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venerdì, ottobre 01, 2010

Tea Party Diffamazione: il giornalismo canaglia fa scuola

Il metodo di Marco Travaglio ed altri, ossia il mix fra interpretazioni tendenziose, mezze verità ed insulti puri e semplici , non ha soltanto origini lontane (Lenin, Mussolini e Bossi), ma anche un epigono americano: Matt Tabibi, bravo scrittore e pessimo giornalista. Per Rolling Stones ci ha già regalato un pamphlet anti-Goldman Sachs che è riuscito soprattutto a dimostrare quanto sia ignorante della materia di cui ha scritto; ha colpito solo casualmente qualcuno dei molti punti su cui sarebbe giusto criticare il settore bancario, salvo poi rovinare tutto con interpretazioni fra il paranoico ed il socialista (ossia la stessa scuola di pensiero che ha creato l'humus ideale per mostro che tanto detesta.
Adesso Tabibi si è messo a scrivere di TEA Party, con lo stesso metodo: incoerente e privo di senso, più che erroneo. Arrivando alla notevole conclusione, davvero imparziale e distaccata, che "sono tutti dei pezzi di m..." .
Confidiamo in un prossimo tour in compagnia del Marco nazionale.

lunedì, agosto 30, 2010

In quanti da Glenn Beck?

Lasciamo l'analisi dell'oceanica riunione tea-party organizzata dalla parte più socialmente conservatrice del poliedrico movimento a chi ne ha visto e a chi vi ha meditato più di noi. Faccimo notare come, in ogni caso, i media tradizionali abbiano pubblicato stime totalmente irrealistiche ed al ribasso riguardo al numero di partecipanti. Pajamas Media ha fatto alcuni calcoli, in maniera alquanto prudente ed il risultato è un multiplo di quello della TV mainstream ( e un po' sinistrorsa) CBS . A voi il giudizio sulla precisione dei calcoli, ma la conclusione rimane valida : "da qui si vede novembre2 , ossia l'ampiezza della mobilitazione antigovernativa che potrebbe causare sconquassi alle elezioni di Novembre.

lunedì, giugno 28, 2010

Un Tea (party) a Roma

Veni, vidi , vici? La strada è lunga, ma i primi passi sono stati fatti: sabato abbiamo avuto la soddisfazione di vedere il primo Tea Party a Roma, nonostante una meteorologia inclemente con tanto di pioggia monsonica ed una burocrazia altrettanto capricciosa (e per fortuna che, nominalmente, siamo tutti a destra).  In fondo, il semplice fatto che si sia tenuto un Tea Party a Roma, normalmente considerata città-simbolo dello statalismo, non può che essere di buon auspicio.
Oltre a Roma, questa settimana ha visto i Tea Party di Aversa  ed Alessandria. Avanti così, per ricordare alla nostra classe politica un fatto  semplice quanto scomodo: i livelli attuali di esazione fiscali non sono soltanto immorali e deleteri per i cittadini, ma anche dannosi per gli stessi politici. Una volta rovinati i contribuenti, di cosa pretenderà di nutrirsi l'ipertrofica macchina statale?

giovedì, giugno 24, 2010

Tea Party per la libertà

Perché manifestare contro le tasse, nonostante la crisi economica e le  "necessità di bilancio" che ci vengono smepre spacciate come essenziali e imprescindibili? Come ogni liberale dovrebbe credere, la libertà non è vera libertà se non puoi disporre liberamente di ciò ch ehai guadagnato o se devi ottenerle approfittando dele estorsioni a danno di qualcun altro. Da oggi cominciamo a poterci tenere i frutti del nostro lavoro invece di doverli cedere al Moloch statale, ma gli effetti del conttinuo drenaggio di risorse che vengono spesso sprecate si fa sentire tutto l'anno: la macchina statale è quasi  priva di quasi ogni vincolo alla spesa grazie alla retorica per cui ogni attività gestita dalla burocrazia è essenziale e quindi la nuova spesa viene sempre finanziata con nuove tasse, senza valutare la razionalità di tale spesa e senza pensare di tagliare i livelli di spesa pregressi. 


Per questo è ora di dire basta: non siamo il gregge, da tosare a piacimento del pastore. Siamo individui, ed è giusto che chi pretende di governarci sappia che non può mettere impunemente le mani nelle nostre tasche. Possiamo farlo Sabato a Roma, o Domenica ad Alessandria .


giovedì, giugno 10, 2010

Perle da Tea-Party

Dall'intervista de l'Occidentale, "L'Italia del Tea Party vuole meno tasse e più libertà"


A proposito di movimenti, nel Nord-Est le "Tute Bianche" sono contro le tasse che deprimono l'iniziativa e la creatività individuale

Sono contento che Luca Casarini se ne sia accorto. Forse dopo aver fatto l'estremista ha finalmente iniziato a lavorare, provando sulla propria pelle che vuol dire cavarsela da soli.

Anche la Lega si batteva contro un fisco troppo oppressivo

Fino a quando non è diventata forza di governo.



Ricordiamo ai quattro gatti che ci leggono e che possono (al contrario di chi scrive), che a Roma il 26 di Giugno il Tea Party Italia sarà in piazza a protestare per l'eccesso di Stato nella vita dei cittadini e a distribuire i moduli per richiedere al datore di lavoro il proprio stipendio lordo, abolendo quella servitù feudale che è il sostituto d'imposta.

martedì, maggio 11, 2010

Italian Tea Party: libertà si, stato no. Finalmente.




