Visualizzazione post con etichetta Subprime. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Subprime. Mostra tutti i post

domenica, ottobre 05, 2008

Hanno tutti la rogna

Il punto di riportare certe notizie, magari n maniera sensazionalistica, non è quello di assolvere Bush o indulgere allo scaricabarile , ma piuttosto il contrario: chiarire come non solo i repubblicani, ma anche i democratici abbiano pesanti responsabilità, cosa che i media dimenticano. Molti repubblicani si sono approfittati di un sistema che non hanno riformato, ma dovremmo ricordarci chi lo ha creato per capire come il problema non sia questo o quel politico, ma l'indebita influenza che la politica ha esercitato sulle attività economiche.

martedì, settembre 30, 2008

La crisi dei subprime? Colpa del Presidente. Bill Clinton, non Bush

La crisi economica, la catastrofe di Fannie Mae e Freddie Mac è responsabilità della perfida amministrazione Bush, degli avidi speculatori giudaicomassonici e del mercato globbal totale, almeno secondo la versione ufficiale presente sulla stampa italiana.
Peccato che sia un falso, come dimostra persino l'archivio del giornale più democratico e spocchioso d'America, un Repubblica fatto meglio ossia il New York Times.
Un articolo apparso sul New YorkTimes nel 1999 e disponibile su Internet annuncia infatti la disponiblità delle due agenzie ad acquistare mutui subprime dalle banche. Ricorda le pressioni dell'amministrazione Clinton al riguardo e registra le perplessità e lo scetticismo dei think tank conservatori e liberali nell'estendere ulteriormente il ruolo delle agenzie parastatali nel mercato immobiliare americano:

Fannie Mae, the nation's biggest underwriter of home mortgages, has been under increasing pressure from the Clinton Administration to expand mortgage loans among low and moderate income people and felt pressure from stock holders to maintain its phenomenal growth in profits.

Le intenzioni di Bill Clinton erano forse ottime, ma le conseguenze inasttese sono state disastrose. Leconseguenze, tuttavia, erano inattese soltanto per clintoniani alla Veltroni ed altri collettivisti: i rischi non erano erano evidenti soltanto ai conservatori dell'American Enterprise Institute citati nell'articolo, ma persino ai giornalisti del New York Times, di certo non sospetaibli di antipatie verso Bill Clinton:

In moving, even tentatively, into this new area of lending, Fannie Mae is taking on significantly more risk, which may not pose any difficulties during flush economic times. But the government-subsidized corporation may run into trouble in an economic downturn, prompting a government rescue similar to that of the savings and loan industry in the 1980's.

''From the perspective of many people, including me, this is another thrift industry growing up around us,'' said Peter Wallison a resident fellow at the American Enterprise Institute. ''If they fail, the government will have to step up and bail them out the way it stepped up and bailed out the thrift industry.''


Alcuni anni dopo, i tentativi di Greenspan, di alcuni membri dell'amministrazione Bush e del Congresso sarebbero stati troppo flebili per spezzare il circolo vizioso.

Ancora una volta: alcuore della crisi esistono molti fattori, ma per quanto riguarda il crollo di Fannie Mae e Freddie Mac è sempre più evidente come ilmercato c'entri poco, mentre molto c'entrano alcuni politici.

martedì, giugno 24, 2008

FHA's unintended consequences

Un'agenzia governativa sta involontariamente prendendo il posto dei mutui subprime?
La FHA dovrebbe assistere gli americani meno facoltosi nell'acquisto di una casa; era già finita sotto accusa nei giorni scorsi a causa della facilità con cui nel passato aveva concesso prestiti: data la facilità di ottenere credito, negli anni scorsi la sua "quota di mercato" era scesa. Invece di rallegrarsi per il miglior funzionamento del mercato, i burocrati che la dirigono hanno ridotto al minimo i propri standard, provocando perdite miliardarie.

Oggi, la beffa: alcune agenzie immobiliari sono ancora in grado offrire mutui al 100% a clienti quasi subprime e poi scaricarli alla FHA ,sfruttando una scappatoia nei regolamenti dell'agenzia. Il tutto alla luce del sole e con il parziale appoggio di parte della dirigenza della FHA (una roccaforte democratica ed una copiosa fonte di fondi per il partito di Obama e dei Clinton, esattamente come le agenzie maggiori, quali Fannie Mae e Freddie Mac .

clipped from online.wsj.com

Mortgages that allow consumers to put little if any money down when buying a home have largely disappeared as a financing option available from private lenders. But they are still available -- and growing more popular -- through a government-backed program.

