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venerdì, gennaio 13, 2012

Evasione e Cortina: giusto pagare, ma non giochiamo agli apprendisti stregoni dell'oppressione


Una premessa: trovo sgradevoli i furbi che giocano ai finti poveri, soprattutto quando sono tanto stupidi da andarsene a spendere il bottino in località di lusso. Un’operazione come quella avvenuta a Cortina ha almeno il merito di coadiuvare la selezione naturale, migliorando forse il buon gusto dei superstiti. Trovo tuttavia che non sia da "liberali alle vongole" avere dubbi, proprio in quanto liberali, sul carattere quasi sacrale assunto dalla lotta all'evasione. Il caso di Cortina ha già suscitato considerazioni giustamente allarmate per la manipolazione mediatica e la rischiosa ’istigazione all'invidia sociale;più in generale, i metodi impiegati rischiano nel lungo periodo di essere peggiori del male, soprattuto nella prospettiva di chi desidera una società libera. Un liberale deve adattarsi talvolta a difendere l'indifendibile, per tutelare la libertà tramite il principio che i mezzi non giustificano i fini, soprattutto quando i fini sono tutt'altro che limpidi.Si sostiene ad esempio che la lotta all'evasione sia necessaria per ridurre in seguito la pressione fiscale e l'invadenza burocratica; il nobile fine giustificherebbe mezzi talvolta discutibili. Lo slogan in voga diventa "pagare tutti per pagare meno". Quest'argomentazione suona dubbia. Immaginiamo, come esperimento mentale, che l'evasione venga istantaneamente debellata, senza effetti secondari. Si alzi chi crede davvero che la nostra classe politica ridurrebbe le aliquote fiscali, invece che aumentare la spesa con il consueto mix di sussidi, protezioni e spese assistenziali alle aziende ed alle categorie sociali con maggiore influenza elettorale. Si tratta, in fondo, della triste storia avvenuta ad ogni aumento delle entrate fiscali in Occidente. Il problema di fondo è l’inerente conflitto d’interessi fra la classe politica ed i contribuenti in una democrazia assistenziale, quando si tratta di equilibrio dei conti. Per il contribuente la priorità è la riduzione del disavanzo fra entrate ed spese, minimizzando se possibile entrambe le grandezze, in modo da ridurre l’interferenza statale nelle scelte individuali. Per chi gestisce la macchina statale, l'aumento delle risorse intermediate è al contrario un bene di per sé, almeno per due motivi. Innanzitutto all'aumentare delle entrate aumenta il denaro di cui politici e burocrati decidono la destinazione, aumentando quindi il proprio potere sui privati cittadini. Una riduzione delle spese, al contrario, non porta ad alcuna utilità. In un sistema come quello italiano quasi tutti sono sia contribuenti che sussidiati; persino se un particolare individuo ricevesse esattamente quanto ha versato e non vi fossero costi per la gestione della redistribuzione, la gestione del suo reddito sarebbe grandemente in balia di scelte altrui, sebbene ne paghi comunque personalmente il prezzo. E’ per questo che la riduzione contemporanea di tasse e spese non è quindi interessante per la classe politica o burocratica: il calo della quota di PIL che passa fra le maglie della redistribuzione costituisce per essa un danno diretto ed immediato. Le conseguenze possono essere devastanti: dove lo Stato intermedia una quota sufficientemente grande del reddito nazionale, non la produzione e l'innovazione, ma la spartizione del bottino fiscale e la riduzione di quanto da pagare diventano le cause principali di prosperità individuale, con effetti devastanti sulla crescita che tanto desideriamo a parole. In secondo luogo, un aumento dei programmi di spesa e dei sussidi mirati rende giustificabile agli occhi dell'elettorato un aumento delle dimensioni della burocrazia necessaria a gestire tale intermediazione e quindi un aumento dei posti di lavoro a disposizione per i propri simpatizzanti e clienti. Il prestigio sociale dei burocrati come dei politici aumenta all'aumentare del denaro a disposizione; di nuovo, i migliori non produrranno, ma cercheranno rendite e posti garantiti, in modo da non essere fra le pecore, ma fra i lupi. Aumentano così la sclerosi della società e il regresso ad un mondo premoderno.È ingenuo pensare quindi che la classe politica scelga spontaneamente la strada della riduzione del prelievi o della semplificazione, che tanto ridurrebbe il proprio ruolo e la propria influenza. E’ necessaria una costante vigilanza dei contribuenti elettori. Di conseguenza, per un liberale la lotta all'evasione fiscale dovrebbe essere giudicata come ogni normale operazione di polizia e non come una santa crociata, prioritaria a ogni altra iniziativa; è persino possibile che tale crociata diventi una distrazione dall’obbiettivo di mantenere efficiente la spesa e minimizzare la pressione fiscale e che apra la porta ad abusi di potere. Oltre ad essere problematica dal punto di vista dei fini, l'appoggio a questa modalità di caccia all'evasore è dubbia anche da quello dei mezzi. Trovo curioso che chi condona la resistenza a leggi che violano la libertà individuale in tema religioso, sessuale o medico, ritenendo in errore permanente le autorità, ritenga che tale libertà possa essere violata facilmente in altri contesti perché in questi casi l'autorità divenga magicamente benevola. È naturale per ogni governo cercare di risolvere ogni problema richiedendo un aumento di prerogative, spesso con le migliori intenzioni, adducendo esigenze d'emergenza. Chi si dice liberale conosce l'obiezione a tali argomenti. Le misure temporanee diventano permanenti, quelle limitate vengono estese e diventano generali, poteri discrezionali dati a un governo rispettoso dell’individuo per nobili fini diventano armi liberticide nelle mani del sucessivo governo. Il controllo assoluto delle transazioni finanziarie permette una violazione della privacy quasi totale e si presta ad abusi immani; molti liberali hanno giustamente criticato le norme lesive della privacy contenute nelle leggi antiterrorismo, ma qualcuno vuole accettare provvedimenti identici per contrastare l'evasione fiscale, che non minaccia certo la vita e la libertà quanto i responsabili delle stragi delle Torri Gemelle o di Atocha.Mi si permetta di dubitare che in Italia avremo sempre governi, burocrati o pubblici ministeri che si asterranno dall'impiegare spurie accuse di evasione come pretesto per acquisire tutte le transazioni finanziarie di avversari ideologici e quindi ottenere informazioni utili per ricatti, calunnie o intimidazioni; mi si permetta di dubitare che non s'impiegherà la gogna mediatica a fini di esproprio o di lotta politica. Non comincio neppure a discutere degli abusi che verrebbero commessi da parte di funzionari infedeli, venali o corrotti in possesso di tali informazioni.Non è difficile immaginare quante informazioni sulla nostra vita privata un governo reazionario potrebbe inferire analizzando i nostri estratti conto, fra poco omnicomprensivi. Immaginate cosa potrebbe fare un governo interessato ad imporre una propria variante di Stato etico, sia esso di sinistra o di destra, con una tale base dati a disposizione: quali libri vi ostinate a comprare, quali brutte abitudini mantenete, in quali locali sospetti vi avventurate; quella parcella ad un medico in odore di aborti, quell'anestesista sospettato di aiutare a porre fine alle sofferenze dei propri cari, quelle donazioni a cause sospette diverrebbero immediatamente segnali per un governo, o peggio per una macchina burocratica intenta a mantenervi sulla retta via. Certo, potreste fare tutte queste cose all'estero, se vi fosse ancora pemesso esportare il denaro con cui pagarle, ma probabilmente vi saranno già norme per speculatori e disfattisti facilmente applicabili a qualunque indesiderabile.Ricordiamoci che uno dei cavalli di battaglia di Mussolini fu la lotta ai "pescecani", ai profittatori di guerra, oltre che ai facinorosi che minacciavano la quiete delle strade e la proprietà privata. Ad oggi si sentono echi della medesima retorica, aggiornata ai nostri tempi sociali. La proprietà minacciata non è più quella borghese, ormai ridotta a mero usufrutto a discrezione della volontà collettiva dalla nostra Costituzione; è quella quota dei due terzi della nostra vita che lo Stato pretende quale proprio diritto divino. La classe dirigente nominalmente liberale che governava l'Italia si illuse che il fine giustificasse i mezzi, salvo assistere inorridita all'uso sempre più perverso e indiscriminato di provvedimenti che aveva creduto limitati e temporanei. Potremmo essere ancora in tempo per non ripetere lo stesso errore.

