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domenica, marzo 11, 2012

Sul fiscal compact, Germania e Spagna errano simmetricamente

L'ammirato socio espone lucidamente alcune perplessità sul Fiscal Compact, ossia il patto di stabilità a livello europeo e si chiedendosi, a titolo d'esempio, perché dovrebbe essere la Spagna a pagare per i danni causati dalla recessione e non da proprie scelte. La triste risposta è che nessun altro pagherà per loro, tranne un ricco zio teutonico che, consapevole dei propri precedenti errori, adesso pretende austeri pentimenti. Possiamo discutere della lungimiranza del suddetto zio, ma visti i precedenti della Germania orientale e del Mezzogiorno italiano, non saprei se augurar loro buona fortuna. In ogni caso, siamo nel reame della politica e non in quello dell'economia, dove possiamo lamentarci a volontà delle colpe tedesche, che sono numerose anche se non sono quelle comunemente additate. Rimane il punto che se si vuole che il governo tedesco paghi il conto, si deve purtroppo accettare che detti il menu. Se si preferisce scegliere, e sarebbe preferibile, si deve pagare di tasca propria o rifiutarsi di farlo, chiamando il bluff tedesco e probabilmente accettando ancora più dure ristrutturazioni nel breve periodo.

E' probabile che io ricada, spiritualmente se non geograficamente, nel novero degli austriaci ai quali sarebbe concesso d'astenersi dal commentare la bontà del principio di valutare il deficit strutturale, depurato dagli effetti della recessione, invece che il puro rapporto fra deficit e PIL, perché la nostra risposta sarebbe già scontata.
Eppure, tale principio potrebbe invece avere una sua validità, se il patto fosse approvato da contraenti con bilanci in equilibrio e livelli di debito ridotti e omogenei. In questo caso, l'impatto fiscale di una recessione potrebbe essere attutito da un bilancio nazionale in grado di sopportare l'accresciuto debito senza allarmare i creditori.
Questo, purtroppo, non è il nostro caso: ci si trova di fronte a governi che hanno perseguito politiche fiscali ed economiche eccessivamente accomodanti nei periodi sbagliati del ciclo, oppure che si sono rifiutati di accettare la necessaria implicazione di un'unione monetaria, ossia un'economia flessibile ed innovativa, meno soffocata da lacci e lacciuoli governativi.
In assenza delel necessarie riforme, l'aggiustamento avverrebbe tramite un'ondata di ristrutturazioni aziendali (e bancarie) che riporti equilibrio nei livelli di debito e rigeneri drasticamente la gestione nelle aziende gestite meno prudentemente.
Tale soluzione è il meno peggio dal punto di vista economico, ma è inaccettabile da quello politico: nel caso concreto, sia in Spagna che in Germania la radice del problema creditizio sono le banche di proprietà statale o di enti locali, i cui dirigenti sono inesorabilmente legati a filo doppio con la classe politica. I banchieri tedeschi hanno operato scelte poco felici, prestando a debitori nella periferia indegni di credito, quali molte Cajas spagnole, il governo greco e numerosi enti locali iberici ed italioti. Il necessario fallimento di questi debitori sarebbe insopportabile dal punto di vista politico e di conseguenza si è ricorso a "salvataggi" a vantaggio di creditori che meriterebbero d'essere falcidiati e dirigenti che meriterebbero il licenziamento, a spese di contribuenti e cittadini che ne pagano le conseguenze.

L'unico modo per uscirne sarebbe affrontare la realtà, esercizio troppo difficile per la nostra classe politica. Meglio pretendere che la colpa sia delle banche cattive e che i buoni politici stiano cercando solo di rimediare al danno, invece che ammettere che cercano di nascondere sotto il tappeto una fiaccola accesa, sperando che qualcuno prima o poi rovesci dell'acqua.

lunedì, aprile 26, 2010

La cattiva lezione del salvataggio greco: solo i peggiori verranno aiutati

La Grecia riceverà decine di miliardi, dopo aver falsificato i conti e promesso una manovra che probabilmente non attuerà, prendendo a pretesto la rivolta di piazza dei sindacati. L'Irlanda ha già tagliato  le retribuzioni dei dipendenti statali e ridotto drasticamente la spesa pubblica e si ritroverà oltretutto a dover contribuire al salvataggio greco. Alla prossima difficoltà, perché Dublino (oltre a Lisbona o Madrid) non dovrebbe fare marcia indietro ed affidarsi alle stesse tattiche della Grecia, visto che essere virtuosi non paga?