The offers -- including "100% financing" -- are made possible due to down-payment assistance programs run by nonprofit organizations. These programs are funded largely by home builders and also by private homeowners desperate to sell. The seller-funded groups provide enough down-payment money to buyers that they can qualify for a mortgage backed by the Federal Housing Administration, which requires at least a 3% down payment.
Supporters of the down-payment programs say they help the FHA fulfill its goal of assisting first-time home buyers. But critics say the programs will burden the government agency, and taxpayers, with bad loans
blog it

lunedì, giugno 23, 2008

Banche e monoline: negoziare con la pistola sul tavolo.

Se si volesse essere maliziosi, la si chiamerebbe una competizioni fra ladri, finita con l'intervento di un poliziotto che sembra decisamente poco imparziale.

Per anni, banche ed investitori in genere hanno acquistato strumenti ben poco trasparenti, affidandosi anche alle garanzie fornite dalle assicurazioni monoline: i più trascurati - o aggressivi - non hanno mai davvero guardato cosa cvi fosse "sotto il cofano", perché tanto le obbligazioni cartolarizzate erano dotate di uno stellare rating AAA, gentilmente fornito dalle monoline in cambio di una adeguata commissione.

Per chi si illudeva di avee scroccato un pasto gratis, il sipario è cominciato a calare oggi, in due fasi: la prima, uno scoop del Financial Times, che rivelava l'esistenza di trattative fra le banche e le monoline per terminare contratti di assicurazione su CDO (scritti in forma di CDS)per un totale di 125miliardi di dollari . L'obbiettivo sarebbe una "commutazione" dei contratti, ossia cancellazione degli stessi in cambio di un pagamento da parte dell'assicurazione.

I rischi, per le banche, sono evidenti: al posto di pagare un premio ed essere certe di recuperare in teoria il pieno valore di acquisto dei CDO, gli istituti che rinunciano alla protezione dei CDS sarbebero costretit a valutarne la qualità impilcita e quindio ad accettare pesanti svalutazioni dei titoli in portafoglio. D'altro canto, le monoline non sono più AAA e quindi i bond da loro garantiti andrebbero svalutati comunque, perlomeno al livello di un bond emesso da uan azienda di rating AA e forse, a breve, singola A; per non parlare del premio al rischio di mercato per le monoline, di fatto simile a quello di un bond Caa, ben all'interno della categoria dei junk bond.

Il discorso e le trattative sono tecnicamente complesse e dovranno essere portate avanti per ogni singolo CDO, ma le autorità di vigilanza hanno appena fornito un forte incentivo ad una rinegoziazione.

Eric Dinallo, il commissario alle assicurazioni dello Stato di New York, ha di fatto suggerito l'equivalente dell'amministrazione controllata per le maggiori monoline, nel caso sospettasse rischi alla solivibilità; oggi, la società di rating ed analisi CreditSights ha pubblicato un report con una analisi dettagliata del significato di una mossa del genere. Le conclusioni sono chiarissime: le autorità possono scegliere di privilegiare la funzione "originaria" delle monoline e continuare a garantire i bond municipali, riducendo gli assicurati di altri prodotti al rango di creditori residuali.

Una prospettiva che sta sicuramente rendendo molto appetibile l'idea di prendere pochi , maledetti soldi subito ed accettare le perdite successive a denti stretti.

Hat tip: Naked capitalism

venerdì, novembre 30, 2007

Tassi bloccati per i subprime, ma chi paga?

il Wall Street Journal di oggi riporta la notizia dell’elaborazione di un piano per limitare i danni per una categoria particolarmente insidiosa di mutui subprime. Per una volta, non pagherà Pantalone, ma azionisti ed investitori - inclusi i fondi pensione. Uno sviluppo positivo? In parte sì, certamente, ma al di là della retorica, a beneficiarne saranno anche piccoli speculatori improvvisati e acquirenti di case che non si sarebbero mai potuti permettere. A pagare, alla fine, anche i risparmiatori.

Continue Reading »



tag: , , , , ,

giovedì, novembre 08, 2007

Borse a picco, grazie alla ABS AAA.

