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venerdì, marzo 26, 2010

Regionali: La Lega riesce ad essere più statalista del PD

Su Chicago Blog, una bella disamina delle promesse elettorali regionali, dal punto di vista del mercato. La miglior definizione dei programmi leghisti viene parlando di quello di Zaia: roba da Carta di Verona, il manifesto economico della Repubblica di Salò, vetrina del fascismo di sinistra, che coniugava collettivismo e manganello.
I programmi dei candidati, quando presenti, danno insomma ragione a Bossi quando parla di Lega "del popolo" . Nel senso di partito degno del Fronte Popolare: la Lega è ormai più statalista ed assistenzialista del PD e le sue politiche di spesa implicano una spirale del debito oppure una ripetuta rapina fiscale ai danni dei ceti produttivi. Se la cosa va bene a Maroni e Bossi, ex-sinistri, stupisce che qualcuno ancora s'illuda che il partito padano sia antitasse ed antistatalista. Quando li sentite urlare "basta tasse ", non significa che ne pagherete di meno: significa che le pagherete alla Casta Lumbard, dalla Trota Renzo Bossi in giù, invece che a Montecitorio. Non ci pare un gran cambiamento.

lunedì, agosto 10, 2009

Boiate rooseveltiane

La nostra opinione sull'infelice uscita del premier l'abbiamo tweetata poche ore fa: Berlusconi dovrebbe ricordarsi che è un premier di centrodestra e quindi attingere esempi liberali di promozione delle aree depresse. La signora Thatcher e l'esempio dello spettacolare successo di SUnderland o della Weslh Authority andrebbero benissimo; in mancanza di meglio e volendo fare i socialisti transitati a destra, suggeriamo la battaglia del grano e l'Agro Pontino. Sempre meglio che azzerare le probabilità di contrastare una egemonia culturale che sopravvive soprattutto grazie all'autolesionismo dell'avversario.
E' inutile che il premier si perda nei progetti di una università della libertà, se non riesce a togliersi le fette di salame rosso dagli occhi.

Per quanto riguarda il lato "nordico" della coalizione nazional-socialista, citiamo Phastidio:

"Delle due l’una: o i leghisti non capiscono un accidente di economia oppure sono in realtà dei piccoli socialisti che puntano a centralizzare le relazioni economiche su ambiti territoriali più ristretti di quello nazionale. Probabilmente si tratta di un mix delle due ipotesi. O forse si tratta solo di propaganda per i gonzi, chissà."
Tutte e tre, in egual misura. In Italia i partiti nascono liberali e muoiono socialisti - e rischiano di portarsi nella tomba il resto della nazione.
Sarebbe ora di smetterla di rimasticare politiche collettiviste da sempre fallimentare e cercare di proporre, finalmente, riforme liberali in grado di rilanciare l'Italia. Basta smetterla di farsi accecare dal Sol dell'Avvenire e guardare vicino, alle proposte dei liberali di casa nostra, dentro e fuori il Parlamento. E' chiedere troppo ad un ex socialista brianzolo e ad un ex comunista varesotto?

mercoledì, marzo 11, 2009

Tafazzi abita da Franceschini

Con proposte così, Berlusconi può dormire sonni tranquilli per altre due legislature senza fare assolutamente nulla. Noi anche, perché è molto meglio un governo che non fa nulla. che uno che da' sfoggio di socialismo clericale

ANSA.it - TopNews - Pd: una tantum redditi 120mila euro: "'Un contributo straordinario' per il 2009 di 2 punti sui redditi superiori ai 120.000 euro:e' la proposta del Pd annunciata da Franceschini. Il segretario ha annunciato che la proposta si tradurra' in un'iniziativa parlamentare e che servira' per finanziare 500 mln da destinare al contrasto della poverta'"

Alzare le tasse... Un programma che frutterà una valanga di voti.

Update: il tafazzismo impera anche a destra: Bossi apre alla proposta di Franceschini. Per fortuna che la Lega blaterava di essere il partito antitasse, altrimenti questa bella tosatura bipartisan come sarebbe uscita?
Se vogliamo esser esicuri di aumentare il sommerso e' evasione, continuiamo così, tartassando chi guadagna e fregandocene del resto.

lunedì, settembre 03, 2007

Guerre fiscali, tregue fiscali e finzioni tributarie

Romano Prodi e le cheerleader democratiche hanno ben poca ragione per lanciare anatemi contro Umberto Bossi e le sue (discutibili) dichiarazioni: il loro Ministro Dell'Economia ipertecnico ha impiegato il medesimo linguaggio del becero "senatùr", parlando di "finanziaria di tregua fiscale".

Il vocabolario impiegato dal Ministro dell'Economia smentisce chiunque pretenda che il governo sia animato da ideali di giustizia, a meno di non definire giustizia quella bolscevica o giacobina nel pieno del Terrore: se si parla di tregua, significa immaginare di essere in guerra con una parte della nazione, non certo a caccia di qualche evasore - compito che oltretutto spetterebbe a Vincenzo Visco e non certo a TPS. Evidentemente, si è trattato di un lapsus freudiano, che rimarca una volta di più la natura illiberale del Governo Prodi: con l'evasione, i sudditi si ribellano e di conseguenza meritano d'essere schiacciati, con ogni mezzo.

