampliato marginalmente quelli alle grandi imprese e, soprattutto, gli acquisti di titoli di Stato, usando i fondi generosamente prestati dalle Banche Centrali. Una strategia controversa e contraria agli scopi dei governi, ma derivante proprio dalle politiche governative che avevano come scopo la tutela dei risparmiatori e l’espansione, anche drogata del credito. Le politiche di tassi a zero hanno, soprattutto, gettato benzina sul fuoco dei mercati finanziari, generando quella che somiglia all’ennesima bolla. Non parliamo soltanto di speculazioni di Borsa, ma anche e soprattutto del cosiddetto carry trade di tasso: le banche prendono a prestito a brevissimo e a tassi quasi nulli dalla Banca Centrale Europea ed investono in titoli di Stato a lungo termine, lucrando la differenza. La sola Banca Intesa, ad esempio, ha incrementato di 18 miliardi di euro il proprio portafoglio titoli, mentre riduceva di circa 8 miliardi i prestiti alla clientela. Il trucco è conosciuto, ma poco citato da governi e banche centrali. I governi devono collocare quantità sempre maggiori di debito e quindi accettano volentieri qualsiasi aiuto, anche quello di banche che prendono a prestito da un ente statale (la BCE) per prestare ad altri (i governi). Le banche centrali desiderano un aumento delle riserve di capitale delle banche; il carry trade fornisce notevoli utili che possono essere messi a riserva. Il rischio è che, quando ariverà l’inevitabile rialzo dei tassi, le banche non siano in grado di scaricare le proprie posizioni e quindi comincino ad accumulare perdite rovinose. Sino ad allora, siamo di fronte all’ennesimo sussidio, pagato dal contribuente, che aiuta a nascondere il nocciolo del problema bancario: il vero padrone, in un istituto di credito regolamentato,non è soltanto l’azionista, che conta poco rispetto ad una dirigenza teoricamente vigilata e perennemente sostenuta da coloro che la dovrebbero controllare. La stessa autorità di vigilanza si arroga parzialmente il ruolo degli azionisti; gode di poteri d’intervento inauditi in ogni altro segmento di un’economia di mercato, ma preferisce dimenticarsene quando la stampa ed i politici aggrediscono un “capitalismo selvaggio” che nel settore bancario non è mai arrivato.

PRESTITI E DOLORI- Per quanto riguarda i prestiti alle grandi imprese, gettiamo uno sguardo negli USA, dove per almeno alcune categorie di prestiti le banche sono ancora obbligate e riportare il reale valore dei prestiti e non il valore “storico”. Ebbene, secondo uno studio annuale ufficiale, le perdite sono triplicate nel corso del 2009 , arrivando ai 53 miliardi di dollari. Le illusioni riguardo il basso rischio dei prestiti alle blue chip ed alle mega-operazioni societarie si è rapidamente rivelata fallace, come invano avevano ripetuto per anni gli stessi analisti che adesso vengono accusati, paradossalmente, di “liberismo selvaggio”. I dirigenti delle banche commerciali faranno probabilmente spallucce: si tratta di ulteriori munizioni nella battaglia per ottenere ancora più aiuti di stato, espliciti o impliciti. Le banche nostrane dovrebbero prestare attenzione: le grandi aziende possono essere tranquillamente accompagnate al mercato obbligazionario, invece d’impiegare capitale bancario prezioso prestando loro a tassi poco redditizi: le nostre banche prestano normalmente a tassi tropo ridotti ai grandi gruppi, rifacendosi poi su tutti gli altri clienti. L’unica eccezione sono le operazioni rischiose, i prestiti forniti a società grandi, ma fragili, il cui maggior pregio è la capacità relazionale del proprietario. I nomi di Zunino e di altri “capitani coraggiosi”, del presente e del recente passato, tornano alla mente. Se il nostro premier smettesse di parlare di ciò che non conosce e rivolgesse gli occhi verso casa, troverebbe “speculatori” ben più meritevoli di sanzione. Purtroppo, sia l’attuale governo, come il precedente e l’opposizione, sembrano soddisfatti con posizioni demagogiche ed autolesionistiche. Le normative seguite al caso Parmalat hanno chiuso il mercato del credito per quasi tutte le aziende italiane, bloccandone lo sviluppo; nel frattempo, invece, il mercato obbligazionario aziendale cresceva d’importanza in tutta Europa. Tale chiusura non ha portato alcun vantaggio alla tutela dei risparmiatori, lasciati in balia di strumenti ancora meno trasparenti ed ha lasciato le banche come uniche interlocutrici delle grandi aziende, regalando loro un business molto politico, ma non molto redditizio, che sottrae capitale e talenti che potrebbero essere impiegati per sostenere la vera spina dorsale dell’economia: le piccole e medie imprese. La soluzione non è una ulteriore camicia di forza, ma la rimozione dei vincoli che garantiscono alle banche la propria rendita di posizione.