sabato, febbraio 26, 2011

invidia

Avrei voluto scriverlo io. Grande Pietro. Sporcarsi le mani: un appello ai liberali

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domenica, febbraio 20, 2011

Quando avremo un Paul Ryan in Italia?

Non pretendiamo neppure la Thatcher o Reagan. Ci basterebbe avere come presidente della Commissione Bilancio uno come il pragmatico Paul Ryan, intervistato oggi dal WSJ, con la sua dettagliata "road map" per dimostrare che un futuro dove il governo sia meno invadente è possibile.
Per ora dobbiamo accontentarci di Giulio Tremonti, che scrisse bene una volta, nel 1994, e razzola male da una generazione. Ed è il meno peggio, oltretutto, ci dicono. La realtà non potrebbe essere più differente, ma la classe politica attuale è cieca e sorda a chiunque sia una minaccia anche minima ad una riduzione del proprio strapotere sulla vita e sulle tasche del singolo: il PD per programma, il PdL nella prassi mettono la museruola o il bavaglio a chiunque parli di mercato. L'unica "libertà" che piace è in realtà il privilegio ottenuto violentando il contribuente.

lunedì, agosto 30, 2010

Prodigi del collettivismo bipartisan

Il governo Berlusconi non sta dando grandi soddisfazioni al proprio elettorato liberale, ma sta paradossalmente attirando segmenti elettorali tipici della sinistra, secondo l'analisi di Luca Ricolfi. Da queste parti si è convinti che una robusta dose di libertà si ala miglior tutela anche per gli individui meno agiati, ma dubitiamo che sia questa la ragione per lo spostamento nel corpo elettorale. A questo punto, non possiamo che sottoscrivere l'esortazione di Hurricane:

Sarebbe buona cosa che il Presidente del Consiglio si ricordasse del proprio elettorato, perchè abbiamo l'impressione che i numerosi problemi di Palazzo, sembra lo abbiano un po' distratto, almeno stando a certe decisioni politiche. E qui sta la spiegazione di alcuni cali di consenso.


Dixit Ricolfi:

(...) lettura del quotidiano la Repubblica. Qui ho trovato la seguente definizione degli elettorati di destra e di sinistra: «È di destra chi vota avendo per guida i propri interessi, di sinistra chi vota pensando all’interesse collettivo» (Michele Serra). Un esempio perfetto di credenza metafisica, ossia di quel tipo di affermazioni che – non potendo essere confermate né falsificate – facevano andare in bestia il filosofo della scienza Karl Popper.


Per controllare la verità della credenza di Serra, infatti, dovremmo poter conoscere:

• qual è l’interesse collettivo (i migliori cervelli del ’900, compreso Kenneth Arrow, si sono arresi di fronte al problema);

• in che cosa consistono gli interessi di ogni individuo (ammesso che esistano, che lui li conosca, e che qualcuno li possa accertare);

• che cosa effettivamente farebbero i politici dei due schieramenti una volta al governo, e quale impatto le loro decisioni avrebbero sulle nostre vite (questioni che vanno ben oltre le capacità dei migliori analisti e futurologi).