Da un certo punto di vista, tuttavia, non possiamo che dare ragione al ministro Padoa Schioppa: al di là delle trappole e dei metodi del suo collega alle Finanze, la radice del problema dell'evasione italiana è l'elevato consenso sociale di cui gode, con annessa impunità sostanziale per gli evasori.
In questo senso, il governo italiano è da alcuni anni in guerra contro una parte dei propri cittadini, che non ne riconoscono la legittimità - e la responsabilità è della nostra classe politica.

Una classe politica che è causa ultima dei propri mali, talmente ipocrita da avere adattato, al Fisco dal dopoguerra ad oggi la vecchia barzelletta sovietica sul lavoro: io fingo di pagarti, tu fingi di lavorare.
In Italia, il governo nel dopoguerra ha finto di elaborare un sistema fiscale talmente oneroso e complesso che, se applicato, avrebbe ridotto l'Italia al livello della Bielorussia, con somma gioia dell'elettorato "progressista"; chi produceva, dal canto suo, ha spesso semplicemente finto di pagare. Il pentapartito prendeva voti anche a sinistra, i comunisti inveivano, ma alla fine, forse perché la barzelletta era sovietica, facevano ben poco altro, salvo accodarsi alla mangiatoia quando possibile. E' nata così la perniciosa abitudine ad ignorare la legge, per necessità e per solidarietà verso un comportamento razionale per la propria sopravvivenza, di fatto disapplicando parte del codice tributario in vaste aree d'Italia; purtroppo si sono così avvantaggiati anche coloro che decidono di evadere totalmente.

Nel frattempo, l'arena competitiva è stata invasa dagli amici dell'arbitro. La destra, infatti, ha forse gli evasori, ma la sinistra statalista ha creato legioni di elusori, dotati di legale autorizzazione a dimezzare il proprio carico fiscale. "Imprenditori progressisti", grandi aziende, corporazioni varie di personaggi antropologicamente superiori hanno preso il controllo dell'apparato legislativo e di conseguenza, a colpi di leggine ad hoc degne del Governo Berlusconi, sono in grado di esercitare proficuamente l'elusione fiscale in totale impunità, disprezzando nel frattempo il volgare evasore, spesso troppo piccolo per potersi permettere il lusso di un paradiso fiscale, costose architetture societarie o legioni di avvocati e consulenti per superare la burocrazia a guardia della greppia di Stato.

Il risultato è che probabilmente esiste una fascia di lavoratori ed imprenditori che, anche volendo pagare il giusto, non potrebbe farlo senza fallire, a causa di una legislazione fiscale assurda ed applicata in maniera punitiva e discriminatoria.
La reazione prevalente diventa il muto, istintivo riconoscimento che il governo stia cercando di rinnegare un patto scellerato, ma tristemente necessario. Lo Stato ha creato il problema, lo Stato cerca, agli occhi di molti, di risolverlo nascondendolo sotto le macerie di un'economia che rischia di crollare dissanguata dagli errori e dalle ipocrisie istigati dallo Stato stesso.
Di conseguenza, le campagne di guerra finanziaria e psicologica di Visco, che pretende d'imporre il pagamento d'imposte mai disegnate per essere riscosse, rischiano di avere lo stesso effetto dei rastrellamenti tedeschi: molto odio, poco altro.
Capisco che sia difficile, per chi è vissuto con istinti di crociata e di rivoluzioni socialiste, ma è ora di smetterla di cercare d'imporre con la forza un sistema bacato sin dall'inizio, che se applicato provocherebbe il disastro. Almeno la teocrazia e il comunismo hanno il fascino dell'utopia, ma sfasciare una nazione per una ripicca fra professori di scienza delle finanze è soltanto squallido.


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martedì, agosto 21, 2007

La democrazia serve a qualcosa. Non a questo.

Bossi annuncia un referendum sullo sciopero fiscale. Buon colpo di teatro, anche se vagamente contraddittorio: lo sciopero fiscale serve proprio quando i produttori di ricchezza sono ridotti in minoranza, rispetto ai consumatori di ricchezza e non sono più in grado di controllare il risultato del sistema elettorale in campo fiscale, lasciando campo libero alla rapina, pardon, redistribuzione sociale.
Non sono certo, viste le posizioni leghiste sulla previdenza e sui servizi pubblici locali, che il risultato del referendum sarebbe del genere preferito dagli amanti del laissez-faire; il dubbio che mi resta è se siano soltanto gli istinti di buona parte del vertice ad essere statalisti, o se lo sia anche la base, soprattutto quella militante; in quel caso, purtroppo, la resistenza fiscale apparirebbe soltanto come un pretesto, o come un'arma da brandire contro il nemico di turno, non come uno strumento per ampliare la libertà dei cittadini.


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