Crosspost su Giornalettismo

giovedì, settembre 24, 2009

Banche, prove tecniche di sganciamento

Unicredito e Banca Intesa si preparano a dimostrare di poter fare a meno del soffocante abbraccio governativo.
Il 29 Settembre si svolgeranno i CdA di Unicredit ed IntesaSanpaolo. In quella sede, la dirigenza di entrambe le banche avrebbe intenzione di presentare misure straordinarie per raccogliere capitale, evitando il ricorso ai Tremonti bond. Come avevamo già riportato, Intesa punterebbe ad emettere uno strumento ibrido, una sorta di Tremonti Bond collocato presso investitori istituzionali. Unicredit starebbe pianificando un aumento di capitale vero e proprio, ma sinora il principale scoglio era la resistenza delle fondazioni bancarie che, congiuntamente, controllano la banca. Queste, per legge, dovrebbero ridurre gradualmente la propria quota, in modo da potersi concentrare sulla propria missione di supporto del territorio e delle opere a valenza sociale. In pratica, il processo è sempre stato molto lento e le partecipazioni bancarie sono state un utile fonte di cassa e di potere politico. Durante la crisi, Profumo ha però azzerato i dividendi pagati da Unicredit, esacerbando i malumori fra i propri azionisti-rentiers ed un aumento di capitale, privo del supporto degli azionisti più rilevanti, verrebbe accolto con notevole scetticismo. Uno spiraglio si sarebbe aperto ieri: alcune fondazioni sarebbero disposte a partecipare, se il dividendo venisse ristabilito. Adesso che la liquidità regalata dalle banche centrali permette profitti facili, almeno sulla carta, la proposta potrebbe essere accettata senza creare preoccupazioni sul mercato riguardo alla stabilità finanziaria della banca.

Mentre le sconquassate Banca Popolare di Milano e Banco Popolare, con l’aggiunta quasi certa di Monte dei Paschi e credito Valtelllinese, non hanno avuto altra scelta che piegare il capo ed accettare l’aiuto di Tremonti, le due banche maggiori potrebbero evitarlo. L’antistatalismo c’entra poco: il settore bancario ha sempre goduto e tuttora gode di ampi privilegi, in cambio della sottomissione ai voleri della banca centrale e di alcuni segmenti della classe politica, ma non ha mai dovuto rinunciare ad ogni margine di manovra e sottomettersi ad impegni espliciti, quali quelli richiesti dal ministro valtellinese; la distanza ideologica fra questo governo e la dirigenza di Intesa e Unicredit, inoltre, non aiuta di certo.

Se Tremonti volesse davvero riformare il settore o rompere le reni alla casta bancaria, abbonderebbero strumenti meno rozzi e per una volta estranei all’arsenale socialista . Per un governo sedicente liberale, esistono rimedi molto migliori di una battaglia dirigista per imporre dall’alto diktat politici e populisti, addolciti dalla carota avvelenata del denaro pubblico. Meglio, molto meglio indagare le cause dell’elevato costo dei servizi bancari in Italia e proporre semplici cure liberali. Invece di lamentarsi per le dimensioni delel banche in Italia, meglio sarebbe rimuovere gli ostacoli all’aumento della competizione bancaria, unico modo per ridurre i prezzi praticati alla clientela; aiuterebbe molto eliminare i sussidi e le garanzie che ancora fanno pretendere che nessuna banca, soprattutto le grandi, fallirà mai. E’ ora di rinunciare al patto scellerato per cui un cartello bancario è autorizzato a rapinare una clientela che, dal canto suo, non si prende neppure la briga di confrontare prezzi e condizioni, perché , tanto , “le banche non saltano”. Se questo governo si ricordasse di essere di centrodestra e non una riedizione del peggior socialcomunismo all’amatriciana o una replica economica del corporativismo da Ventennio, potrebbe farci un pensierino.