Numerosi opinionisti, competenti o meno di economia, si stanno affrettando a declamare la necessità di un salvataggio della Grecia, colpita dalla "speculazione". Si tratta dell'errore più recente in una catena di decisioni politiche nelle quali i comportamenti più irresponsabili sono stati sempre ignorati o addirittura premiati, scoraggiando così comportamenti virtuosi, rendendo più probabile proprio la crisi che si vorrebbe evitare.

Il caso dell'Irlanda, comparato con quello greco, è un paragone interessante. Di fronte alla crisi, il governo di Dublino ha impugnato l'ascia: le retribuzioni dei dipendenti pubblici sono state tagliate del 7 percento a Febbraio 2009 e di nuovo  ad ottobre. Non un euro è stato chiesto agli altri paesi membri e la piccola nazione sta facendo di tutto per rientrare verso i parametri del patto di stabilità.

Atene, al contrario,ha sprecato il dividendo dell'accesso all'euro per gonfiare la propria spesa pubblica a livelli insostenibili, coccolare ogni categoria ipersindacalizzata e mantenere viva e vegeta quella cultura sindacal-corporativa che ha devastato il Regno Unito prima della signora Thatcher e che ha  deistrutto il miracolo eocnomico italiano, trascinandoci nel medio periodo nella melma di Tangentopoli e delle crisi valutarie.  Inoltre, ha sistematicamente falsificato i propri conti, ingannando gli investitori. Le istituzioni europee hanno di fatto chiuso un occhio sulle ripetute violazioni del patto di stabilità, soprattutto grazie alle pressioni di Francia e Germania, che per vantaggi di breve periodo hanno minato alla base l'euro ed il trattato di Maastricht

Si agggiunga che la crescita del PIL irlandese non è stata sostenuta soltanto dall'esplosione della spesa pubblica e della speculazione immobiliare, come in Grecia. Dublino ha riformato drasticamente la propria legislazione e il proprio sistema fiscale e pensionistico a partire dagli anni '80, innalzando drasticamente la produttività in numerosi settori chiave; è ragionevole pensare che prezzi e redditi siano stati gonfiati da una bolla a partire all'incirca dal 2004, ma questo non nega gli enormi progressi compiuti nei 15 anni precedenti. L'economia greca, al contrario, è ancora ingessata ed in preda ad uno stato rapace, assistito da sindacati pervasivi e da un assetto legislativo e regolamentare che premia le aziende che eccellono nell'aggiudicarsi favori e non nella competizione sul mercato.

Di fronte a questa disparità,  l'Unione Europea ha sempre dichiarato a parole di volere rispettare le sagge linee guida del Trattato di Maastricht, che vorrebbero imporre penalizzazioni agli stati meno virtuosi; e che cvietano, per questo motivo, di garantire il debito di un altro stato; nei fatti, invece, si è corsi in aiuto della Grecia,  nazione cicale e traditrice dello spirito e della lettera dei trattati; si è lasciata sola invece la virtuosa Irlanda; per aggiungere il danno alla beffa, ora si chiede a Dublino di contribuire al salvataggio di Atene.  La lezione, per qualsiasi politico di una nazione in difficoltà, è identica a quella tratta da ogni banchiere dopo un salvataggio a spese del contribuente: perché doversi affannare per rimettere in sesto i conti, quando basta minacciare l'insolvenza per essere aiutati dal Pantalone di turno?

Perché il governo portgohese o irlandese dovrebbe sforzarsi di risolvere i propri guai varando impopolari misure di austerità, quando è sufficiente dichiarasi area disastrata e pretendere che sia l'Unione Europea, in barba alel clausole di Maastricht, a levar loro le castagne dal fuoco? La risposta è semplice:  non accadrà. A meno di una miracolosa ripresa economica, il salvataggio greco sarà soltanto il primo di una serie, esattamente come se nulla si fosse fatto, a questo stadio. La differenza è che tutti noi pagheremo il conto, invece di lasciarlo pagare agli acquirenti di debito greco. La natura di tali investitori è, d'altronde, una delel chiavi per comprendere il comportamento apparentemente contraddittorio  dei politici tedeschi.