Arriva anche in Italia il Tea Party: libertà si, stato no: un movimento che si propone di contrastare la pretesa dei gruppi di pressione e della classe politica di disporre del nostro portafoglio come se fosse il loro. Un atteggiamento non soltanto deleterio dal punto di vista economico, ma letale per la libertà individuale: le risorse che vanno allo stato , infatti, riducono le nostre opportunità di perseguire i nostri fini nel modo che più preferiamo. Non importa quanto fintamente libertarie siano le leggi a sfondo etico o sociale: un governo che mette impunemente le mani nel nostro portafoglio, troverà sempre un modo per entrare prima o poi nelle nostre camere da letto, per non parlare del resto della nostra vita.

Primo appuntamento, l'ostica Prato. In bocca al lupo!





Hat tip: Camelot

venerdì, novembre 06, 2009

NY23: una lezione per la destra americana ed italiana

La vittoria repubblicana del 3 Novembre ha una rilevante eccezione, che suggerisce una lezione valida su entrambe le sponde dell’Atlantico: la destra vince quando è liberale a tutto tondo, non quando si contraddice diventando statalista sul piano etico.

I candidati del centrodestra hanno vinto in Virginia ed in New Jersey, ma hanno perso il seggio del 23mo collegio di New York. E’ vero che a New York il voto conservatore è stato diviso in due, con la candidata repubblicana ufficiale che, alla fine, si è ritirata appoggiando l’avversario democratico e spostando una componente non trascurabile di voti; l’establishment del partito si era tuttavia schierato dalla parte di Doug Hoffman, repubblicano che correva per il Conservative Party, ed il seggio NY23 è in teoria conservatore per un ampio margine. Virginia e New Jersey, al contrario, erano stati che avevano votato in massa per Barack Obama e dove i repubblicani non vincevano le elezioni statali da anni. La vittoria, insomma, era più probabile proprio dove il centrodestra americano è stato sconfitto.

Come fa notare Roger L. Simon , la differenza va probabilmente al di là delle differenze tattiche e contingenti nel voto. I candidati repubblicani vincitori hanno sottolineato un programma economico volto a ridurre spese e tasse, senza promettere agli elettori interventi sul piano etico. Hoffmann, al contrario, ha sì sottolineato il proprio liberalismo sul piano economico, ma lo ha accoppiato ad un forte interventismo etico, che vorrebbe legiferare su aborto ed omosessuali. Non solo, infatti, ha proiettato l’immagine di un politico disgustato dall’appoggio al piano di stimolo di Obama da parte della candidata ufficiale del GOP, Dede Scozzafava, ma è stato almeno altrettanto critico verso la sua tolleranza per l’idea dei matrimoni gay e per la possibilità di abortire per le donne. Il risultato è stata una sconfitta ampiamente evitabile. Con il suo comportamento, ha rinunciato ad una fetta rilevante dell’elettorato americano: quella fetta di individui (circa un quinto degli elettori) che non vogliono soltanto che lo stato tenga le mani fuori dalle loro tasche, ma anche il naso fuori dalle loro camere da letto.
Sono questi gli elettori che hanno contribuito in maniera determinante, quanto gli evangelici, alle vittorie del Partito Repubblicano negli ultimi trent’anni; sono anche il futuro, demograficamente parlando, del partito. Gli americani si sono insomma dimostrati favorevoli a candidati che promettano di tenere il governo fuori dalle vite dei cittadini sia nella sfera privata che in quella economica.

Non si intende con questo che i candidati socialmente conservatori debbano rinnegare le proprie scelte personali, oppure che queste non debbano essere rilevanti, tutt’altro; il neo-governatore della Virginia Bob McDonnell è un conservatore religioso a livello personale, ma ha vinto proprio perché ha puntato sui temi economici, senza polarizzare l’elettorato con un appello all’interventismo etico. Gli elettori preferiscono decidere direttamente quali siano i comportamenti eticamente accettabili, piuttosto che vederseli dettare tramite la coercizione legislativa. Ridurre la libertà, in ogni ambito, è, in sintesi, una scommessa molto pericolosa per i politici della destra americana: volendo escludere i “moderati”, i conservatori duri e puri sono in realtà divisi dal punto di vista etico e l’unico modo per mantenerne l’unità è quello di lasciare le scelte private al di fuori delle aule parlamentari (magari tramite referendum, come accaduto nel Maine). I fondamentalisti religiosi possono essere una componente estremamente organizzata, ma il loro voto non è più determinante di quello della numerosa e crescente componente libertaria.

In Italia, il PdL mostra da lungo tempo i medesimi sintomi che hanno procurato tanti guai al GOP: una deriva verso una visione corporativa e clericale della destra, schiacciata su di un proibizionismo etico mirante ad imporre per legge valori che andrebbero invece difesi, quotidianamente, da ognuno di noi. Non dobbiamo dare per scontato che una simile supplenza legislativa alla coscienza individuale sia gradita, neppure per gli italiani; si è potuto verificare il contrario in più occasioni. E’ tempo, anche per il PdL, di accettare il principio per cui il governo deve garantire le libertà dei cittadini in ogni ambito, senza volerne dettare minuziosamente i contenuti; probabilmente anche una maggioranza dei cattolici accetta che la persuasione e la pressione sociale funzionino meglio di una falsa virtù imposta per legge. Continuare sulla strada di un partito dedito a crociate moralistiche rischia di rinchiudere il PdL in un ghetto, impedendogli di cogliere il vero motivo della immensa popolarità del messaggio berlusconiano del 1994: una promessa di libertà, dopo due generazioni di Stato Etico.


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