Crosspost con Giornalettismo e Macromonitor


giovedì, luglio 23, 2009

Barney Frank ne fa una giusta?

Non capita spesso, ma il presidente del "comitato finanza " del parlamento USA ha finalmente detto qualcosa di sensato quando propone di eliminare il monopolio legale delle agenzie di rating . Il modello delle agenzie è sicuramente inefficiente, ma in pochi ricordano il motivo per cui si è giunti alla corrente degenerazione: non si tratta di un mercato, ma di un oligopolio sanzionato dal governo.
Se persino un politico noto per i generosi contributi elettorali ricevuti dal mondo bancario ci arriva, siamo sicuri che potrebbero farcela molti dei "progressisti" di casa nostra e d'oltreoceano, impegnati ad andare nella direzione opposta: più limiti e più interferenze politiche.
clipped from www.ritholtz.com

One of my Pet Peeves: The Payola business models at Moody’s Investors Services, Standard & Poor’s and Fitch Ratings – meaning the debt securities underwriters pay them for ratings — is unchanged in Obama’s Treasury Department reforms. All they want is some more disclosures and a few restrictions.

Barney Frank, head of the chairman of the House financial services committee, on Tuesday endorsed measures that would overturn requirements that require the use of the credit ratings agencies.

“There are a lot of statutory mandates that people have to rely on credit rating agencies. They’re going to all be repealed,

blog it

domenica, luglio 19, 2009

Riflessioni mercatiste

Si continuano a sentire invettive contro i "mercati" che non funzionerebbero, ma talvolta mi cchiedo chi le pronuncia abbia mai controllato contro cosa si scaglia.
Il problema è che siamo abituati a chiamare "mercato" qualcosa che invece vengono manipolate a scopi politici e redistributivi, oppure non sono un mercato se non nel nome.
Il meccanismo di mercato funziona, sempre, ma è necessario che esista un mercato, un'arena dove una pluralità di compratori e venditori può interagire, senza coercizione. Quando osserviamo da vicino i cosiddetti "fallimenti di mercato, non è un caso che si scopra come siano invece frutto di pesanti interventi politici, sussidi e trattamenti di favore che hanno bloccato o distorto il funzionamento del mercato. E adesso, per "correggere" tali difetti, non si cerca di riparare il meccanismo, ma di distorcerlo ulteriormente, con il rischio che si infranga del tutto.
Prendiamo il caso dlela crisi dei mercati finanziari: si accusano la "speculazione" e i titoli tossici, ma chi è che ha sofferto di più? Proprio le istituzioni più sorvegliate e regolate dal governo, che hanno lavorato male, prendendosi rischi assurdi in base ad assunzioni errate. Tanto, sapevano perfettamente che il governo le avrebbe salvate, date le dimensioni e le garanzie implicite della regolamentazione bancaria.
Ricordiamocelo, la prossima volta che un Krugman o un Mucchetti qualsiasi blatereranno d'aumento dell'intervento pubblico: sono i politici ad aver creato, per stupidità, questa bolla. Dar loro ancora più potere garantisce soltanto che il danno sarà intenzionale e non accidentale, come la triste storia dell'economia europea è qui a dimostrare.

venerdì, luglio 10, 2009

La S.E.C. cerca di mettere una toppa al disastro californiano - e rischia di peggiorarlo