L'accusa rivolta agli "speculatori" è infatti patetica: il maggiore danno lo hanno fatto le politiche monetarie delle banche centrali, enti statali , e gli investimenti di enti parastatali  tedeschi e francesi. I mercati hanno reagito come era prevedibile: scoppiata la bolla finanziaria, i titoli greci hanno cominciato a declinare e la Grecia ha dovuto pagare tassi sempre più alti. Alla scoperta delle manipolazioni di bilancio e con  i nuovi dati che dientificavano una situazione finanziaria insostenibie,  il problema è letteralmente esploso, ma qualunque investore sapeva che la Grecia era comunque un investimento rischioso e per questo tanto remunerativo, rispetto ai titoli tedeschi  o persino italiani.  Nulla di strano, quindi , che chi abbia preso il rischio senza saperlo valutare adesso si trovi costretto a soffrire: nel mercato finanziario, come in ogni mercato, chi sbaglia dovrebbe pagare, e solo i concorrenti più avveduti sopravvivono e prosperano.  Purtroppo, i "mercati finanziari" sono invece uno dei mercati meno liberi che si possano immaginare, vista la preponderanza dell'intervento statale, nascosto dietro la politica monetaria delle banche centrali e le barriere all'entrata imposte dalle autorità di vigilanza.

Non è un caso che i maggiori detentori di titoli greci siano maniera sproporzionata da banche di proprietà statale in Germania e da assicurazioni francesi: due tipologie di investitori di fatto riparati dalla disciplina di mercato, grazie ai propri appigli politici. E, non per caso, la reazione alla crisi greca e la maggiore retorica "solidaristica" viene proprio dai governi tedesco e francese, terrorizzati all'idea di dover versare miliardi di euro per aiutare direttamente istituzioni finanziarie domestiche, di quelle che "non parlano inglese" e che non possono  essere accusate di capitalismo rapace, essendo legate a filo doppio agli stessi politici. La soluzione scelta, ossia far pagare il contribuente europeo, non ha nulla di inevitabile, se non per i politici che hanno contribuito a crearla e che voglino a tutti i costi evitare di pagarne le conseguenze.

venerdì, marzo 26, 2010

Grecia, il salvataggio: poco bastone, molta carota, probabile insuccesso

Il piano di salvataggio per la Grecia offre ricorda quello di Fannie Mae e Freddie Mac, finito in lacrime amare per i salvatori e con larghi sorrisi per molti, tropi fra i salvati. Al momento, infatti, nell'accordo raggiunto all'Eurogruppo la carota è evidente, ma il bastone è quasi assente.

Da un lato, i paesi membri dell'Unione Europea si sono accordati su di un piano per garantire una rete di sicurezza nel caso Atene non riuscisse più ad accedere al mercato dei capitali. Al contrario di quanto riportano alcuni media tradizionali non sono previsti prestiti immediati, politicamente impossibili per la Germania sino a Maggio. I governi europei si sono invece impegnati in una garanzia: presteranno denaro tramite prestiti bilaterali, insieme al FMI, qualora il mercato dei capitali non sottoscrivesse più i bond greci. Quello che nessuno ha voluto chiarire sono i dettagli vitali del piano, a partire dalle condizioni per le quali scatterebbe la garanzia e le concessioni che Atene dovrebbe fare per essere salvata.

Secondo le dichiarazioni tedesche, non vi sarà necessità di prestiti fino a quando i mercati continueranno a prestare denaro ad Atene: non importa quanto onerose le condizioni e le cedole che la Repubblica Ellenica dovrà pagare, la garanzia è, secondo Berlino, da impiegare soltanto in casi disperati. Si vedrà fra poche settimane se la disciplina tedesca funzionerà oppure se farà la fine dei criteri di Maastricht, spesso disattesi nel silenzio generale.

Ricordiamo che non sarebbe difficile, per il governo greco, far scattare le garanzia. Il ministro delel finanze da qualche giorno ha già smesso di parlare di sopravvivenza ed è passato invece a lamentarsi dei tassi d'interesse che la Grecia deve pagare, a suo dire troppo onerosi. Se il ministero del Tesoro si rifiutasse di pagare i rendimenti richiesti dagli investitori internazionali per compensare il rischio greco, le aste dei titoli di stato elelnici andrebbero deserte ed Atene potrebbe invocare l'esecuzione del piano di garanzia.

Il percorso rischia di essere simile a quello avvenuto per Fannie Mae e Freddie Mac: una serie di garanzie statali che nessuno si aspetta di dover pagare, ma che ala fine hanno obbligato il governo americano ad assumere il controllo delle due agenzie, al costo di centinaia di miliardi di dollari: esattamente il risultato che si voleva evitare.Se la Grecia fosse un'azienda, un simile comportamento porterebbe all'amministrazione controllata, alla ristrutturazione del debito ed al licenziamento dei suoi dirigenti.