Quel che possiamo fare, invece, è rispondere a una domanda assai meno ambiziosa: quali sono i gruppi sociali meno propensi a votare a destra (e quindi più inclini a votare Pd e Idv) e quali sono quelli più propensi a votare a destra (e quindi a scegliere Pdl e Lega)? La risposta, basata su una indagine nazionale condotta dall’Osservatorio del Nord Ovest nel 2008, è che Pd e Idv attirano laureati e diplomati, pensionati, dipendenti pubblici, lavoratori con contratto a tempo indeterminato, mentre Pdl e Lega attirano lavoratori autonomi, precari, disoccupati, giovani lavoratori, casalinghe.


Tendenzialmente, il Pd rappresenta la società delle garanzie, ossia l’insieme dei soggetti che già possono contare su varie forme di tutela, e sono quindi primariamente interessati a non perderle. Il Pdl, invece, rappresenta la società del rischio, ossia l’insieme dei soggetti più deboli o più esposti alle incertezze del mercato, per lo più dimenticati dalle organizzazioni sindacali. A quanto pare, dopo un biennio (quello dell’ultimo governo Prodi) in cui tutte le attenzioni della politica governativa si sono rivolte ai già garantiti, gli esclusi e i non garantiti hanno visto nel Pdl un’occasione di riscossa. Se questa ricostruzione empirica del voto ha qualche fondamento, la credenza che il voto a sinistra sia disinteressato e quello a destra sia autointeressato si trova improvvisamente di fronte un fatto imbarazzante: i segmenti più deboli della società italiana preferiscono la destra, quelli più tutelati preferiscono la sinistra.


Conclusione logica: se il voto a destra si fonda sugli interessi, e i deboli votano a destra, vuol dire che – secondo loro – la sinistra ha smesso di tutelarli. (...)


Luca Ricolfi Il Giornale

lunedì, giugno 28, 2010

Pere di saggezza

Non siamo mai stati dei fan sfegatati di Marcello Pera, laico fulminato a suo tempo sulla via di San Pietro, ma l'analisi che presenta nella sua intervista sul La Stampa (via Clandestinoweb) è centrata, anche se pessimista: gli italiani non vogliono una rivoluzione liberale e Berlusconi si è adeguato, non essendo né un Reagan né una Thatcher e valutando la popolarità nel breve periodo al di sopra di ogni considerazione da statista. Rimane il problema: le scelte alternative a Berlusconi sono apparse, nell'ultimo quindicennio, persino peggio dell'uomo di Arcore. Faute de mieux...

Per una vera destra d'impronta liberale in senso classico ci servirebbe qualcuno come Margareth Thatcher, in grado di accettare una temporanea impopolarità mentre dimostra che il mercato può fornire la soluzione che, erroneamente, si ritiene possa essere fornita soltanto dallo statalismo. Essendo questa l'Italia, non credo sarebbe impossibile, come pensa Pera, ma certamente difficile. Il periodo d'impopolarità non sarebbe brevissimo e vi sarebbe molto da spiegare: come ha ben detto Camelot, questa nazione ha conosciuto in un secolo una sola politica economica, quella statalista e corporativa. Purtroppo per noi, è ormai evidente che il termine "impopolare" è bestemmia nel vocabolario berlusconiano e si preferisce galleggiare, a destra come a sinistra, accanandosi a mantenere in vita quello che Antonio Martino ha precisamente  definito lo stato sociale catto-comunista.A spese nostre, s'intende.

venerdì, giugno 18, 2010

Liberali, liberal e socialisti italioti

Spiace contraddire Enzo, ma purtroppo i liberali pro-spesa pubblica non sono una specie tutta italiana. Si chiamano "liberal" e sono socialisti che si nascondono dietro un termine che hanno violentato dopo averlo scippato ai veri liberali, esattamente come sta succedendo in Italia. Pirla noi liberali veri che abbiamo lasciato fare dai tempi di Zanone, passando per d'Alema per arrivare a Tremonti prime ed agli innumerevoli socialisti non pentiti che infestano la destra italiota.

mercoledì, giugno 16, 2010

Economia sociale ? Socialista

Altro che economia sociale di mercato, come ironizzano Libertiamo.it: sono troppo gentili con lorsignori in Parlamento. In Italia stiamo sperimentando quella che definirei economia socialista con elementi parodistici di mercato; non offendiamo il povero Erhard, che inventò la definizione di "economia sociale di mercato"; rispetto ai nostri politici sembrerebbe un incrocio fra Ron Paul e Mrs. Thatcher. Nella nostra povera penisola, abbiamo prima avuto la gioia della "terza via" corporativa, poi la "terza via" della cosiddetta economia mista, con i risultati che tutti conosciamo: lo spreco dell'occasione storica del miracolo economico, l'arricchimento di una vasta classe di sottogoverno e di faccendieri dediti alla raccolta di rendite parassitarie o quasi ed erroneamente definiti "imprenditori", l'impoverimento e la sclerosi di una nazione intera. Prima di blaterare di mercatismo, dovremmo smetterla d'illuderci di aver trovato terze vie, chimere che permetterebbero ai politici di avere la botte piena da spartire con le proprie clientele e la moglie ubriaca che lavora in maniera efficiente.

lunedì, aprile 26, 2010

Se Putin è liberale, Fini è Cavour

Il termine liberale, si sa, è merce rara che ha sempre attirato numerosi scippatori: in America è stato ormai sequestrato e pervertito dai socialdemocratici, che hanno il vezzo di definirsi "liberal"; analoga sorte rischia di fare nel Regno Unito, dove il girotondino Clegg sta facendogli fare la stessa fine. In Italia, pare, ci stiamo adeguando.
Gianfranco Fini non è mai stato un liberale DOC, ma ci chiediamo che razza di liberale stia diventando Silvio Berlusconi, se si rallegra di avere Vladimir Putin come docente dell'Università del pensiero liberale. Un liberale come l'antisemita e protezionista Zhirinovsky, probabilmente: di nome, ma non certo di fatto.