Il cane da guardia del mercato azionario americano vorrebbe imporre la quotazione su un mercato regolamentato per le cambiali che la California sarà costretta ad emettere a breve; si vorrebbe così aumentare la trasparenza del mercato e garantire prezzi più equi per chi dovrà vendere.
Una volta la S.E.C. impediva le frodi; adesso, si preoccupa di creare un mercato per cambiali che in teoria dovrebbero essere ripagate in pochi mesi, invece di preoccuparsi dei problemi che ha già per le mani.
La misura, se passerà, rischia di aggravare il problema e non di risolverlo. Le banche maggiori rifiutano di scontare i pagherò di Sacramento, come fanno invece con le normali cambiali ; vogliono forzare il governo a risanare il bilancio, invece di aumentare il proprio debito e non pagare i propri fornitori. L'intervento della S.E.C. rischia di ridurre la pressione per una riforma che riporti la spesa pubblica californiana a livelli ragionevoli. Da un lato, le banche perdono un'arma di pressione. Dall'altro, lo stato potrà collocare ancora più liberamente le proprie cambiali, creando un nuovo canale d'indebitamento, grazie alla maggiore liquidità ed al "marchio di garanzia" gentilmente fornito dalla S.E.C.
Ancora una volta, ili rimedio statalista è peggiore del male.

lunedì, aprile 20, 2009

Solo 25 banche falllite

Negli USA, le autorità hannno commissariato altre 2 banche regolate dalle autorità federali, portando il totale a 25 . I numeri, nella realtà, non sono certo eccezionali: durante una recessione, i tassi di fallimento dovrebbero essere molto più alti, in modo da permettere alle aziend epiù sane di prosperare ed alle nuove startup di avere spazio per crescere, a causa della minor concorrenza delle aziende in difficoltà, come accade in ogni altro settore di un'econmia non del tutto socialista.
Il problema non sono i 25 fallimenti adesso, ma tutti quelli che i politici hanno voluto evitare ad ogni costo, lanciando il segnale sbagliato a tutta la comunità finanziaria "esagerate pure, noi vi salveremo". Per non parlare delle decine di banche "zombie" , tenute in piedi dalle amicizie politiche e dai salvataggi continui. all'ombra dell amenzogna della "stabilità del sistema".

giovedì, marzo 26, 2009

Marc Faber: la manipolazione governativa è fonte di volatilità irrazionale

Dal blog di Marc Faber , uno dei guru dell'investimento in Asia

"Investors need to get used to the fact that when a market is manipulated by governments it becomes extremely volatile. Not just for equities but for everything. "

lunedì, marzo 02, 2009

Le parole contano: commissariare è una soluzione, nazionalizzare è soltanto un disastro

Il mio socio racconta oggi dei sospetti del mercato sulle "nazionalizzazioni". Sarebbe anche ora che si facesse chiarezza su di un termine ambiguo e potenzialmente pericoloso.

Il mercato al momento sta cominciando a scontare il rischio che non saranno soltanto gli azionisti, ma anche gli obbligazionisti a pagare un prezzo per le follie bancarie degli ultimi anni - ed ha ragione. In un mondo razionale, gli azionisti e gli obbligazionisti devono subire le perdite derivanti dagli errori dei dirigenti che essi stessi hanno eletto e le pratiche aggressive ed imprudenti che hanno finanziato.


Purtroppo, la moda dell'uso del termine "nazionalizzazione" ha invece contagiato perone al di sopra di ogni sospetto, come James Baker, influente ex-segretario di Stato repubblicano, e molti esponenti del GOP. Esiste un consenso bipartisan sulla via da percorrere? No; il termine è infatti impiegato per definire un procedimento ben differente da quello immaginato da democratici e socialisti vari à la Krugman. Innocui giochi sulle definizioni, allora? Neppure: impiegare quel termine abitua il pubblico a ritenere accettabili provvedimenti che porteranno ad esiti disastrosi.




Un provvedimento di nazionalizzazione che salvi gli obbligazionisti sarebbe completamente iniquo, perché i loro titoli diventerebbero garantiti di fatto dallo Stato, con un enorme aumento di pregio, invece di essere penalizzati i propri errori di valutazione.