Essendo uno Stato sovrano, il commissariamento sarebbe improbabile, lasciando quindi Francia e Germania con un conto salato da pagare e quasi nessun modo per imporre alla Grecia un percorso di risanamento: la retorica nazionalista è già elevata, con il vice primo ministro greco che un mese fa dava dei "nazisti" ai tedeschi, colpevoli di voler imporre condizioni prima di ripagare i debiti contratti da Atene.

Il calendario elettorale tedesco condanna la Grecia?

Il debito greco è appeso al calendario delle elezioni regionali tedesche? Il governo di Berlino non può permettersi di mostrarsi debole prima delle elezioni del 9 maggio. Ad Atene, tuttavia, servono decine di miliardi a partire dal 20 di Aprile.

In quel giorno, infatti, scadono €8.2 miliardi di titoli di stato della repubblica ellenica; il 13, 16 e 23 di Aprile vi sono aste per 1, 1.3 1.6 miliardi di titoli a breve termine, l'equivalente dei nostri BoT, aste che servono a rifinanziare debito analogo in scadenza negli stessi giorni; altri 10miliardi di titoli scadono a fine Maggio e vanno rifinanziati. Urge una soluzione che calmi i mercati prima di quella data, oppure è molto probabile che il governo greco dovrà scegliere fra tassi d'interesse a due cifre o il fallimento delle aste , con conseguente crisi fiscale. Il governo tedesco è la chiave di volta dei negoziati: Parigi esige un compromesso, ma non vuole saperne di mettere soldi sul tavolo per prima; senza Berlino, che quando si parla di Europa deve pagare la maggior parte del conto, ogni soluzione è semplicemente irrealistica.

Il governo tedesco si è dimostrato sinora ambiguo, anche nella retorica, ma non si tratta semplicemente dell'amore tedesco per il rigore. Il Cancelliere Angela Merkel deve vedersela fra due opposte necessità politiche: da un lato, evitare ulteriori perdite le banche statali tedesche, lottizzate anche dal proprio partito; dal'altro, una popolazione fortemente ostile all'idea di un salvataggio della Grecia. Purtroppo per lei, il governo greco avrà bisogno di emettere decine di miliardi di euro tre settimane prima.

Il salvataggio del governo di Atene è profondamente impopolare con l'elettorato tedesco, abituato a tirare la cinghia per mantenere finanze pubbliche in equilibrio e che ha sinora impedito persino di salvare il governo locale di Berlino dalla propria imperizia fiscale. Questo potrebbe essere un problema relativo, se non fosse che le elezioni regionali si terranno il 9 di Maggio ed il partito della cancelliera rischia grosso. Ricordiamo come i Land, le regioni tedesche, abbiano poteri rilevanti nell'assetto federale teutonico e che nominano i componenti dell'equivalente del Senato. La tornata elettorale è quindi d'importanza sostanziale per la governabilità a livello nazionale e non soltanto per gli equilibri politici interni. La popolarità della CDU è in calo e probabilmente questa volta non ci sarà l''ottimo risultato degli alleati liberali a salvare la faccia: la FDP si è dimostrata troppo accomodante e non è riuscita né ad imporre un taglio delle tasse accompagnato da una maggior disciplina fiscale, annacquando inoltre il proprio messaggio d'intransigente difesa della libertà economica oltre che civile; rischia quindi un calo consistente alle urne.

D'altro canto, il supporto tedesco alla Grecia non è, tuttavia, un puro atto di altruismo. Le Landesbank, ossia le banche regionali tedesche di proprietà dei governi locali, sono pesantemente lottizzate dai due maggiori partiti politici. Esaurita la loro ragion d'essere decenni fa, sono sopravvissute prendendo in prestito a tassi ridotti, grazie alle garanzie statali ed investendo in titoli rischiosi. Non a caso, sono state fra le maggiori acquirenti mondiali di titoli subprime, con buona pace dei sermoni della Cancelliera sugli speculatori; in precedenza, alcune di esse avevano già perso miliardi in speculazioni immobiliari ed in avventure nel mondo del private equity e della pura speculazione in derivati esotici. In pochi sono rimasti sorpresi, quindi, quando si è scoperto che i maggiori detentori di debito greco sono proprio le banche regionali tedesche, insieme ad alcune banche francesi. Volendo essere cinici, si comprendono meglio le tirate dei ministri di Parigi e Berlino a favore della Grecia: una ristrutturazione del debito esporrebbe a pesanti perdite istituti di credito immediatamente riconducibili alle élites politiche nazionali, quegli istituti dove "non si parla inglese" che anche il nostro Ministro del Tesoro vede come i pilastri del nuovo ordine finanziario mondiale, un ordine che sembrerebbe nascere con tutti i difetti del vecchio e senza alcuna garanzia di godere dei suoi pregi.