Hat tip: Phastidio, La Sentinella

lunedì, aprile 19, 2010

Libertiamo, Fini e la deriva leghista

Su Libertiamo, alcune precisazioni sul supporto del gruppo a Gianfranco Fini, su cui qui si concorda ampiamente. Avrei solo una nota aggiuntiva: il problema con la Lega non è che ha "completamente derubricato dalla sua agenda la questione meridionale", visto che non l'ha mai avuta in agenda. E' che un partito liberale può collaborare strettamente con chi è nato "con l’obiettivo di liberare il Nord dall’eccesso di statalismo ed assistenzialismo", visto che è un obbiettivo comune. Diventa molto più difficile farlo con un partito che si è completamente dimenticato le proprie origini e rischia una visione etnoassistenzialista, nociva per sé, per il territorio dove è egemone e per il resto d'Italia.
Per concludere, è da sottoscrivere in pieno il suggerimento di Antonluca: per chiarire quale sia la radice del problema per l'intero PdL, al di là di Fini, basterebbe rileggersi il programma del 1994 e provare a rtenerlo a mente, nel futuro prossimo.

lunedì, gennaio 18, 2010

Viva Piñera ! Il Cile torna a casa. Noi, invece?

In Cile, finisce l'era democristiano-socialista e si torna ad una destra liberale, per la prima volta dalla fine del regime di Pinochet. Ricorda qualcosa? Ci provammo anche noi nel 1994, ma siamo solo riusciti a tornare a Fanfani.

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Sebastián Piñera vence a Eduardo Frei con un 51,61% contra un 48,38%

Si conferma l'esito del primo turno alle presidenziali del Cile, una nuova maggioranza di centrodestra alle redini di Santiago, finisce così l'epoca della concertacion tra socialisti e democristiani succedutasi agli anni della dittatura Pinochet.
La piattaforma programmatica del nuovo presidente Sebastiàn Pineram, un imprenditore prestato alla politica, è una piattafora liberale.
Il fatto, dopo l'asseverazione popolare del golpe anti Zelaya in Honduras da parte del Gen. Micheletti, un golpe alla fine nel risultato delle urne giudicato dalla gente un male minore in confronto alla concreta possibilità di una riforma forzosa in senso social-comunista prossima ad essere imposta da Zelaya, segna una svolta nel cambio di clima politico all'interno del continente sud-americano.
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HT Roark, The Right Nation

mercoledì, ottobre 28, 2009

Città private, una realtà di successo per 40 milioni di americani

Il volume "Libertà e istituzioni nella città volontaria" parla delle città private, ossia di quelle comunità che si organizzano al di fuori dell'imposizione di regole di tipo statale. Recensiscono bene alla Libreria del Ponte:

Un grande successo di libertarismo applicato: l'esempio delle città private americane

Nelle nostre realtà urbane, le regole d'uso del suolo e le infrastrutture e i servizi territoriali sono stati tradizionalmente garantiti dall'amministrazione pubblica.
In tempi recenti stanno invece guadagnando sempre più spazio forme volontarie e private di organizzazione della convivenza e di fornitura autonoma di servizi comuni, che si fondano sull'accettazione volontaria di un insieme condiviso di regole per la cura del proprio ambiente di vita.Si tratta di piccoli quartieri o addirittura piccole cittadine residenziali, chiusi, all'interno dei quali l'organizzazione degli spazi, dei servizi, ecc. sono decisi dalla comunità che li abita, e non dall'amministrazione pubblica

Come è noto, questo tipo di forme associative volontarie a base territoriale si sta sviluppando soprattutto negli Stati Uniti, dove circa quaranta milioni di statunitensi vivono in comunità di questo genere.


E' ora di smetterla di fingere che lo stato sia l'unico modo per fornire beni pubblici. I privati, sia in forma cooperativa che aziendale, possono svolgere tali compiti come o meglio di una burocrazia governativa, protetta dalla politica. Esistono soluzioni migliori di quella classica, ossia abbandonare la scelta pubblica nelle mani delle decisioni di una maggioranza spesso poco informata, oppure di politici di fato irresponsabili.

lunedì, ottobre 26, 2009

Il Compagno Obama non ha tempo per il muro di Berlino.

Barack Obama volerà ad Oslo per ricevere il premio Nobel per la Pace. Non avrà tempo, invece, per presenziare ai festeggiamenti per il crollo del Muro. Evidentemente il Compagno Presidente non trova nulla da festeggiare nella maggiore vittoria della libertà e degli USA, allineandosi a molti altri ex-comunisti, collettivisti e compagni di strada assortiti.

Il sospetto che l'attuale Presidente americano sia molto più a sinistra di quanto si creda è sempre stato presente. Fra i propri maggiori consiglieri spiccano figure quali l'ex terrorista Bill Ayers, il comunista dichiarato Van Jones e la "maoista" Anita Dunn; il sostegno alle cause antiamericane e l'odio per la difesa della libertà individuale sono una costante nelll'ambiente delle associazioni no-profit e ONG come ACORN, che prosperano distribuendo denaro pubblico in cambio di appoggi clientelari; questo è l'ambiente dove Obama è cresciuto professionalmente e che lo hanno sostenuto durante la campagna elettorale.
Poche settimane fa, il Presidente aveva deciso di festeggiare l'anniversario dell'invasione sovietica della Polonia con l'eliminazione dello scudo missilistico sopra l'Europa del'Est: il presidente di quello che una volta era il mondo libero marcava i settant'anni dall'inizio della riduzione in schiavitù di metà del continente europeo con un gesto di acquiescenza verso le mire espansionistiche della Russia, uno stato al cui vertice segue un apologeta del tiranno Stalin. Alla luce delle preferenze culturali dei suoi collaboratori e delle scelte in questi mesi, non ci si sorprende di chi si diverte a disegnare Barack Obama come un nostalgico del socialismo. Un motivo in più per essere amato da quei nostalgici che in fondo non si danno ancora pace per la fine del più tirannico e criminale dei regimi moderni e che preferivano la bugia di un mondo di eguali nella miseria, rispetto alla promessa di una libertà in cui ognuno è responsabile delle proprie scelte.