Una nazionalizzazione, anche punitiva quanto una procedura di amministrazione controllata, sarebbe marginalmente migliore, ma comunque esiziale per la salute a lungo termine di una economi e di una società libera, Anche escludendo il pessimo segnale inviato agli individui - esagerate e sbagliate pure, pagheranno i contribuenti virtuosi.
Da un lato, nasconderebbe sotto una pioggia di denaro pubblico le tracce dei principali colpevoli: il potere politico e le burocrazie governative, da sempre legate a filo doppio all'attività bancaria tramite la manipolazione dell'unico settore sempre gestito in regime di totale monopolio politico: la gestione della moneta.
Dall'altro, un provvedimento di nazionalizzazione implica la proprietà statale, il che significa che il potere politico avrà il diritto di manipolare il credito a proprio piacimento, tramite pressioni sui dirigenti bancari: il risultato sarà un'ambiente dove i favoriti dai politici avranno ampio credito a tassi vantaggiosi, mentre tutti gli altri verranno lasciati, semplicemente, a secco. La storia abbonda di numerosi esempi di questo genere, a fronte di pochissimi casi virtuosi.



Come ho già scritto, una sana politica di soluzione del problema bancario passa attraverso i tribunali e la legislazione, non l'arbitrio governativo: la procedura di amministrazione straordinaria impedirebbe di ai politici di prendere il controllo delle banche nascondendosi dietro la facciata dell'emergenza; permetterebbe di mantenere operative le funzioni di base di un'azienda bancaria, ossia la fornitura di credito ed i servizi di pagamento; consentirebbe di ristrutturare il passivo delle banche, addossando le perdite alle parti che ne portano la responsabilità: gli azionisti che hanno percepito dividendi eccessivi, ma anche gli obbligazionisti.

L'assicurazione dei depositi verrebbe garantita, a spese del contribuente: si spera che il costo faccia aprire gli occhi ai contribuenti, rendendo espliciti i costi del fallimento di politiche di "garanzia" che garantiscono soltanto banchieri centrali e coloro che gonfiano il credito usando soldi altrui.



I politici non porterebbero tuttavia diluire, procrastinare e nascondere il risultato delle proprie follie tramite l'apporto di denaro pubblico a titolo di capitale e le magniloquenti dichiarazioni di "politica industriale": i panni verrebbero lavati in pubblico, finalmente.

martedì, febbraio 10, 2009

Gordon Brown , complice della crisi?

Uno dei principali consiglieri di Gordon Brown, ex boss della banca HBOS avrebbe licenziato il capo del risk management che lo avvisava dei rischi eccessivi in cui l'istituto stava incorrendo. D'altronde, sappiamo che la politica e il legame simbiotico e malsano che li lega alla parodia di mercato che va sotot il nome di "sistema bancario" è la causa remota di una crisi così grave. Che sia stata anche una causa molto più prossima è la ciliegina sulla torta

Fonte:
'Top Brown adviser sacked and gagged me for warning banks were taking too many risks', says whistleblower | Mail Online


martedì, febbraio 03, 2009

SImon Peres ha avuto una buona idea?

Perché non pagare un bonus ai sorveglianti, quando scoprono una frode sui mercati? Forse non sarebbero tanto disperatamente indietro rispetto alle banche che in teoria dominano, dirigono e regolano.

DealBook Column - What if Watchdogs Got Bonuses? - NYTimes.com: "Perhaps the most controversial idea over how to fix the regulatory system was suggested over a private Shabbat dinner hosted by the Israeli president, Shimon Peres, on Friday: why not pay bonuses to regulators for ferreting out frauds like Mr. Madoff’s? The bonuses could be paid with the bounty of fines."

martedì, gennaio 06, 2009

Mr. Madoff e le passeggiatrici

Leggendo DestraLab:

Mr. Madoff, fra l'altro, era un grande contribuente delle casse di quei membri del Partito Democratico che favorivano una regolamentazione più stringente. (fonte: WSJ)



Le donne di facili costumi sono, si sa, fra le maggiori contribuenti alle casse delle opere pie, in proporzione ai propri redditi... lo fanno per guadagnarsi il Paradiso, ma anche perché in fondo intuiscono che un certo moralismo ed un falso senso di protezione da parte di una Autorità legalistica, ma in fondo incapace, forniscono loro un ottimo terreno sul quale prosperare.
Bernard Madoff non era soltanto un truffatore, ma era anche stato presidente del Nasdaq, quindi aveva un'idea di come funzionasse dall'altra parte della barricata.
Un ex-vescovo divenuto trans, insomma.
Hat tip: DestraLab

lunedì, dicembre 22, 2008

Madoff, pagheranno caro, pagheranno tutto?

