giovedì, ottobre 14, 2010
I minatori cileni dovrebbero ringraziare il capitalismo
Posted by J.C. Falkenberg at 8:45 AM |
Labels: capitalismo , cile
domenica, luglio 25, 2010
Perché Wal-Mart merita il Nobel
- In Bangladesh la condizione femminile migliora grazie al tanto vituperato “sfruttamento capitalista delle multinazionali”. E non è l’unico luogo comune di una certa visione anticapitalista che viene smentito.
Lungi dall’essere un motore di sfruttamento, è noto che le multinazionali tendono a pagare meglio delle aziende locali, a trasferire più competenze e a trattare la forza lavoro in maniera più umana. In Bangladesh, ad esempio, sono un vero e proprio motore di alfabetizzazione e miglioramento della condizione femminile: lo sviluppo dell’industria tessile sta fornendo alle donne in questa nazione musulmana una fonte di reddito indipendente, aiutandone l’emancipazione.
Si sta inoltre smentendo un altro dei luoghi comuni del pauperismo socialista, ossia che l’industrializzazione avverrebbe a scapito della scolarizzazione: nei villaggi dove prospera l’industria tessile le percentuali di scolarizzazione femminile aumentano di molto, nonostante un parziale calo fra le ragazze fra i 16 ed i 19 anni d’età, secondo gli studi di Ahmed Mushfiq Mobarak, accademico di Yale che sta conducendo un rigoroso studio empirico sull’argomento. I motivi non sono del tutto chiari, ma almeno due fattori certamente lo sono. In primo luogo, la maggiore disponibilità di reddito permette alle famiglie di mandare a scuola anche le figlie, di solito svantaggiate rispetto ai maschi; soprattutto, però, conta il vantaggio economico immediato: una operaia scolarizzata viene valorizzata e pagata di più e quindi esiste un forte incentivo finanziario.
Il terzo luogo comune che viene smentito è quello della necessità di un forte intervento governativo per “correggere” le storture dello sviluppo industriale. L’aumento della scolarizzazione non è merito di sforzi particolari del governo bengalese, ma dell’abilità di individui e famiglie di cogliere le opportunità offerte dallo sviluppo e dal capitalismo: sono i privati, e non lo stato, a promuovere lo sviluppo economico e sociale. Si tratta dell’ennesima dimostrazione del paradosso per cui il bene pubblico viene servito meglio dalla privata “avidità” che dall’interferenza di burocrati con le migliori intenzioni: Wal-Mart e gli altri grandi magazzini che sono i grandi promotori nella globalizzazione del settore tessile stanno dando un contributo involontario ma essenziale allo sviluppo bengalese, un contributo molto più efficiente di quello fornito da decenni di aiuti allo sviluppo della cooperazione internazionale, basato su metodi e sistemi pianificati e gestiti con metodi collettivisti.
E’ articolo di fede tra i media e le caste intellettuali occidentali che il capitalismo sia la fonte di tutti i mali e soprattutto di un aumento dello sfruttamento delle masse lavoratrici, rispetto ai “tempi felici” dell’era preindustriale; unica salvezza per i ceti disagiati sarebbero sempre stati i governi di tendenza collettivista, fossero socialisti o conservatori di stampo paternalistico. Questo approccio è divenuto moneta corrente grazie all’istruzione di stato, amministrata dalle stesse burocrazie che ne vengono esaltate, ed ha alterato la percezione della realtà storica da parte di intere generazioni. La storia economica offre innumerevoli esempi della fallacia di tale approccio; l’esperienza ed i dati in nostro possesso dimostrano ad esempio che, per quanto brutali fossero le condizioni degli operai nell’Inghilterra industriale, esse erano preferibili a quelle delle campagne nei decenni precedenti.
Sino ad ora è stato possibile appigliarsi agli argomenti anticapitalisti sostenendo la limitatezza degli studi storici e dei dati disponibili e la validità della vulgata tradizionale, ma ora studi come quello in Bangladesh forniscono evidenze difficili da confutare. L’impetuoso sviluppo industriale dei paesi emergenti permette, in un certo senso, una “replica della storia” in un contesto dove abbiamo risorse ed opportunità per effettuare studi rigorosi. I risultati, sinora, ribadiscono le potenzialità di un sistema di mercato e l’effetto positivo del capitalismo sulla libertà ed il progresso civile, oltre che economico. Rimane il difficile compito di rompere il muro di gomma dei pregiudizi e dei luoghi comuni.
Posted by J.C. Falkenberg at 9:09 AM |
Labels: Bangladesh , capitalismo , India , Socialismo , Storia , sviluppo
giovedì, gennaio 21, 2010
E questo lo chiamate capitalismo?