martedì, ottobre 06, 2009

Battaglie autolesionistiche

Forse ha ragione mariosechi.net e questa sarà la madre di tutte le battaglie per Berlusconi, ma mi pare che sia una guerra che poteva essere tranquillamente evitata, se il premier avesse seguito i suoi stessi precetti. Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Una battaglia liberale per limitare certi "poteri forti", tramite riforme volte a ridurre le rendite garantite da leggi dello stato e dalla protezione delle burocrazie, avrebbe avuto il sostegno popolare e l'assenza di sospetti di giocare per puro interesse personale o sete di potere. Purtroppo i mezzi impiegati dal premier e da Giulio Tremonti sono stati illiberali, facendo sorgere il dubbio che non si desiderasse un'evoluzione liberale, ma che le casematte del privilegio cadessero intatte nelle proprie mani.
Come si è già scritto, invece di tuonare contro le banche e poi cercare d'asservirle, sarebbe stato preferibile riformarne lo status di privilegio e cessare di proteggerne quote di mercato e rendite di posizione. Lo stesso discorso vale per la stampa o per la magistratura. Qui si tifa soprattutto per il centrodestra, e quindi, per ora, anche per Berlusconi. E' ora però di combattere con strumenti che garantiscano un'evoluzione liberale della nazione, altrimenti vinceremo ogni battaglia, per perdere la guerra.

domenica, settembre 27, 2009

Germania contro Portogallo, liberali contro socialisti? Affare fatto

Spiacente per gli amanti del Fado ( e sicuramente le pagine di certi giornali di sinisitra), ma non credo proprio che il risultato elettorale del Portogallo controbilancerà quello in Germania la Germania. Soprattutto una Germania dove i liberali del FDP incrementano del 50% i propri voti ed arrivano al 15 per cento. Potrebbe essere la dimostrazione che non è necessario sbandare a sinistra o darsi alla demagogia per avere buoni risultati elettorali anche durante una crisi; potrebbe anche trattarsi del freno alla deriva centrosinistra di Angela Merkel.
Ultima noticina: ci piacerebbe che anche in Italia il premier decidesse di governare con i liberali. La grande coalizione con i resti del partito socialista non ci sta portando molto lontano.

Non sono comunista. Al contrario del nostro premier

Spiace contraddire il socio Phastidio e l’ottimo Carlo Stagnaro, ma non siamo noi ad essere comunisti. E’ Silvio Berlusconi che sembra diventato comunista, da socialista che era.

E’ in ottima compagnia, visto quello che è accaduto a Giulio Tremonti: un altro socialista brevemente diventato liberale e ritornato socialista in salsa corporativa, come il mai abbastanza vituperato Alberto Beneduce, nazionalizzatore e becchino dell’economia italiana, prima come simpatizzante socialista e poi come fascistissimo socializzatore da destra, senza dover cambiare una virgola delle proprie ricette. Oltre a quanto già fatto notare da Carlo, vorrei aggiungere alcune considerazioni.

REALTA’ VERSUS PROPAGANDA - Le affermazioni del nostro premier sono innanzitutto smentite dalla realtà dei fatti: se la preoccupazione berlusconiana è che i prezzi sono troppo volatili e una regolamentazione,fino al divieto dell’uso di derivati, sarebbe la cura, il rimedio previsto è molto peggiore del male. Numerosi studi chiariscono come i mercati più volatili non siano quelli più liquidi e dotati di strumenti finanziari derivati, ma proprio quelli dove tale attività è vietata o dove i governi intervengono pesantemente, come nel caso del riso. L’esempio più estremo di fallimento dello Stato è quello delle cipolle; nel 1958 il Congresso USA vietò la “speculazione” in derivati; il risultato fu un aumento della volatilità e non una sua diminuzione; il mercato è tuttora uno dei più instabili. Se invece la speculazione è maligna soltanto quanto spinge i prezzi in una determinata direzione, il discorso diventa incoerente e contraddittorio: innanzitutto, quale sarebbe la speculazione cattiva? Quella che spinge i prezzi al ribasso o al rialzo? La speculazione “al rialzo” disprezzata per gli effetti sui prezzi degli idrocarburi è la stessa speculazione che viene salutata come patriottica, quando spinge i pezzi di titoli di Stato e cartolarizzazioni di immobili, massimizzando così le entrate per il Tesoro e riducendo la spesa governativa per gli interessi sul debito.