Il fango dell'affare Madoff raggiunge due grandi società di revisione, KPMG e PWC, che percependo laute commissioni avrebbero dovuto analizzare i bilanci e le operazioni dei feeder funds, ossia i fondi che investivano quasi esclusivamente nelle attività di Madoff.
Come hanno fatto a non accorgersi delle numerose anomalie, rilasciando invece anno dopo anno una piena certificazione dei bilanci e delle pratiche di investimento?
La consolazione è che, per quanto in maniera tardiva ed insoddisfacente, il mercato funziona: almeno loro pagheranno e pagheranno caro, in termini sia monetari che di reputazione, come già accaduto in passato. L'estremo è costituito da Arthur Andersen, che fu costretta al fallimento dal fallout dell'affare Enron.

Le agenzie governative, invece, non pagheranno mai per i propri errori : in teoria dovevano essere i feroci ed occhiuti cani di guardia di una società di intermediazione regolarmente domiciliatta negli U.S.A. e non in un Paradiso Fiscale; in teoria, avevano ricevuto denunce su Madoff a partire dal 1999; in teoria, ci si sarebbe dovuti insospettire di una società che gestiva decine di miliardi di dollari non avrebbe dovuto farsi certificare i bilanci da una società di revisione con un organico di sole tre persone.
In pratica, nulla è mai accaduto. Riflettiamoci, prima di sostenere che la soluzione a tutti i nostri mali è, semplicemente, un guinzaglio più corto ai mercati.


In Madoff’s Wake, Scrutiny of Accounting Firms - NYTimes.com

mercoledì, dicembre 17, 2008

Serviva proprio un Nobel

La nuova, brillante idea di Stiglitz: regolamentare ulteriormente i mercati. Peccato sia vecchia di almeno due generazioni, abbia prodotto una burocrazia elefantiaca, abbia instillato un senso di falsa sicurezza negli investitori per quanto riguarda tutto quello con scritto "banca" sulla facciata. E ci ha regalato Parmalat, Cirio, adesso Madoff.

Dopo settant'anni, avevamo quasi capito che il collettivismo non funziona, perché prevede che gli uomini diventino improvvisamente angeli impegnati a costruire il paradiso; l'effetto è di trasformare la terra in un Inferno.

Prima o poi il pubblico potrebbe persino realizzare che realizzerà quello che alcuni già sostengono da decenni: che anche nel campo della "regolamentazione" democratica, le migliori intenzioni sono spesso la causa dei peggiori abusi e delle negligenze più disastrose.
Il resto del pezzo apparso su Newsweek è un lucido esempio di delirio costruttivista e collettivista.


“Markets can’t rule themselves” says Joseph Stiglitz. We need “better regulation,” he says. Now there’s a novel idea. The SEC was set up by the Roosevelt administration 70 years ago. They were actually watching over Bernie Madoff’s company...and actually did a review of it in 2005 and 2007. Somehow, these ace regulators didn’t notice the biggest Ponzi scheme in world history...a scheme approximately 5,000 times bigger than the scheme of the eponymous Ponzi himself.

Better regulation? We know how to get more regulation. But what we don’t know is how to get better regulation. We don’t even know what it means. There were thousands of regulators on the job in New York City. Not one of them seems to have caught on to any of the great scams that were going on. Even when they were so obvious even we poor scribblers here at The Daily Reckoning warned about them for years. We said sub-prime would be a disaster. We told the world that hedge funds were a rip-off. We whined about high executive salaries and bonuses. We explained how the profits going to the financial industry were an aberration. We laughed at the pretentious nonsense of the investment engineers, the pious complicity of the rating agencies, and the reckless greed of the mortgage lenders. Housing...finance...private equity...hedge funds...the dollar – what did we miss? And a subscription to The Daily Reckoning is free!

Newsweek presses onward in its delusions:

“More government is the solution” says Brazil’s President Lula da Silva. The solution to what? We would like to know what problem – that was not caused by government itself – has ever been solved by government. We can’t think of any. But so the magazine lurches on...from one bit of claptap to another...from mass delusion to popular fantasy...from farce to dada.

mercoledì, novembre 12, 2008

Se lo ricordassero i regolatori...