Morgan stanley paga il 62% delle proprie entrate in stipendi e bonus, mentre la banca affronta una perdita. IN un'azienda normale gli azionisti starebbero già chiedendo la testa del management. In una banca, questo non è possibile, vista l'acquiescenza del vero azionista di maggioranza: la banca centrale e le autorità di vigilanza, che controllano di fatto il processo di selezione ed approvazione del management, senza contare il prezzo e il quantitativo della materia prima per l'attività bancaria , ossia i tassi di interesse e la liquidità. Sentirete giustamente parlare dell'avidità dei banchieri e del capitalismo; non è invece colpa del "mercato": è colpa di chi impedisce agli azionisti, ossia al mercato, di correggere gli errori di coloro che vengono protetti da quegli stessi politici e burocrati che hanno bloccato e bloccano il corretto funzionamento del mercato, al quale attribuiscono però le conseguenze dei propri precedenti errori ; ricordatevelo, quando sentirete le proposte di correggere gil "eccessi" tramite maggiori regolamentazioni, ossia la stessa strada che ci ha già portato a questa crisi. Da quando ripetere gli stessi errori aiuta a risolverli?
Hat tip: DealBook Blog
Posted by J.C. Falkenberg at 10:20 AM |
Labels: Banche , capitalismo , Finanza , Morgan Stanley
venerdì, maggio 08, 2009
Negli USA come in Italia, attenzione ai finti imprenditori
Il corporativismo è sempre in agguato.
La Camera di commercio USA non ha mai assegnato un premio a Ron Paul, il più duro difensore della libertà d'impresa in America. In cambio, lo ha fatto con Hillary Clinton ed Obama , che cercano da sempre di asservirli al potere. Non si tratta, per un italiano, di una gran sorpresa: gli industriali che si dilettano a far politica all'interno della Confindustria sono troppo spesso, anche se per fortuna non sempre, il tipo di padrone che ha ben poco dell'imprenditore, ma che invece si riconosce volentieri nel modello "corporativo" d'epoca fascista o sovietica, nel ruolo di subappaltatore dei voleri del governo, un ruolo in voga anche negli stati premoderni.
In un sistema capitalista, chi rischia rischia in proprio, tenendosi le ricompense della propria creatività o i dividendi del proprio capitale di rischio, ma sopportando le perdite in prima persona, in caso di fallimento.
Qui invece abbondano capi-azienda e "proprietari" che si connotano come affaristi, aristocratici mancati che in realtà campano volentieri delle briciole lanciate dalla tavola di un onnipotente Principe, pur di non dover nulla rischiare. Sempre meglio che lavorare, si direbbe.
Sarebbe ora che in Italia e negli USA i partiti di centrodestra riscoprissero questa differenza, una volta estremamente chiara nella mente dei liberali, capaci di scagliarsi contro le élites intente alla rendita per difendere i produttori, i veri imprenditori ed i veri capitalisti.
Hat tip: NetRightNation
Posted by Unknown at 8:56 AM |
Labels: capitalismo , Liberalismo , Socialismo , Statalismo
venerdì, febbraio 13, 2009
Gli aiuti di Stato ricordano il giorno dei morti viventi
Quella che in Italia passa per "politica industriale" ricorda un film di Romero: gli zombie divorano i vivi, distruggendo la civiltà. La differenza è che, nel mondo reale, i morti non devono andare a caccia delle proprie vittime, che vengono invece raccolte e mandate al macello da solerti funzionari governativi. Ovviamente, tutto questo viene fatto, ci vien detto, per il nostro bene.
Posted by J.C. Falkenberg at 10:44 AM |
Labels: aiuti di stato , capitalismo , concorrenza , Fiat , giornalettismo , Indesit , monopolio , Statalismo , sussidi
venerdì, ottobre 19, 2007
Il Papa si butta a sinistra
Il papa si schiera contro il "lavoro precario", intanto Bagnasco dichiara: "Vita e famiglia non negoziabili".Una dura critica alla precarietà nel lavoro "che può minare le basi della società" e, subito dopo, la riaffermazione orgogliosa che sui temi caldi degli ultimi mesi, come vita e famiglia, "i vescovi non taceranno" perché la Chiesa li ritiene "non negoziabili".
A voler essere complottisti, si potrebbe pensare che un accordo a spese della libertà sarebbe altamente desiderabile per entrambe le controparti: lo Stato e soprattutto il Governo Prodi libero di abusare della libertà in tema di lavoro e flessibilità, a spese dei giovani; il Vaticano libero di dettare la linea alla limitazione della libertà a decidere del proprio corpo.
Io, che complottista non sono, penso soltanto all'ennesima smentita del mito di un Pontefice "liberalconservatore".
Non regge ormai la solita scusa della citazione "fuori contesto" e della "precisazione", perché forma e contenuto cambiano ben poco anche rileggendo le dichiarazioni da fonte amichevole . Il titolo che abbiamo citato, tratto da "Repubblica", è sicuramente indice di una strumentalizzazione, ma la sensazione è che non dispiaccia d'essere strumentalizzati: difficile pensare altrimenti, quando un messaggio ufficiale, teoricamente ben studiato e meditato, viene scritto in un linguaggio che non ricorda certo la scuola di Salamanca o i francescani protocapitalisti, ma invece quello caro ai sinistri nostrani, ancorato alle fallacie economiche socialiste e collettiviste.
Roundup: meglio di me, Mthrandir e Chiamami Brontolo
Posted by Unknown at 12:55 PM |
Labels: capitalismo , Chiesa , Economia