PRIMA E DOPO – La speculazione immobiliare era considerata sanissimo investimento, finché i prezzi salivano; recentemente, ci si lamentava per il ribasso di azioni ed obbligazioni accusando gli “speculatori”, mentre la vera bolla di cui subiamo gli effetti negativi era avvenuta in un mercato al rialzo ed i ribassisti si limitavano a scommettere su di un ritorno a prezzi razionali. Abbiamo avuto il paradosso di un governo che auspicava un calo dei prezzi del petrolio e, contemporaneamente, apprezzava le quotazioni stellari di ENI, gigante energetico parastatale il cui prezzo in Borsa è diretta conseguenza del costo dell’oro nero. Per quanto riguarda le materie prime alimentari, ci si scagliava pochi mesi fa contro i rialzi “pazzi “dei prezzi, mentre ora il ministro Zaia blatera sui danni dei bassi prezzi del latte e delle derrate alimentari; il ministro pare dimenticare la lunga e fallimentare storia di sussidi, regolamentazione e manipolazione dei prezzi dl latte da parte dei governi nazionali e della UE. L’unica coerenza, pare, è quella con i desideri dei politici e delle loro clientele, purtroppo quasi sempre conflittuali, oltre che lontani da ogni parvenza di efficienza di mercato e tutela dei consumatori. Se questi discorsi nascondessero il desiderio di prezzi manipolati o fissati per legge, si potrebbe notare che questo desiderio porterebbe rapidamente alle peggiori politiche socialcomuniste e corporative, una riedizione moderna delle grida manzoniane e dei prezzi amministrati; una ricetta sicura per la miseria, come è stato dimostrato negli ultimi quattro secoli. Un’inclinazione di questo tipo è, appunto, roba da comunisti, signor premier, non da liberali.

CHE SUCCEDE? – A questo punto, potrebbe sorgere il dubbio che una parte della classe “dirigente” del centrodestra non abbia capito nulla degli ultimi vent’anni e che, in cambio , ci abbia preso in giro per tre lustri. Sarebbe, purtroppo, in buona compagnia: anche in Gran Bretagna, i laburisti si stanno riscoprendo statalisti anche nella retorica, dopo aver passato dieci anni ad imbambolare gli elettori cianciando di libertà e capitalismo, concetti seguiti a singhiozzo. Nella pratica, il governo Brown ha sperperato le entrate straordinarie del boom sprecandole in spesa assistenziale, arrivando poi ad alzare le tasse nella maniera più subdola possibile per non svelare il trucco. Escludendo la truffa ai danni dell’elettorato, oltre che della verità e della razionalità, non ci resta che sperare che Berlusconi e Tremonti recuperino l’uso della ragione e, magari, ricomincino a leggere e far di conto. In alternativa, sarebbe apprezzato un loro rientro nell’alveo della sinistra che ci ha regalato Fanfani, De Mita, Intini, De Michelis, il peggior debito in tempo di pace della storia occidentale moderna e la lenta sclerosi di una nazione intera, prima di farsi spazzare via dal crollo del Muro di Berlino, che obbligava l’elettorato moderato a turarsi il naso e votarli comunque. Dispiacerebbe dover parafrasare Ronald Reagan e dire “Non ho mai lasciato il PdL. E’ il PdL ad avere lasciato me” causa sopraggiunta deriva socialista.




venerdì, settembre 11, 2009

Fini , rifondatore di Forza Italia?

L'ipotesi di Italia Oggi suona intrigante: Fini vorrebbe fondare il nuovo partito liberale . Le posizioni di Fini al momento ricalcano sempre più quelle della Forza Italia del 1994. Che sia ora di riprendere quel progetto? In fondo, il Fini del 1993 stava già cercando di rendere l'allora MSI in un partito conservatore e liberale, con il plauso, ai tempi, di nientepopodimeno di Vittorio Feltri. La discesa in campo di Berlusconi fece sì che il desiderio di un "partito liberale di massa" fosse intercettato dalla Forza Italia originale, che tuttavia sembra poi poi averlo perso per strada sul finir degli anni '90, in favore di una riedizione del pentapartito.
Sarebbe auspicabile, per la destra e per il paese, riprendere quel cammino interrotto dopo la sconfitta del 1996. Rimane da vedere se è possibile, o se la sclerosi si sia già spinta troppo oltre. Per chi credesse che il PdL sia allo stesso livello del Polo di allora, ricorderei che siamo passati dai "professori" liberali a Bondi e Scajola (per tacere di altri), da Tatarella a Gasparri, da Miglio e Pagliarini a Calderoli, Cota e Borghezio.


Hat Tip: Hurricane_53

venerdì, settembre 04, 2009

Elaborare per differenziarsi

Crossposted su Libertiamo:

- Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha dato prova di buonsenso nella sua recente intervista al Corriere, su due temi importanti: l’importanza del dibattito e dell’elaborazione interna al Pdl e la necessità di evitare le tentazioni da Stato etico sulla legge del fine vita.
E’ corretto chiedere che il Pdl accetti la sfida della Lega e del Pd riguardo all’elaborazione intellettuale ed alla presenza sul territorio: inutile lamentarsi, se non si dibatte e non si elaborano proposte; se non ci si radica sul territorio, poi, non è certo colpa di Bossi e soci. E’ importante per il futuro del Pdl che tali sviluppi non siano semplicemente la scopiazzatura delle posizioni e delle pratiche altrui. Il Pdl ha una sua specificità, quella della difesa della libertà nella sicurezza, che è invece praticamente assente negli altri partiti italiani. Sarebbe utile all’intero Pdl che tale specificità venisse valorizzata, nelle proposte di legge e nella pratica sul territorio.
Un esempio spicciolo: è possibile venire incontro alle esigenze locali rimuovendo paletti e costi, invece che aumentando tasse e norme, ossia la conseguenza delle soluzioni normalmente indicate da Lega e dal Pd.
E’ altrettanto possibile, in Parlamento, proporre soluzioni ai problemi attuali che riducano, invece di aumentare, il peso dello stato e dell’intervento governativo. Questo approccio rappresenterebbe una reale novità, offrirebbe una concreta alternativa a tutto il panorama politico italiano. Sarebbe coerente con il messaggio del 1994, quello che portò al successo Silvio Berlusconi e che si è poi appannato, generando in maniera determinante le difficoltà (e il disincanto) degli anni successivi.