La Institutional Risk Analyst è una società di consulenza che fornisce un servizio informativo vitale, in un mercato libero: analizzare le informazioni e fornire giudizi sull'affidabilità delle banche, non soltanto come emittenti di bond, ma anche ad altri livelli - quali i conti correnti ed altri strumenti di mercato monetario. In un settore bancario veramente libero, agenzie come IRA servirebbero a discriminare fra banche prudenti, ben patrimonializzate e ben gestite e banche rischiose, permettendo ai clienti di scegliere razionalmente. Il sistema attuale, purtroppo, lascia invece al buio i depositanti e carica il governo di rischi enormi.

"L'obbiettivo dovrebbe essere quello di migrare depositi ed attività dalle banche mal gestite a quelle prudenti e ben gestite".
Verissimo e razionale. Purtroppo i regolatori bancari hanno ottenuto l'effetto opposto, sia prima che durante la crisi attuale.
Buona parte dei problemi del credito sono il risultato dello scoppio di una bolla generata da due errori capitali delle banche centrali: l'eccessiva liquidità è il più conosciuto, ma più grave è stata la falsa fiducia generata dalle pntigliose regolamentazioni bancarie: hanno portato a credere che ogni banca fosse sicura, che il regolatore garantisse e supervisionasse ogni banca in maniera assoluta, portando quindi i potenziali clienti a non farsi domande sulla solidità e la prudenza delle istituzioni a cui vengono affidati i propri risparmi e portando i banchieri a prendersi rischi eccessivi, nella convinzione - corretta - che gli errori sarebbero stati pagati dal contribuente.

Le garanzie a tappeto di questi giorni stanno semplicemente andando nella stessa direzione: salvare anche banche che meriterebbero l'amministrazione controllata e la successiva vendita od ordinata liquidazione. Purtroppo questo esporrebbe la fallacia del modello attuale di regolamentazione collettivista, centralizzata e pianificata; per il momento è molto più facile accusare un "mercatismo" mai esistito nel settore bancario e continuare con politiche degne del pianoquinquennale o dell'IRI dei tempi peggiori

The Institutional Risk Analyst: View from the Top: A Prime Solution to the US Banking Crisis: "And we repeat: the object of better analytics is to drive good money to good banks. If we want a stronger financial system that can support lending to the US economy, then we must see money go from bad banks to good. A diffuse migration of deposit assets from high stress bank placements to low stress placements repositions aggregate economic capital so that on the margin it can better support new lending as opposed to mitigating good money after bad situational stresses."

venerdì, ottobre 03, 2008

Wachovia e Wells Fargo: il sistema si cura da solo, se soltanto lo si lascia operare

Il matrimonio forzato di Wachovia con Citigroup è sufmato, grazie all'offerta di Wells Fargo, che ha acquisito la banca di Charlotte pagando con azioni proprie per un valore di 15 miliardi di dollari.
Wells Fargo non ha chiesto nulla alla Fed, all'ente di tutela dei depositi (ch egli sta probabilmente o al govenro federale, al contrario di quanto aveva fatto Citigroup; si è limitata ad offrire un prezzo più basso, assumendosi tuttavia tutti i rischi dell'operazione.

L'operazione è importante per un motivo semplice: dimostra quanto fallaace sia l'idea che soltanto un intervento statale possa salvare il sistema, di quanto potrebbe addirittura ritardare la ristrutturazione del sistema, fornendo incentivi sistorti e false speranze.
In realtà, i compratori esistono, ma sorge il sospetto che la tentazione di scroccare qualche soldo al governo sia, per molte banche, troppo forte. E quindi ecco da parte dei compratori la richiesta di fondi, ecco le operazioni complicate con prestiti a basso costo, la richiesta di garanzie sulle perdite ed altri sussidi.

Per la banca in difficoltà, il "venditore", è più semplice sostenere che non sia stata l'imprudenza, ma la congiuntura a farla finire nei guai e che l'assenza di un compratore è colpa del "mercato", non del fatto che si richieda un prezzo troppo elevato.

Per fortuna, Wells Fargo non ricade in nessna delle due categorie e Wachovia ha preferito la soluzione decente. Ci hanno dato un bell'esempio.

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