Se l'Unione Europea vuole evitare a tutti i costi il fallimento greco, non può aspettare fino a Maggio: deve accettare l'idea che questa volta qualcun altro dovrà pagare, anche prima che lo faccia Berlino. Un accordo politico nel quale non si vedano i tedeschi pagare e i francesi limitarsi a comandare ed incassare sarebbe una svolta veramente epocale, anche più del fallimento di un paese membro.

domenica, settembre 27, 2009

Germania contro Portogallo, liberali contro socialisti? Affare fatto

Spiacente per gli amanti del Fado ( e sicuramente le pagine di certi giornali di sinisitra), ma non credo proprio che il risultato elettorale del Portogallo controbilancerà quello in Germania la Germania. Soprattutto una Germania dove i liberali del FDP incrementano del 50% i propri voti ed arrivano al 15 per cento. Potrebbe essere la dimostrazione che non è necessario sbandare a sinistra o darsi alla demagogia per avere buoni risultati elettorali anche durante una crisi; potrebbe anche trattarsi del freno alla deriva centrosinistra di Angela Merkel.
Ultima noticina: ci piacerebbe che anche in Italia il premier decidesse di governare con i liberali. La grande coalizione con i resti del partito socialista non ci sta portando molto lontano.

domenica, settembre 21, 2008

Squadrismo "antifascista" in Germania

In Germania, un sindaco permette ad una frangia estremista di impedire manifestazione pacifiche, chiede che i cittadini mostrino la propria "intolleranza" e manda la polizia a dar manforte ai picchiatori - che, ovviamente, cercano di bastonare anche la polizia.
Un ritorno al Nazismo? Non proprio: gli antifascisti, pro-islamici e amici della tolleranza erano fra i picchiatori.

Ha ragione Enzo: quanto si e' visto ieri a Colonia e' inquietante.
Era prevista una manifestazione organizzata dal gruppo conservatore Pro Cologne, che si oppone alla costruzione della maggiore moschea d'Europa. 5000 teppisti di estrema sinistra, autoproclamatisi antifascisti, hanno presidiato l'entrata ad Heumarkt e pestato chi provava a raggiungere il luogo della manifestazione. Di un episodio analogo sono stati vittima anche alcuni italiani.
La polizia di Colonia, invece di proteggere chi voleva assistere al comizio autorizzato, ha dato manforte ai picchiatori: con la scusa di non essere in grado di garantire l'ordine, ha "sospeso" la manifestazione originale e si e' schierata a sua volta per impedire l'ingresso ai partecipanti al comizio, arrivando a proibire l'ingresso alla piazza ad alcuni dei politici iscritti a parlare.
Soltanto 50 persone hanno potuto esercitare il proprio diritto di riunirsi in pubblico - e si sono dovuti sorbire un discorso, in italiano, di Mario Borghezio. Nel frattempo, la polizia e' stata costretta a caricare gli "antifascisti", che si ernao dati ai consueti atti di vandalismo e violenze.

La polizia, d'altronde, si e' semplicemente allineata ai voleri del suo datore di lavoro: il sindaco di Colonia, che ha plaudito al pestaggio. L'idea d'altronde era stata sua:Fritz Schramma aveva invitato i cittadini a dimostrare la "propria intolleranza" per il partito ed il progetto, contro cui il suo stesso partito aveva votato.

Ora, immaginatevi i titoli dei giornali italiani, se le parti fossero state rovesciate. Immaginatevi le urla e gli strepiti. Invec,e il silenzio cala su questi avvenimenti, in una splendida replica del silenzio calato su ogni morto, ogni storpio, ogni orfano che non fosse utile alla causa della rivoluzione proletaria - possibilmente con l'erre moscia.
Ma d'altronde, viviamo in un paese il cui ultimo mezzo secolo e' ben descritto con le parole di Jinzo riguardo alla nostra Costituzione.