Si tratta di una strada sicuramente più ardua che una semplice “variazione sul tema” dello statalismo, caro al resto dello spettro politico. E’ una strada che passa attraverso un confronto serrato, nel quale le culture politiche non liberali del Pdl saranno chiamate ad accettare la sfida della competizione interna, non tanto e non solo sui singoli temi, quanto soprattutto sulla filosofia sottostante all’azione legislativa e di governo: gli obiettivi possono rimanere invariati, ma l’angolo dal quale vengono affrontati deve necessariamente cambiare. Ancora, è un percorso che passa atraverso la necessità di un rinnovato e concreto impegno per coloro che più si riconoscono nell’ idea liberale. Se, al contrario, siamo interessati soltanto a costruire l’ennesimo clone partitico, tanto vale ammettere che Lega, Udc e Pd sono più che sufficienti per una nazione collettivista.

lunedì, agosto 10, 2009

Boiate rooseveltiane

La nostra opinione sull'infelice uscita del premier l'abbiamo tweetata poche ore fa: Berlusconi dovrebbe ricordarsi che è un premier di centrodestra e quindi attingere esempi liberali di promozione delle aree depresse. La signora Thatcher e l'esempio dello spettacolare successo di SUnderland o della Weslh Authority andrebbero benissimo; in mancanza di meglio e volendo fare i socialisti transitati a destra, suggeriamo la battaglia del grano e l'Agro Pontino. Sempre meglio che azzerare le probabilità di contrastare una egemonia culturale che sopravvive soprattutto grazie all'autolesionismo dell'avversario.
E' inutile che il premier si perda nei progetti di una università della libertà, se non riesce a togliersi le fette di salame rosso dagli occhi.

Per quanto riguarda il lato "nordico" della coalizione nazional-socialista, citiamo Phastidio:

"Delle due l’una: o i leghisti non capiscono un accidente di economia oppure sono in realtà dei piccoli socialisti che puntano a centralizzare le relazioni economiche su ambiti territoriali più ristretti di quello nazionale. Probabilmente si tratta di un mix delle due ipotesi. O forse si tratta solo di propaganda per i gonzi, chissà."
Tutte e tre, in egual misura. In Italia i partiti nascono liberali e muoiono socialisti - e rischiano di portarsi nella tomba il resto della nazione.
Sarebbe ora di smetterla di rimasticare politiche collettiviste da sempre fallimentare e cercare di proporre, finalmente, riforme liberali in grado di rilanciare l'Italia. Basta smetterla di farsi accecare dal Sol dell'Avvenire e guardare vicino, alle proposte dei liberali di casa nostra, dentro e fuori il Parlamento. E' chiedere troppo ad un ex socialista brianzolo e ad un ex comunista varesotto?

sabato, agosto 08, 2009

Cicchittiamo/2

Le intelligenti osservazioni di Destralab al mio post precedente mi hanno fatto riflettere e dover precisare alcuni punti

Sono assolutamente d'accordo con lei sulla necessità del dialogo fra le diverse "anime"dell'area non collettivista, tanto da essermi preso le mie dosi d'insulti nelle varie "guerre culturali" della blogosfera. Il mio problema non è nei confronti degli ex, ma di quelli che non lo sono ancora . Mi spiego: alcuni nel PdL non pensano come ex socialisti o ex-democristiani, pronti ad influenzare il programma, ma consci del fatto che il PdL è un partito di destra, con tutto quello che questo implica in termini di principi liberali e conservatori. Pensano ancora come se fossero socialisti e democristiani e potessero utilizzare il PdL come utilizzarono la DC , un veicolo per spostarne voti ed influenza da destra a sinistra e usurpare uno spazio non loro.

Laddove molti liberali son spesso più che disposti a cercare compromessi nell'ambito dei temi cari a queste componenti, io vedo invece spesso un muro di "valori non negoziabili" da parte cattolica e socialista, oltre che, purtroppo, una tendenza a criticare ogni difesa dei valori liberali e conservatori nel PdL come "arroccamento estremista" liberista o laicista, o a trascurarli in toto. Sono felicissimo di dialogare all'interno del contesto di un partito di centrodestra con chiunque si riconosca nei valori di questa tradizione; mi spiace vedere che alcuni, pochi per fortuna, lo vogliono far diventare un partito di centrosinistra, cristiano o socialista (craxiano, per fortuna).

Chiosa: fra questi ex-non-ex, Cicchitto c'entra solo incidentalmente. Altri, purtroppo, sono molto, molto peggio.

lunedì, luglio 13, 2009

Speculatori più prudenti dei banchieri?

Il rialzo di Borsa degli ultimi mesi ha distolto l’attenzione dalle discussioni sulla riforma europea del settore finanziario. Si tratta di proposte demagogiche, che aggraveranno il problema e che puntano a punire un settore impopolare, ma che si è dimostrato più prudente e sano di quello favorito dai governi

La variegata comunità dei gestori di fondi alternativi, dagli hedge fund a quelli di private equity, non è particolarmente amata e non ha mai fatto nulla per esserlo. Gli eccessi nel consumo sono stati eclatanti e le loro pratiche, sicuramente più aggressive di quelle degli attori tradizionali, li hanno resi i soggetti più impopolari nel panorama finanziario: un ministro tedesco li definì gentilmente “locuste”; l’ultima enciclica papale è stata riassunta da Milano Finanza con un titolo che suonava “La scomunica del Papa sugli hedge“.