Era da tempo che non si vedeva una chiusura di questo tipo: ogni singolo mercato maggiore asiatico o nordamericano in calo del 2% o più, con gli indici americani in picchiata. Anche la borsa cinese, sino ad ora immune a qualsiasi disastro, ha perso il 5% . Ancora più interessante, l’indice sulle ABS teoricamente sicure quanto un titolo di Stato è letteralmente collassato. Quanto possiamo fidarci delle agenzie di rating?

Continua su Macromonitor

martedì, novembre 06, 2007

Monoline, 1000 miliardi e 9 settimane e mezzo di dolori

Nel capitolo più recente nella saga del mercato del credito, Fitch ha annunciato una profonda revisione del merito di credito delle assicurazioni monoline, nel corso delle prossime 8-10 settimane; una eventuale perdita del prezioso rating AAA da parte di alcune di esse potrebbe colpire paradossalmente chi ha scelto uno dei “beni rifugio” per eccellenza negli USA, a causa del ruolo giocato dalle monoline nel “sicuro e tranquillo” mercato delle obbligazioni municipali.

Continua su Macromonitor»

tag: , , ,

mercoledì, ottobre 24, 2007

Merrill Lynch starnutisce, AMBAC prende la polmonite

I primi dettagli sui risultati di Merrill Lynch gettano luce sulla difficoltà di assegnare un prezzo corretto ad una intera categoria di attività finanziarie. Eppure, la banca d'americana affari non è l'intermediario finanziario ch esoffre di più i propri guai, che sono un problema per Merrill Lynch, una tragedia per alcune compagnie di assicurazioni molto particolari.

Continua a leggere su Macromonitor


tag: , , , , , ,

giovedì, agosto 30, 2007

Hedge fund, i padroni del merrcato?

Uno studio di Greenwich Associates (riportato dal WSJ) ha cerato di fare luce sull'affermazione secondo la quale sarebbero oramai gli hedge fund ad essere i "padroni" del mercato, spodestando il cosiddetto "real money", ossia gli investitori istituzionali teoricamente abituati a pensare in maniera più conservativa ed orientata al lungo periodo.
I dati raccolti dalla società di consulenza americana sono eclatanti, a prima vista: il 30% dei volumi scambiati sul mercato del reddito fisso americano sarebbero da riportare all'attività degli hedge fund, con punte fino all'85% in alcuni ambiti. Se si considerano gli strumenti derivati e non i titoli veri e propri, la percentuale generale sale al 55%.

Si tratta di uno studio che darebbe ragione a coloro che sostengono che siano tali fondi speculativi a generare instabilità? Non necessariamente.

Analizzando i dati, bisogna innanzitutto notare come il dato si riferisca ai volumi scambiati, ben diverso dal volume di strumenti detenuti. Gran parte degli hedge fund seguono strategie che tendono a modificare il proprio portafoglio di investimenti molto più spesso rispetto agli investitori istituzionali tradizionali e di conseguenza, ad effettuare operazioni molto più frequenti, evidenziando .

In secondo luogo, gli hedge fund stessi garantiscono spesso una funzione essenziale, ossia quella di provvedere liquidità sul mercato, una funzione che beneficia anche gli investitori tradizionali. Molti di essi si concentrano in attività di arbitraggio,nello sfruttare a proprio vantaggio ed eliminare inefficienze temporanee di mercato. Le lamentele sull'aumento di volatilità generato dagli hedge fund significano anche che adesso esiste un mercato funzionante, anche se volatile, per titoli e per assett classes che in precedenza, molto semplicemente, non ne avevano e quindi erano impossibili o quasi da vendere, una volta acquistate.

In terzo luogo e più in generale, molti investitori "tradizionali" stanno a loro volta investendo in hedge fund: questo significa che, invece di operare direttamente sul mercato del reddito fisso, acquistano quote di fondi che a loro volta investono sui mercati. Funzioni e strategie che prima venivano eseguite sempre dai medesimi attori adesso vengono semplicemente svolte da veicoli d'investimento separati e specializzati.