Update: il Corriere non puo' evitare di parlare degli scontri, ma ovviamente e' tutta colpa dei cattivi destrorsi. Nessuna citazione del fatto che le "tensioni" significhino "pestaggi ai danni di un singolo"

Hat tip:1972

domenica, agosto 26, 2007

Hedge fund pericolosi per l'economia? Le banche potrebbero essere peggio

Uno degli editoriali della rivista Barron's identifica la domanda di cui vorremmo avere tutti la risposta: Anche se il mercato evita una crisi di liquidità (ossia fiducia) nell'immediato, la fine del credito facile condurrà ad una riduzione dell'attività economica tale da portare ad un crollo dei profitti aziendali?
Significherebbe la rimozione del maggior fattore rimasto a sostenere i mercati in questo momento, ossia la convinzione che, per quanto le decisioni di credito siano state eccessivamente ottimistiche, le prospettive di crescita economica reale siano ancora relativamente robuste e quindi, in fondo, gli investimenti finanziati con tale debito siano in fondo sani.

Una grossa, grossa domanda. Sino a poche settimane fa, la risposta avrebbe potuto essere positiva, almeno al di fuori degli USA, dove la crisi dei subprime potrebbe essere letta come un un sintomo delle difficoltà del mercato immobiliare in generale e non la causa del problema. Negli ultimi giorni, invece, sta forse emergendo un elemento da prendere in maggiore considerazione di quanto sia stato fatto sinora: la scoperta delle dimensioni delle scommesse effettuate con debito a brevissimo termine da consociate bancarie sta creando problemi maggiori del previsto.
Non dobbiamo temere gli hedge fund, ma le solite, vecchie, tradizionali banche commerciali?

Secondo l'opinione prevalente, l'improvvisa carenza di liquidità avrebbe dovuto portare soltanto a perdite nel mondo hedge fund, disperdendo così il danno su numerosi attori del mercato, ma contenendo i danni all'economia reale che non si sarebbe ritrovata con un sistema dei pagamenti e di finanziamento dell'attività commerciale danneggiato.
In realtà, moltissime banche tradizionali, soprattutto tedesche, hanno impiegato delle strutture fuori bilancio, poco visibili in tempi di calma, per finanziare investimenti rischiosi, altamente speculativi e a lungo termine con denaro preso a prestito a brevissimo termine sul mercato della cosiddetta commercial paper, impiegata anche dalle grandi aziende per finanziare il proprio capitale circolante.

La conseguenza inattesa delle perdite sui subprime è stata quindi quello di gettare nel panico uno degli angoli più tranquilli del mercato, chiudendolo sia ai veicoli dell'ingegneria finanziaria che alle tradizionali aziende industriali e commerciali. Tali aziende si stanno rivolgendo ora alle proprie banche per ottenere tali finanziamenti a breve, aggravando ulteriormente il problema della scarsa liquidità a disposizione del sistema bancario, che deve ora sostenere i propri clienti e finanziare da solo investimenti che non avrebbe dovuto neppure avere in bilancio; oppure stanno riducendo l'attività economica, colpendo l'economia reale.
Il danno potrebbe essere soltanto temporaneo, ovviamente: una uscita ordinata e rapida dei debitori speculativi dal mercato riporterebbero la calma anche in quest'angolo del mercato; eppure si tratta di un ulteriore canale di trasmissione di crisi che rischia di essere regolarmente trascurato, creando danni maggiori del previsto.

Ironia della sorte: se, paradossalmente, il processo di disintermediazione bancaria fosse davvero arrivato al punto temuto dalla BIS o dalla Fed, le preoccupazioni a medio termine degli eccessi sul mercato del credito sarebbero state molto minori.
Le istituzioni finanziarie preposte a regolare i marcati hanno passato anni a preoccuparsi del fatto che l'innovazione finanziaria non portasse soltanto ad una utile diversificazione, riducendo il rischio sul sistema bancario in senso stretto, ma che il rischio finanziario divenisse anche troppo disperso, finendo in mani poco esperte.
Un ulteriore danno all'economia reale, forse quello decisivo, potrebbe invece arrivare non dai selvaggi speculatori degli hedge fund, ma proprio da quei banchieri tradizionali che hanno voluto giocare, al riparo da occhi indiscreti, con quei rischi che avrebbero dovuto capire meglio degli altri.


HT: The Big Picture,wsj (su Sachsen LB)

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