DAGLI ALL’UNTORE – La pubblicità negativa li ha resi sicuramente invisi al grande pubblico e li ha trasformati nel capro espiatorio perfetto per la crisi finanziaria in atto. Le conseguenze non si sono fatte attendere: a Febbraio, Francia e Germania hanno cercato di proporre regole draconiane per limitarne l’operatività; la riunione dei ministri del le finanze del G8 di giugno si è appoggiato il cosiddetto Lecce framework; l’Unione Europea sta in questo momento discutendo nuovi obblighi per il settore degli hedge fund, che imporrebbero una serie di obblighi di “trasparenza” che suonano decisamente punitive. Il desiderio della classe politica di punire un settore popolato da arroganti megalomani refrattari ad ogni considerazione d’ordine politico e allo scambio di favori è più che comprensibile, soprattutto perché così facendo è facile deflettere l’ira popolare verso un capro espiatorio che distolga l’attenzione dal proprio pesante coinvolgimento. L’argomento, tuttavia, solleva parecchi dubbi : siamo certi che gli operatori preferiti dal governo, le banche commerciali tradizionali, si siano comportati meglio? Quando si guarda un po’ più da vicino, i colpevoli sono regolarmente gli istituti più vicini a governi e banche centrali, ossia le istituzioni più regolamentate e sorvegliate. Fannie Mae e Freddie Mac erano garantite “implicitamente” dal Governo, AIG , Lehman, IKB e WestLB erano regolamentate minuziosamente o addirittura partecipate da governi.

PIU’ STABILI DELLE BANCHE – Ad un’analisi più attenta, sia il comportamento che la performance degli hedge fund sono stati migliori di quello delle grandi banche. Proprio perché non regolamentati, gli investitori in fondi alternativi ed in generale nel cosiddetto “sistema bancario parallelo” sono stati molto più attenti nella sorveglianza dei dirigenti. I risultati di questa disciplina sono evidenti: gli hedge fund avevano nel 2007 e 2008 una leva finanziaria minore rispetto al settore bancario, mentre le loro performance sono state meno volatili di e le liquidazioni di fondi sono avvenute senza porre problemi a livello di sistema, nonostante la scomparsa di quasi un terzo dell’intera industria: il settore, in aggregato, ha perso il 18% in un anno ed ha visto le masse gestite scendere del 30% ; il settore bancario ha visto la propria capitalizzazione scendere di due terzi nello stesso periodo - e tacciamo delle somme prestate dalla banche centrali per sostituire i finanziamenti privati. Le sicure, affidabili e tranquille istituzioni finanziarie aiutate, finanziate e supervisionate dallo Stato hanno invece ripetuto il copione tradizionale di una crisi bancaria: troppo credito, con l’incoraggiamento delle autorità, seguito da una bolla speculativa e dal conseguente crollo. Questa volta si è resa necessaria un’operazione di salvataggio senza precedenti come dimensioni, ma la dinamica è fin troppo nota. La migliore gestione del rischio da parte dei “selvaggi” hedge fund non dovrebbe stupire: nel mondo degli investimenti alternativi, chi sbaglia paga di tasca propria. In quello bancario, chi sbaglia fa pagare il contribuente, ma si tiene la retribuzione. I cosiddetti hedge fund sono stati definiti “uno schema di compensazione mascherato da asset class”: prima della bolla speculativa e della crisi, la società di gestione intascava il 2 per cento delle masse gestite ed il 20% di ogni profitto. Per poter caricare commissioni di quell’entità, un gestore deve essere ritenuto uno dei migliori nel suo campo , avere un ottimo curriculum e dare forti garanzie di continuità. Anche per questo, i gestori sono solitamente soci nella società di gestione e, soprattutto, buona parte della retribuzione viene investita nei fondi che gestiscono: se sbagliano, pagano sia con buona parte del proprio reddito che con una larga fetta dei propri risparmi. I fondi di private equity hanno strutture di compensazione simili a quelle degli hedge fund, anche se strutturate in maniera lievemente differente e con una minore partecipazione per i dipendenti. L’incentivo a rischiare soltanto in maniera controllata e razionale è quindi forte, al contrario di quanto accade nel settore “tradizionale”, dove gli stipendi sono fissi ed i bonus minori, ma la penalizzazione per il fallimento è molto meno forte. A livello bancario, poi, la contropartita della regolamentazione governativa è il supporto, implicito o esplicito, che viene fornito anche alle banche meno solide. Questo assetto pone un premio sulla disponibilità a rischiare anche oltre il giusto, oltre che sull’acquiescenza ai desideri delle autorità di vigilanza e della classe politica: la gestione del rischio non serve, quando paga Pantalone.

PREMIARE I PEGGIORI – In un mondo ideale, non dovrebbe essere necessario alcun intervento governativo particolare nel settore finanziario: la vicenda IRI, con il panettone di Stato e i disastri nei “settori trategici” , dovrebbe chiarire come affidare alla classe politica il potere d’interferire nelle scelte individuali sia il male minore e non un fatto di per sé positivo. Ogni proposta razionale di riforma del settore finanziario dovrebbe quindi partire dall’idea di estendere il tipo di regolamentazione che ha prodotto il risultato migliore e premiare gli operatori che hanno saputo gestire meglio il rischio, superando la crisi senza ricorrere all’intervento pubblico. Le proposte attuali , invece, vanno esattamente nella direzione opposta: estendono le norme del settore bancario, così ben regolato da generare crisi da generazioni e che ha richiesto interventi per decine di miliardi di euro, ad un settore che, lasciato a se stesso, ha dimostrato di poter sopravvivere ad una crisi drammatica evolvendosi in maniera radicale senza dover chiedere aiuti governativi. Rimane da chiedersi se si tratti di semplice ignoranza da parte della classe politica, oppure dell’ennesimo tentativo di trovare un capro espiatorio, per non perdere potere e non ammettere il fallimento dell’intervento governativo e burocratico nel settore dove forse la lunga mano dello Stato agisce da più tempo e con più intensità. Meglio, molto meglio accusare il “mercatismo”, ideologia sconosciuta nel mondo bancario, dove la commistione fra governo e industria è pressoché totale.


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