Gli hedge fund, come i fondi di private equity, non sono una moda passeggera od un sistema per truffare l'investitore; sono uno strumento innovativo, spesso impiegato in modo improprio ed anche abusato per fini truffaldini, come qualsiasi innovazione, ma sono qui per restare: si tratta di un altro aspetto della sorta di "rivoluzione industriale" che ha rivoluzionato la finanza negli ultimi decenni, grazie al mutamento tecnologico che ha permesso una nuova divisione e specializzazione del lavoro. Come in ogni industria relativamente giovane ed in espansione, stiamo assistendo ad eccessi di entusiasmo e di capitale a disposizione del settore, che finanzierà anche troppi operatori privi della qualità per sopravvivere nel lungo periodo e interessati soltanto a sfruttare quanto più possibile il momento favorevole. In questo senso, gli attuali problemi del settore sono più un effetto dell'eccesso globale di liquidità, che ha portato a finanziare anche gestori mediocri; più che una delle cause dell'instabilità finanziaria, un sintomo di problemi nati altrove.

domenica, agosto 26, 2007

Hedge fund pericolosi per l'economia? Le banche potrebbero essere peggio

Uno degli editoriali della rivista Barron's identifica la domanda di cui vorremmo avere tutti la risposta: Anche se il mercato evita una crisi di liquidità (ossia fiducia) nell'immediato, la fine del credito facile condurrà ad una riduzione dell'attività economica tale da portare ad un crollo dei profitti aziendali?
Significherebbe la rimozione del maggior fattore rimasto a sostenere i mercati in questo momento, ossia la convinzione che, per quanto le decisioni di credito siano state eccessivamente ottimistiche, le prospettive di crescita economica reale siano ancora relativamente robuste e quindi, in fondo, gli investimenti finanziati con tale debito siano in fondo sani.

Una grossa, grossa domanda. Sino a poche settimane fa, la risposta avrebbe potuto essere positiva, almeno al di fuori degli USA, dove la crisi dei subprime potrebbe essere letta come un un sintomo delle difficoltà del mercato immobiliare in generale e non la causa del problema. Negli ultimi giorni, invece, sta forse emergendo un elemento da prendere in maggiore considerazione di quanto sia stato fatto sinora: la scoperta delle dimensioni delle scommesse effettuate con debito a brevissimo termine da consociate bancarie sta creando problemi maggiori del previsto.
Non dobbiamo temere gli hedge fund, ma le solite, vecchie, tradizionali banche commerciali?

Secondo l'opinione prevalente, l'improvvisa carenza di liquidità avrebbe dovuto portare soltanto a perdite nel mondo hedge fund, disperdendo così il danno su numerosi attori del mercato, ma contenendo i danni all'economia reale che non si sarebbe ritrovata con un sistema dei pagamenti e di finanziamento dell'attività commerciale danneggiato.
In realtà, moltissime banche tradizionali, soprattutto tedesche, hanno impiegato delle strutture fuori bilancio, poco visibili in tempi di calma, per finanziare investimenti rischiosi, altamente speculativi e a lungo termine con denaro preso a prestito a brevissimo termine sul mercato della cosiddetta commercial paper, impiegata anche dalle grandi aziende per finanziare il proprio capitale circolante.

La conseguenza inattesa delle perdite sui subprime è stata quindi quello di gettare nel panico uno degli angoli più tranquilli del mercato, chiudendolo sia ai veicoli dell'ingegneria finanziaria che alle tradizionali aziende industriali e commerciali. Tali aziende si stanno rivolgendo ora alle proprie banche per ottenere tali finanziamenti a breve, aggravando ulteriormente il problema della scarsa liquidità a disposizione del sistema bancario, che deve ora sostenere i propri clienti e finanziare da solo investimenti che non avrebbe dovuto neppure avere in bilancio; oppure stanno riducendo l'attività economica, colpendo l'economia reale.
Il danno potrebbe essere soltanto temporaneo, ovviamente: una uscita ordinata e rapida dei debitori speculativi dal mercato riporterebbero la calma anche in quest'angolo del mercato; eppure si tratta di un ulteriore canale di trasmissione di crisi che rischia di essere regolarmente trascurato, creando danni maggiori del previsto.

Ironia della sorte: se, paradossalmente, il processo di disintermediazione bancaria fosse davvero arrivato al punto temuto dalla BIS o dalla Fed, le preoccupazioni a medio termine degli eccessi sul mercato del credito sarebbero state molto minori.
Le istituzioni finanziarie preposte a regolare i marcati hanno passato anni a preoccuparsi del fatto che l'innovazione finanziaria non portasse soltanto ad una utile diversificazione, riducendo il rischio sul sistema bancario in senso stretto, ma che il rischio finanziario divenisse anche troppo disperso, finendo in mani poco esperte.
Un ulteriore danno all'economia reale, forse quello decisivo, potrebbe invece arrivare non dai selvaggi speculatori degli hedge fund, ma proprio da quei banchieri tradizionali che hanno voluto giocare, al riparo da occhi indiscreti, con quei rischi che avrebbero dovuto capire meglio degli altri.


HT: The Big Picture,wsj (su Sachsen LB)

lunedì, luglio 30, 2007

Non riesco ad essere troppo dispiaciuto per il suo Yacht

Lo so, l'invidia sociale è una brutta bestia, ma questo non è il caso: non riesco ad essere dispiaciuto per un gestore di fondi che prima dichiara che i mutui subprime sono una schifezza, poi perde la camicia dei suoi investitori acquistandoli... e si ritrova talmente "povero" da dover vendere il suo Yacht. Da 20 milioni di dollari.

tag: , , , ,

mercoledì, luglio 18, 2007

Case o pietre al collo?

Tanto tuonò che piovve. CIT, la più grande società finanziaria indipendente d''America, ha deciso di uscire dal settore immobiliare e dai finanziamenti alle macchine per l'edilizia, dopo una perdita di quasi mezzo miliardo di dollari. JPMorgan ha accantonato 370 milioni di dollari in previsione di perdite su crediti, dopo un bilancio appesantito da perdite sugli home equity loans. Lehman colpita da voci, poi seccamente smentite, di pesanti perdite sui subprime. In aggiunta ai danni di Bear Stearns, il quadro continua a peggiorare: il mercato è estremamente nervoso ed anche i principali intermediari che vi operano, come JPM, stanno cominciando a scontare la possibilità che non si tratti dell'ennesimo falso allarme, come in passato, ma che la crisi del mercato immobiliare, coniugata con la minore facilità di concessione del credito, sia davvero un fattore rilevante nel medio termine.


Fonte: Reuters

Bear Stearns e i suoi fratelli

La storia di due subprime hedge fund di Bear Stearns è altamente istruttiva, riguardo all'uso ed abuso della leva finanziaria (investire con soldi ottenuti in prestito) in questi anni.
La notizia è preoccupante anche per il prestigio del gestore dei due fondi: Bear Stearns ha una solida reputazione ed un ottimo track record nel campo del trading obbligazionario. Se uno dei migliori giocatori in campo ha perso anche la camicia, quali perdite attendono il resto del mercato?

I guai a Bear Stearns si cumulano poi con i timori che l'ampia liquidità che ha sostenuto in generale ii mercati finanziari possa essere messa in discussione da standard più rigidi nella concessione di prestiti: di lunedì le notizie, confermate, sulla difficoltà per finanziare l'LBO di Chrysler; di oggi, le voci di un taglio ai prestiti verso gli hedge fund, da parte delle grandi banche d'affari, loro storiche finanziatrici.


Fonti: DealBook,Bloomberg News,Macromonitor


tag: , , , , , , , , ,

lunedì, luglio 16, 2007

E' finita la benzina? DCX, LCDX, ABX e altre brutte sigle

In mezzo ad un mercato azionario che sembra ancora ottimista, lo strumento finanziario che ha enfatizzato il rally di Borsa adesso diviene una vera pietra al collo.

L'indice LCDX8, da 97.40 a 97.00 . L'indice è rappresentativo dei cosiddetti "leveraged loans", ossia i prestiti erogati ad aziende già indebitate oppure per finanziare l'acquisto a debito di aziende quotate. Si tratta insomma della benzina che ha alimentato il fuoco del private equity e dei leveraged buy-out. Questa volta il calo non è legato soltanto alle pessime prospettive del mercato immobiliare americano od a generici timori macroeconomici, ma, ad un elemento molto più concreto: l'andamento del pacchetto di finanziamento dell'acquisto di Chrysler da parte di Cerberus le difficoltà che le banche d'investimento stanno incontrando per "piazzare" il debito necessario per l'operazione.
Il timore di molti partecipanti del mercato è semplice: così come il fallimento del takeover di USAirways segnalò la fine della prima ondata di LBOs, quella dei "barbari alle porte" degli anni '80, così molti si stavano già chiedendo quale sarebbe stato l'affare che, non andando in porto, avrebbe segnalato il "rompete le righe". A giudicare dalla reazione, che sta coinvolgendo persino mercati "maturi" come quelli dei Titoli di Stato e dell'azionario, adesso lo sappiamo.


tag: , , , , , , ,

Template Designed by Douglas Bowman - Updated to Beta by: Blogger Team
Modified for 3-Column Layout by Hoctro. Credits: Daryl Lau, Phydeaux3